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Sul doping, oltre il caso di Maria Sharapova

Riflessioni dal libro di Laura Palazzani “Il potenziamento umano – Tecnoscienza, etica e diritto”  

Di pochi giorni fa la notizia che una delle sportive più vincenti, ricche, affascinanti e famose al mondo, cioè la tennista russa Maria Sharapova, è risultata positiva ad un controllo antidoping dopo un match  effettuato in un torneo in Australia.

Questo ci riporta ad una riflessione svolta da Laura Palazzani [1] nel suo libro “Il potenziamento umano – Tecnoscienza, etica e diritto” edito da Giappichelli, presentato a fine gennaio all’Università Europea [2], che in questa sede si vuole approfondire maggiormente proprio nella sezione che tratta del doping sportivo.

Il tema del potenziamento (enhancement) nello sport e di come questo si trasforma nel doping, trova le sue cause, secondo l’autrice, nella professionalizzazione e commercializzazione dello sport, soprattutto nell’idea che bisogna vincere ad ogni costo per i benefici economici che se ne possono trarre. Per il futuro, poi, la manipolazione del corpo e della mente porta con sé una serie di questioni morali.

In particolare l’autrice racconta degli sviluppi della ricerca biomedica genetica, cioè della possibilità di trasferimento dei geni non a fini terapeutici, il c.d. “doping genico”, una cura con la quale agli atletici si applicano dei geni più idonei per alcune prestazioni sportive al fine di ottenere il migliore rendimento geneticamente possibile. L’autrice prosegue riportando alcune posizioni del dibattito etico sul doping nello sport, in particolare tra coloro che sono favorevoli alla liberalizzazione ed altri che sono contrari.

La prima posizione ritiene che, chi per professione (o anche per diletto) pratichi sport sia legittimato eticamente  all’assunzione di farmaci che migliorino le prestazioni, anche se dannose per sé stesso, con l’unico vincolo della consapevolezza, in quanto non si è legittimati ad interferire con le singole libertà,  perché è l’atleta che deve bilanciare rischi e benefici tra breve e lungo termine di queste cure mediche. Peraltro, nel tradizionale pensiero antiproibizionista, la liberalizzazione evita la clandestinità e permette un aumento dei controlli.

La seconda posizione, nel solco della responsabilità verso sé stessi e verso gli altri, ritiene il doping una sorta di “accanimento sportivo” causato da pressioni commerciali e sociali in quanto, pur di vincere, si alterano le prestazioni individuali e competitive. Quindi il danno non è solo verso sé stessi e verso una competizione sportiva non più vera, ma anche nei confronti di un sistema sanitario che vede aumentare i casi di malattia di atleti dopati. Inoltre, non si ritiene vero il fatto che la liberalizzazione aumentando i controlli ne riduce gli effetti, in quanto probabilmente si moltiplicherebbero i casi di utilizzo di medicinali dopanti.

Nella parte conclusiva del suo approfondimento l’autrice – dopo aver valorizzato gli elementi educativi verso le giovani generazioni di una sana ed onesta competizione sportiva che separi da una idea della vittoria ad ogni costo – ritorna sui casi di confine delle questioni bioetiche, in particolare per quegli atleti che hanno una patologia endocrina, ovvero di donne dall’apparenza mascolina per la massa muscolare, che determina condizioni di vantaggio rispetto alle altre atlete.

Se l’esclusione dalle competizioni di questi soggetti salvaguarda la giustizia, dall’altro costituisce una discriminazione in quanto la differenza genetica non è stata causata ma frutto di quella che si chiama “lotteria naturale”. Per questo, conclude Laura Palazzani, si potrebbe anche pensare nell’ambito sportivo ad applicazioni biotecnologiche con l’obiettivo di “livellare” la dotazione genetica originaria ma questo sposterebbe l’attenzione…dai campi sportivi ai laboratori.

*

NOTE

[1] Laura Palazzani è ordinario di filosofia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza della LUMSA di Roma, dove insegna filosofia del diritto, philosophy and law e biogiuridica. Dal 2006 è vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

[2] L’intervento di Padre Alberto Carrara sul libro e sul convegno è presente nell’edizione di Zenit del 28 gennaio 2016.

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