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Spunti teologici su Amoris Laetitia

Alterità, reciprocità e differenze e dinamismo dell’amore coniugale. Gli interventi di don Massimo Naro e don Giuseppe Alcamo presso la Facoltà Teologica di Sicilia

L’Amoris Laetitia come frutto di una Tradizione vivente che si rinnova sempre nel confronto con la Scrittura e con i soggetti di ogni cultura e tempo. Ad un anno dalla pubblicazione dell’Esortazione Apostolica, la X Giornata di Studi di Catechetica che si è svolta il 17 marzo presso la Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo, ha offerto alcuni spunti interessanti che qui proviamo a sintetizzare.

Papa Francesco ha più volte ribadito che l’Amoris Laetitia va letta tutta, dall’inizio alla fine. Un atto di magistero che com’è noto è giunto dopo un tempo di preparazione che aveva interpellato nelle sue fasi preparatorie e propedeutiche l’intera cristianità, dando voce alle comunità locali, alle facoltà teologiche e a diversi altri interpreti. Una prova di maturità per la comunità cristiana, chiamata non soltanto a proiettare aspettative dei singoli, bisogni e desideri, ma in modo più profondo, a mettersi in ascolto della voce dello Spirito e quindi della Parola dell’Evangelo. L’Esortazione allora nella misura in cui consegna una guida e una parola salda, ancorata alla Tradizione della Chiesa, non smette tuttavia d’interpellare, favorendo il dialogo e il confronto a più livelli, ricordando che la Tradizione è un’eredità vivente e quindi dinamica, dove cioè si realizza un’osmosi tra memoria e profezia. Segnale di tale processo sono le varie linee guida offerte da diverse conferenze episcopali, un’espressione di quella sinodalità auspicata dal Concilio Vaticano II.

Ritengo che in questa luce possano essere colti e valorizzati tutti quei contributi allo studio e alla ricerca teologica che vanno via via maturando nelle varie realtà accademiche e non.

Gli studi e le proposte del Forum teologico catechetico di Palermo possono essere letti e accolti in questa prospettiva. Fra i diversi contributi interessanti e degni di nota, focalizzeremo l’attenzione sulla relazione di don Massimo Naro, teologo sistematico, dal titolo: “Dall’altro, con l’altro, per l’altro: valorizzazione dell’alterità e delle differenze nell’esperienza familiare”; e quella di don Giuseppe Alcamo, docente di catechetica, che ha invece approfondito il cuore dell’Esortazione, il capitolo quarto: “L’amore nel matrimonio”, alla luce dell’inno di 1 Cor 13.

Alterità e differenze nella realtà coniugale

“Nulla è più esigente dell’amore”, così recitava il titolo della Giornata di Studi. Un amore esigente, perché tale è, spiega don Naro, la «serietà dell’amore coniugale», risposta «al suo fondamento vocazionale», a motivo del quale «anche il consenso che i coniugi si scambiano non è soltanto un reciproco sì, ma soprattutto un sì rivolto – all’unisono – nei confronti di Dio, una risposta positiva alla sua chiamata».

L’intervento del teologo sistematico ha consentito di inserire la questione dell’amore coniugale e familiare all’interno di quella configurazione relazionale, di «comunità e comunione» che caratterizza anche l’esperienza ecclesiale, e quindi di cogliere la portata ecclesiale dell’esperienza familiare. Un’operazione che ha messo in luce il nesso di continuità tra Amoris Laetitia e il Concilio Vaticano II, tra Gaudium et Spes e il magistero di Papa Francesco a partire dal suo pressante invito a non omologare l’unità della comunità ecclesiale in uniformità (AL 139).

Per lo studioso nisseno nel magistero di Papa Francesco, da EG a AL, è possibile rintracciare «una sintassi dell’alterità e della reciprocità» che «vale fontalmente per la Trinità e quindi per la Chiesa», ma che «entra in vigore anche per la realtà familiare e per l’esperienza coniugale». Il prof. Naro osserva che la presentazione dell’amore degli sposi come riflesso della Trinità costituisce una sorta di «antifona all’esortazione papale». E quindi con Amoris Laetitia «le dimensioni dell’alterità e della differenza» e lo stesso «statuto relazionale» escono da una considerazione implicita per essere maggiormente valorizzate, fino a descrivere la famiglia come «il luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri». Amoris Laetitia coniuga dunque «l’ecclesialità della famiglia e la familiarità della Chiesa».

La questione dell’Alterità tuttavia proviene da una stagione storica e culturale che ha visto un progressivo «misconoscimento dell’Altro» e che ha portato a un «fraintendimento teologico ed esistenziale dell’alterità», da Kant ad Hegel fino a Nietzsche, trovando una intensa dialettica nelle repliche di Barth prima e di Guardini dopo. Naro si muove invece sulla scia della svolta favorevole all’alterità, maturata da alcuni pensatori come Martin Buber e Michel de Certeau, proponendo una triplice declinazione dell’alterità: dall’altro, con l’altro e per l’altro.

Alterità dall’altro nel senso che «l’alterità tra l’uomo e la donna, tra il maschio e la femmina», già nel racconto biblico, è «un’alterità-compatibile, non assoluta, non confinata nell’estraneità», e dunque «sancisce la distinzione tra i due, ma non la distanza». Ciò significa che «tra Adamo e Eva – spiega ancora Naro – c’è una relazione di provenienza per la quale l’alterità è riscattata dall’ipoteca dell’estraneità». Sarebbe proprio questo uno degli aspetti che Gesù avrebbe suggerito ai farisei, fermi al legalismo più o meno marcato delle due scuole contendenti, Hillel e Shammai, con il rimando al testo di Genesi, e dunque alla realtà delle origini, nella polemica, da essi stessi sollevata, circa il matrimonio. Sulla questione dell’indissolubilità Naro richiama Walter Kasper, per affermare che essa «non dipende da alcuna legge, ma è insita “nella natura antropologica del matrimonio” e si deve al “progetto originario di Dio” (AL 62)», e poi rilegge Papa Francesco, che indicando la coppia, uomo-donna, come immagine di Dio, può affermare che  la loro differenza «non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione» (15 aprile 2015).

«L’alterità è allora una dimensione interna, interiore e costitutiva dell’essere umano», che si scopre come un «soggetto plurale», con un «respiro comunionale». Esperienza che lo porta a «vivere con l’altro», anzi, a «portarsi dentro l’altro» e «portarsi l’altro dentro». Così «maschio e femmina», spiega ancora Naro, «sono un merismo, come il cielo e la terra dell’essere umano».

Lo studioso riconosce le medesime intuizioni nell’Esortazione di Papa Francesco che «parla di un’“estetica dell’amore” coniugale, capace di ricondurre la “bellezza” all’«alto valore» dell’altro, che «non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche» ma con la sua dignità di “essere umano” (AL 127-128). «Per “riconoscere la verità dell’altro” occorre “interpretare la profondità del suo cuore” (AL 138), onde riscoprirsi lì coinvolto e presente […] Così, nell’amore coniugale, si punta in definitiva a «rendersi a vicenda più uomo e più donna» e ad «aiutare l’altro a modellarsi nella sua propria identità»: “Per questo l’amore è artigianale” (AL 221). Esso “si prende cura dell’immagine degli altri” (AL 112)».

Il ritrovarsi nell’altro e il permanere con l’altro sono dunque per Naro «condizioni esistenziali basate – come scrive Francesco in AL 100 – su un reciproco «senso di appartenenza» senza cui «non si può sostenere una [effettiva] dedizione agli altri». Da qui, dunque, anche il vivere per l’altro, in cui consiste l’amore coniugale.

L’amore nel matrimonio

Don Giuseppe Alcamo si è invece soffermato sul tema dell’amore nel matrimonio (AL 89-164), investigando sulla visione dinamica dell’amore coniugale e familiare. Condizione di partenza la consapevolezza che «la logica della crescita dal punto di vista catechetico è decisiva, per comprendere non solo la complessità dell’amore coniugale e familiare in sé, ma anche in relazione alla fragilità dell’uomo». L’intuizione invece quella di sviluppare la correlazione tra il capitolo quarto di Amoris Laetitia e il testo paolino del capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi.

«La presentazione che in 1 Cor 13 Paolo fa dell’amore – esordisce don Alcamo – non è teorica né astratta, ma risponde ai bisogni dei suoi interlocutori: passare da uomini carnali a uomini spirituali, attraverso la debolezza della croce, che è “potenza di Dio e sapienza di Dio”(cf. 1Cor 1,24; 3,3-7)». Per Paolo, infatti, continua il teologo, «la debolezza umana è il luogo privilegiato dove si rivela la potenza di Dio», da qui nasce «tutta la sua teologia sul primato della grazia». Interessante il rimando ai casi spinosi che Paolo dovette affrontare presso la Chiesa di Corinto. Tra questi «il caso pubblico di un uomo che convive con la seconda moglie del padre, che scandalizza la comunità»; e «i conflitti tra i libertini e i puritani che si fronteggiano su questioni sessuali e sul matrimonio». La risposta di Paolo è il riferimento all’agape, come «il principio e il fondamento di una comunità che accoglie i doni dello Spirito» e quindi «l’agape di cui parla Paolo è quindi una via/persona da attraversare/incontrare e vivere».

«In sintesi – spiega don Alcamo – Paolo afferma, in positivo e in negativo, che l’amore è un mistero di non facile definizione, che produce degli effetti che per l’uomo sono di vitale importanza». Nulla quindi di scontato, non un’esperienza da intendere in modo idealistico, ma qualcosa che deve imparare ad attraversare i vari tempi dell’esistenza: «Nel descrivere il mistero dell’amore, Paolo sta contemplando il crocifisso che tutto sopporta, tutto crede, tutto perdona; ma anche la vita di Gesù di Nazareth che da Servo di Yhavè, non tiene conto del male ricevuto, non si lascia condizionare dalla cattiveria degli uomini. Per Paolo amare significa essere come Gesù, imitarlo, scegliere la via della sequela». Il richiamo delle parole con cui l’Apostolo cerca di rispondere a problematiche concrete della vita delle prime comunità cristiane, secondo don Alcamo, è illuminante per introdurre «la logica evolutiva del crescere nella fede». Focalizzare l’attenzione sul contesto che ha visto maturare gli orientamenti suggeriti da Paolo significa infatti «osservare una concreta esperienza credente dentro cui rileggere ed approfondire i contenuti della fede sul sacramento del matrimonio e sulla famiglia». Così anche Papa Francesco, richiamando l’inno paolino, nel capitolo quarto dell’Esortazione, ha inteso «esplicitare la prospettiva con cui vuole accostarsi alle famiglie a ai coniugi: non “dall’alto” dei principi, ma dal di “dentro” della famiglia stessa». E dunque Francesco «in continuità con il magistero dei suoi immediati predecessori, attua il superamento della dicotomia, che per tanti secoli dalla prassi pastorale è stata favorita, tra l’amore come agape e l’amore come eros e philia», abbracciando una «logica inclusiva». Sul piano dell’esercizio della prassi pastorale, secondo il prof. Alcamo, questo comporterà per la Chiesa «l’attuazione di un processo di decentramento da sé per incontrare l’uomo e nell’uomo incontrare Dio», nella consapevolezza che «per andare incontro a Dio dobbiamo percorrere la via che Egli stesso ha percorso per venire a noi; cercare Dio dove Dio stesso ci ha preceduti, ovvero nei bassifondi della storia, nei poveri e nei fragili, nelle famiglie vacillanti o infrante, nell’uomo e nella donna che restano sempre e per tutta la loro vita deboli». «A questa visione positiva sull’uomo – conclude il sacerdote –  deve seguire la presa di coscienza che il Vangelo è la risposta vera a tutte le domande dell’uomo, è la grande speranza».

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