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Femen in Paris - Wikimedia Commons

Era una Femen, oggi è “pro-life”

Fondatrice delle Femen in Brasile, la Giromini oggi è pentita, chiede scusa ai cristiani e si impegna a informare sui lati inquietanti del femminismo

La caduta da cavallo, ossia l’immagine più evocativa della Conversione di San Paolo, che la Chiesa celebra oggi, è spesso utilizzata a paradigma di un episodio capace di apportare una metamorfosi nella vita di una persona.

Nel caso di Sara Fernanda Giromini, la “caduta da cavallo” è rappresentata dalla nascita di un figlio. Questa giovane brasiliana, conosciuta con lo pseudonimo di Sara Winter, è balzata agli onori delle cronache del suo Paese nel 2012, quando insieme ad altre donne, ha fondato la locale sezione delle Femen, il movimento femminista finanziato da alcuni magnati per inscenare volgari esibizioni pubbliche di protesta contro la morale.

Eppure, a sentirla parlare oggi, sembrano lontani anni luce i tempi in cui calcava le strade del Brasile per intonare slogan e mostrare i suoi seni nudi. Sara è oggi un’altra persona. Madre di una bambina, si è allontanata dalle Femen e conduce una battaglia contro il femminismo e l’aborto. Ha avuto la dignità di chiedere scusa ai cristiani per le gazzarre offensive di cui è resa protagonista ed ha anche pubblicato un libro (Vadia Não!, “non una cagna”) che descrive gli abusi a cui è stata sottoposta e le delusioni che ha sofferto durante la militanza femminista.

La sua metamorfosi è stata resa pubblica, in Brasile, nell’ottobre scorso. Da tempo lontana dai riflettori, Sara è tornata a parlare in pubblico per dirsi pentita dell’aborto che aveva avuto anni prima e per riconoscere che la nascita del suo secondo figlio aveva cambiato il suo punto di vista rispetto al valore della vita. “Mi sono pentita di aver avuto un aborto e oggi chiedo perdono”, ha detto. “Ieri è stato un mese dalla nascita del mio bambino e da quel giorno la mia vita ha assunto un nuovo significato – ha proseguito -. Sto scrivendo questo mentre lui dorme serenamente sopra la mia pancia. È la più grande sensazione del mondo”.

Sara ha poi rivolto un appello. “Per favore, donne che cercate disperatamente di abortire, riflettete attentamente su di esso. Mi è dispiaciuto molto ciò che ho fatto. Non voglio accada lo stesso a voi”. Non è la prima volta che una donna, ferita per aver deliberatamente scelto di interrompere una gravidanza, si penta di quella scelta e decida di impegnarsi in prima persona in campagne contro l’aborto. Del resto il racconto di chi ha visto l’inferno è il più credibile manifesto dissuasivo.

Inferno nel quale Sara si è trovata immersa fin da quando ha accettato di fondare le Femen anche in Brasile. In una zona remota del suo cuore è sempre rimasta ferma la convinzione che quella strada, seppur adornata di miraggi figli dell’ideologia, fosse lastricata di sinistre ombre nere.

Ombre che hanno assediato il suo animo, ad esempio, quando si fece protagonista, nel 2014, insieme a un’altra militante, di una campagna a favore dell’omosessualismo. Le due donne vennero immortalate mentre, seminude, si baciavano in bocca con una croce di sfondo, nei pressi della Basilica di Nostra Signora della Candelaria, a Rio de Janeiro. La foto era diventata un’icona del disprezzo omosessuale nei confronti del cristianesimo.

Sara compie oggi il suo mea culpa per quella bravata. “La richiesta di perdono non è certo facile da compiere – ha detto in un video su YouTube -: chiedo perdono ai cristiani per questa protesta femminista”. L’ex Femen riconosce che si è trattato di un turpe gesto di blasfemia: “Siamo andati troppo oltre e abbiamo finito per offendere molte persone religiose e non”.

La giovane ha tirato giù il velo che copre le azioni di questi gruppi mediaticamente molto seguiti. Ha ripudiato il femminismo come una “setta” che usa le donne come oggetti, promuove l’omosessualità e persino copre la pedofilia.

“Per la setta femminista le donne non sono l’ispirazione, bensì la ‘materia prima’ nel senso peggiore del termine – spiega -. Sono oggetti utili allo scopo di infiammare l’odio contro la religione cristiana, l’odio contro gli uomini, l’odio contro la bellezza delle donne, l’odio contro l’equilibrio delle famiglie. Questo è ciò che il femminismo è, posso garantirlo che è così perché io ci sono stata dentro”.

La parte più inquietante del suo racconto si trova nel passaggio in cui sottolinea che “il movimento femminista è una copertura per i pedofili”. Ambienti promiscui, dunque, nei quali possono emergere anche realtà oltremodo nefaste. Promiscuità che viene spinta in modo coercitivo, come lei stessa spiega.

È stata indotta ad assumere comportamenti bisessuali per ricevere più rispetto all’interno del movimento. “Le donne lesbiche e bisessuali avevano molta più voce, dunque ogni giorno che passava destrutturavo la mia eterosessualità sostituendola con una bisessualità artificiale”. Allontanatasi dalle Femen, Sara ha smesso di considerarsi “bisessuale” e ha potuto intraprendere una catarsi della propria identità.

Nel suo libro racconta che quand’era nelle Femen è stata ripetutamente indotta a fare uso di droghe, ad avere rapporti sessuali con sconosciuti e a prostituirsi, è stata anche molestata da un’altra donna in nome della lotta all’uguaglianza di genere (sic!).

La svolta nel suo percorso – dice lei stessa – è avvenuta quando per caso, o forse non per caso, ha incontrato un uomo più anziano, che si definisce “conservatore” e “antifemminista”, che ha iniziato a darle quell’affetto disinteressato che nessuna sua “compagna di lotta” le aveva mai offerto. Grazie a questo incontro ha intrapreso un nuovo cammino.

La Giromini sta donando oggi una percentuale dei guadagni del suo libro a organizzazioni che si battono in favore della vita, sta inoltre tenendo conferenze in giro per il Brasile per denunciare le piaghe del femminismo, del gender e del marxismo culturale insieme alla psicologa e scrittrice brasiliana Marisa Lobo.

“Ho lasciato quel movimento di cui per quattro anni sono stata uno dei principali simboli in Brasile, e nessuno può dire il contrario!”, scrive Giromini. Che aggiunge: “Il risultato? Oggi sono molto più felice e sono in grado di aiutare le donne” a tenersi lontane da certi abbagli ideologici. Quella “caduta da cavallo” le ha salvato la vita, e forse anche l’anima.

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