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Svizzera: mozione per arginare gli aborti selettivi

La consigliera Pascal Bruderer propone di proibire test che stabiliscono il sesso del nascituro già alla nona settimana di gravidanza: una coppia a cui non piace il sesso del bambino potrebbe abortire senza trasgredire la legge

Anche nella civilissima Svizzera il fenomeno degli aborti selettivi sembra aver messo radici tra la popolazione. La consigliera Pascal Bruderer ha presentato una mozione in cui si chiede al Consiglio federale di proibire la comunicazione del sesso del futuro nato ai genitori prima della 12esima settimana di gravidanza, limite oltre il quale l’ordinamento elvetico non consente l’aborto.

La mozione nasce appunto dalla consapevolezza che la selezione del nascituro in basse al sesso è possibile senza dover infrangere la legge. La Bruderer ha coltivato questa considerazione nel corso della sua ultima gestazione, terminata a febbraio con la nascita della sua seconda figlia. La donna è venuta a sapere che attraverso un’analisi del sangue prenatale si può scoprire il sesso del bambino già alla nona settimana di gravidanza. Motivo per cui genitori che non vogliono una figlia femmina (o un figlio maschio) potrebbero ricorrere all’aborto durante le tre settimane successive al test. Una preoccupazione che si fa concreta giacché il fenomeno inizia a diffondersi in Svizzera, specialmente – come afferma il portale Tio – tra le comunità straniere.

Un regolamento in materia viene pertanto invocato anche dai ginecologi svizzeri. Un plauso alla mozione della consigliere giunge da Sevgi Tercanli, presidente della commissione della società svizzera di ginecologia e ostetricia, che dichiara: “Non esiste una ragione fondata per cui si ritiene necessario comunicare il sesso del bambino prima della 12esima settimana”. La ginecologa ritiene che neppure i medici dovrebbero venire a conoscenza del sesso del bambino della paziente prima di quella fase.

La mozione è stata finora sottoscritta da 35 su 46 consiglieri agli Stati, tuttavia da parte governativa prevale la volontà di risolvere il problema in modo diverso rispetto a quanto proposto dalla Bruderer, anche perché il timore è che con l’introduzione di un’eventuale legge le coppie intenzionate a fare “selezione sessuale” si rechino a fare il test all’estero.

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