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Storia della “Asia Bibi afghana”

Il caso di Farkhunda Malikzada, giovane linciata da una folla a Kabul con l’accusa di aver bruciato una copia del Corano, sarà esaminato dalla Corte Suprema

Un funzionario del Governo afghano ha annunciato all’emittente 1TvNews la morte del mullah Omar, guida suprema dei Talebani. L’eco con la quale si sta diffondendo in tutto il mondo la notizia dà la misura della fama che precede il gruppo fondamentalista.

Una fama negativa, dovuta a un modo di interpretare la religione che ha contaminato parte della società afghana. Lo testimonia la vicenda di Farkhunda Malikzada. Donna musulmana di 27 anni, lo scorso 19 marzo è stata linciata da una folla inferocita con l’accusa di aver dato alle fiamme una copia del Corano fuori da una moschea di Kabul.

La giovane in realtà non avrebbe commesso questo gesto, bensì ha avuto una discussione con un mullah, che ha poi istigato all’odio e alla violenza contro di lei. Secondo molti testimoni e come dimostrano alcune immagini catturate da una telecamera e pubblicate sui social network, la polizia presente sul posto sarebbe rimasta inerte di fronte allo sciacallaggio perpetrato nei confronti di questa ragazza indifesa, il cui corpo ormai privo di vita è stato dato alle fiamme e gettato in un fiume.

Per questo, 30 uomini sono stati accusati di aver partecipato all’aggressione e 19 agenti di non aver assolto al proprio dovere. Il Tribunale di Kabul ha condannato alla pena capitale 4 degli aggressori, altri 8 a sedici anni di reclusione. 11 agenti sono stati condannati a un anno di carcere. 8 loro colleghi sono stati invece assolti, così come 18 persone accusate dell’aggressione.

In un secondo appello, i giudici hanno ridotto le quattro condanne a morte con pene di 10 o 20 anni di reclusione. La decisione è stata presa in un processo lampo, a porte chiuse, tanto che la famiglia di Farkhunda è venuta a conoscenza del verdetto soltanto alcuni giorni dopo. Una volta che si è sparsa la voce, sono scoppiate proteste in tutta Kabul, anche perché alcune figure chiave coinvolte nel crimine sarebbero state prosciolte.

“Per molti esponenti della società civile afghana, la decisione dimostrerebbe la subalternità della Corte agli ulema e ai mullah, il condizionamento che i leader religiosi più conservatori, retrogradi e maschilisti, continuano a esercitare sul potere politico e giudiziario”. Lo afferma a Vatican Insider Giuliano Battiston, un ricercatore che dopo una lunga esperienza nel Paese ha pubblicato uno studio sul risveglio della società civile dell’Afghanistan.

Risveglio della società civile che passa anche attraverso i social network. Le immagini del linciaggio riprese da una telecamera sono rimbalzate su internet grazie all’impegno di persone come Samira Hamidi, 35enne attivista per i diritti delle donne afghane, che possiede una pagina Facebook con oltre mille amici e una pagina Twitter con circa 4 mila followers.

“I social media hanno documentato il fatto e coloro che lo hanno condiviso hanno offerto un’opportunità per la giustizia”, dice la Hamidi in un’intervista all’Indipendent. “Ora, quando si denuncia che la sentenza non è stata giusta – prosegue – è grazie al fatto che tutti hanno potuto vedere il video. Penso che esso ha aiutato il mondo” a verificare cosa sia realmente successo ai danni di Farkhunda.

La sua tragica storia ricalca un po’ quella della pachistana Asia Bibi. Entrambe le donne sono state accusate ingiustamente di blasfemia. Ma mentre Asia Bibi è almeno in vita e può ancora sperare nel rilascio – specie dopo che la Corte Suprema del Pakistan ha deciso di sospendere la condanna a morte – Farkhunda Malikzada è stata barbaramente assassinata.

Gli avvocati della donna, di concerto con la famiglia e con numerose associazioni che si battono per i diritti umani, hanno deciso di far ricorso e portare il caso al terzo grado di giudizio. Sarà dunque la Corte Suprema afghana a pronunciarsi. La  loro speranza è che le venga assicurata giustizia, e che il suo sacrificio serva almeno a sollecitare un cambiamento nei gangli della società afghana.

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