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Sud Sudan: l’odissea di 130 bambini e ragazzi del Villaggio Sos in fuga dal 2014

Sos Villaggi dei Bambini lancia piano di risposta all’emergenza

Sono trascorsi ormai cinque anni dalla data che ha segnato la nascita della 193esima nazione africana: il Sud Sudan. Un’indipendenza voluta dal popolo e suggellata da oltre il 98% di voti referendari, favorevoli al distacco dal governo di Khartoum.

Oggi il Paese è però in ginocchio. La crisi scoppiata nel 2013, e sfociata in una guerra civile, continua a produrre violenza e insicurezza. Nel mese di luglio terribili scontri con carri armati, elicotteri e armi pesanti hanno provocato la morte di 300 civili e decine di migliaia di sfollati (che secondo le Nazioni Unite, sarebbero più di 70.000). Alcuni testimoni oculari, hanno raccontato di un attacco efferato, con uccisione di bambini, donne violentate per le strade e sparatorie sui civili, nelle aree intorno a Wau.

Sos Villaggi dei Bambini in Sud Sudan ha vissuto anni drammatici: nel febbraio 2014, 100 bambini e 40 ragazzi sono stati evacuati dal Villaggio Sos di Malakal, insieme a 30 collaboratori, per scappare dalla guerra. Nell’agosto dello stesso anno sono stati trasferiti in un villaggio temporaneo a Jebel, nella periferia di Juba. I combattimenti del luglio scorso e il saccheggio del Villaggio hanno costretto a una nuova evacuazione.

“La violenza del mese scorso ci ha costretto ad evacuare di nuovo 86 bambini e 42 ragazzi dal Villaggio SOS di Juba, in una zona più sicura della città”, racconta Richard Wani, direttore di Sos Villaggi dei Bambini a Juba. “Militari hanno saccheggiato tutte le case del villaggio, portando via cibo, acqua, vestiti, mobili. È terribile per questi bambini. Pensate cosa possa voler dire dover passare la vita a fuggire. Abbiamo dovuto infondere sicurezza e protezione. Sono per fortuna tutti in buona salute ma l’accesso alle cure mediche deve essere migliorato. Li abbiamo ora vaccinati contro il colera ma abbiamo bisogno di medici e infermieri. Stiamo tentando di garantire l’accesso alle scuole”.

“Per i più piccoli – spiega Wani – non è un problema, per i ragazzi sì: alcune università in Sud Sudan hanno chiuso a causa del conflitto e non sappiamo nemmeno se riapriranno. Stiamo valutando altri Paesi come l’Egitto, l’Uganda, il Kenya, per garantire la loro istruzione” –  – Gli scontri erano vicinissimi al Villaggio e i bambini sono stati traumatizzati dai combattimenti e dalle esplosioni. Quando vedono un uomo in uniforme piangono ancora e non dormono per giorni. Stiamo fornendo supporto psicologico ed emotivo. La zona non è ancora sicura. Non sappiamo quando e se potremo tornare a Juba.”.

A causa della recente ripresa delle ostilità, i prezzi dei beni alimentari in Sud Sudan sono aumentati drasticamente, arrivando in alcuni casi a toccare una cifra dieci volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. È quanto emerge da un rapporto pubblicato mercoledì da Famine Early Warning Systems Network, il network creato dall’Agenzia Usa per lo sviluppo internazionale per monitorare i prezzi alimentari. Secondo un recente rapporto del Programma alimentare mondiale (Pam), il Sud Sudan ha raggiunto il più alto livello d’insicurezza alimentare dall’inizio del conflitto nel 2013, complice l’aumento esponenziale dei prezzi degli alimenti.

“Per il momento – conclude Richard Wani – riusciamo ancora ad acquistare cibo ma non sappiamo cosa accadrà. Sono preoccupato per la sicurezza dei bambini. Senza una soluzione politica, la situazione resterà precaria. Ora dobbiamo sostenere 500 bambini vittima dei conflitti, 300 minorenni non accompagnati e sviluppare linee guida di sicurezza per il paese e per i nostri beneficiari. Oltre a questo abbiamo lanciato un piano di emergenza e di appello umanitario per consentire di Sos Villaggi dei Bambini Internazionale di partecipare alle operazioni di soccorso umanitario”.

 

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