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Spagna: dati definitivi sull’aborto per l’anno 2009

Gli aborti calano fra le straniere ma aumentano fra le spagnole

di Paul De Maeyer

ROMA, lunedì, 20 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Nel corso del 2009, sono stati effettuati in Spagna 111.482 aborti. Si è registrato quindi un calo di 4.330 unità rispetto all’anno precedente (115.812), pari al 3,7%. Lo rivela un rapporto [1] del ministero della Sanità, Politica sociale e Uguaglianza, lanciato la scorsa settimana dal ministro competente, Leire Pajín (del Partito Socialista).

Di queste 111.482 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG), 52.483 corrispondono a donne di nazionalità spagnola e altre 45.274 a donne straniere. Mentre il numero di aborti fra straniere è sceso nel 2009 dell’1,9% rispetto al 2008 (dal 43,3% al 41,4%), fra le donne nate in Spagna è cresciuto del 3%, dal 44,9% al 47,9%.

Fra le non spagnole, la fetta più importante corrisponde alle donne provenienti dalle Americhe, le quali rappresentano quasi un quarto del totale: il 23,85%. Fra queste, la stragrande maggioranza proviene dal Sud America (il 21,02%), il 2,66% dall’America Centrale e dai Caraibi e appena lo 0,16% dall’America del Nord.

Da parte loro, le donne europee sono le autrici di un decimo del numero totale di aborti realizzati l’anno scorso in Spagna, il 10,36%, il 9,08% delle quali era formato da donne provenienti dai paesi membri dell’Unione Europea e l’1,28% dal resto del continente europeo. Le africane e asiatiche invece costituiscono rispettivamente il 5,50% e l’1,69% del totale.

Dal documento emerge inoltre che il tasso medio di abortività è salito nel corso dell’ultimo decennio da 7,14 (per ogni mille donne nella fascia d’età 15-44 anni ) nel 2000 a 11,41 nel 2009, con un picco nel 2008: 11,78. Il tasso più alto si registra fra le donne delle fasce d’età 20-24 anni (20,08) e 24-29 anni (16,02). Fra le donne di età inferiore ai 19 anni (vale a dire le minorenni), il tasso di abortività è stato l’anno scorso del 12,74, un leggero calo rispetto al 2008 (13,48), ma un netto aumento rispetto al 2000, quando era ancora inferiore a 10 (7,49).

Fra le varie comunità autonome, quelle con il più elevato tasso di abortività sono la Catalogna, la Regione Murcia e poi Madrid, con rispettivamente 16,10, 14,99 e 14,49. All’altra estremità della classifica troviamo invece la Comunità Forale di Navarra (5,54) e la Galizia (5,81). In quest’ultima comunità, il tasso di abortività ha fatto registrare comunque un netto aumento nel corso del 2009: da 3,53 a 5,81.

Per quanto riguardo lo stato civile delle donne che l’anno scorso hanno abortito in Spagna, la grande maggioranza era “soltera”, cioè non sposata o “single”: il 68,26%. Si tratta di un aumento di quasi il 5% rispetto al 2000 (il 63,52%). Fra le donne sposate invece la percentuale è scesa nel 2009 al 22,92%, un calo del 4% circa rispetto al 2000 (il 26,87%), dopo un picco nel 2002 (il 27,43%).

Il rapporto rivela inoltre che quasi la metà delle donne che nell’arco del 2009 hanno abortito non aveva figli: il 46,95%, cioè un calo del 10% quasi rispetto al 2000, quando la percentuale sfiorava il 56% (il 55,97%). Un aumento è stato registrato fra le donne con un figlio: il 26,10% (nel 2000 era il 19,78%).

Due terzi delle donne erano al loro primo aborto: il 64,91%. Nel 2000, la percentuale era più alta, cioè il 76,85%, il quale significa che aumenta in Spagna la tendenza verso l’aborto ripetuto. Infatti, quasi un quarto delle donne che hanno abortito l’anno scorso aveva già un’interruzione volontaria o IVG alle spalle: il 24,16% (nel 2000 era ancora il 17,64%). Negli ultimi dieci anni è grosso modo raddoppiata la percentuale di donne con due, tre, quattro, cinque o più aborti, rispettivamente dal 3,90% al 7,16% (2 aborti), dallo 0,97% al 2,20% (3 aborti), dallo 0,34% allo 0,80% (4 aborti) e dallo 0,20% allo 0,70% (5 o anzi più aborti).

Come negli anni precedenti, anche nel 2009 la quasi totalità degli aborti è stata realizzata in strutture private (il 97,97%), sia ospedaliere (11.424 aborti o il 10,25%) che extraospedaliere (97.795 aborti o l’87,72%), il quale conferma nuovamente che in Spagna l’aborto è un autentico “business”. Appena il 2,03% degli aborti (2.263) è stato eseguito invece in strutture pubbliche (esclusivamente ospedaliere).

Va segnalato anche il carattere quasi esclusivamente “ambulatoriale” dell’aborto in Spagna. Dal documento emerge infatti che su un totale di 111.482 aborti in ben 109.590 casi non c’è stata nessuna notte di degenza nella struttura dov’è stato realizzato l’intervento, anche se in 4.832 casi il metodo usato era quello dell’aborto chimico con la pillola abortiva RU-486 (con grave pericolo di emorragie o anche infezioni). Per trenta donne è stato necessario invece un ricovero di almeno sette o più notti.

Per quanto riguarda le motivazioni date per giustificare l’eliminazione del feto, quella della “salute materna” è stata anche nel 2009 la più utilizzata. L’anno scorso la preoccupazione per la “salute materna” – un concetto purtroppo molto ‘elastico’ – ha deciso infatti nel 96,74% dei casi l’aborto, ovvero un calo debolissimo rispetto al 2008 (il 96,96%) e al 2000 (il 97,16%). E proprio qui si conferma una preoccupante tendenza: quella dell’aborto detto “terapeutico”. Il cosiddetto “rischio fetale” è stato l’anno scorso nel 2,98% degli aborti l’argomento chiave, nel 2008 il 2,86%. Nello 0,02% dei casi a motivare la decisione delle donne è stato uno stupro (nel 2000 era lo 0,05 e nel 2001 lo 0,09).

Commentando il rapporto, la titolare del ministero della Sanità, Leire Pajín, si è dichiarata molto soddisfatta. Secondo l’esponente socialista, il calo del 3,7% del numero di aborti dimostra che la politica del governo del primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero nel campo della cosiddetta “salute riproduttiva” è la “strada giusta”. “Facilitare la pillola post-coitale [= la pillola del giorno dopo] è stata una misura tremendamente efficace”, così ha detto la Pajín (ABC, 16 dicembre), che nell’ottobre scorso ha preso il posto di Trinidad Jiménez.

Nel maggio del 2009, l’attuale esecutivo ha deciso infatti di liberalizzare la molecola in questione, la quale viene venduta dal 28 settembre dello stesso anno senza alcun obbligo di prescrizione medica nelle farmacie iberiche. Secondo i dati della Cooperativa Farmacéutica Española (COFARES), nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 agosto 2010 sono state vendute in Spagna ben 122.420 dosi del controverso ‘farmaco’ (Diario de Navarra, 28 settembre), ritenuto abortivo dalla Chiesa (impedisce infatti l’impianto o l’annidamento in utero dell’ovocita già fecondato).

Le dichiarazioni della Pajín sono state criticate in primo luogo dalle organizzazioni pro vita, fra le quali la piattaforma Derecho a Vivir (DAV). La portavoce della DAV, la dottoressa Gádor Joya, ha denunciato le “contraddizioni e lacune” nel documento e ha chiesto anche al ministero competente di rendere pubblici i dati statistici relativi all’ultimo trimestre del 2009, cioè quello che coincide con l’inizio della vendita senza ricetta medica della “pillola del giorno dopo”. In un articolo pubblicato giovedì 16 dicembre sul sito HazteOir.org, la DAV ha richiamato inoltre l’attenzione sulla deriva eugenetica dell’aborto in Spagna ed ha accusato il governo Zapatero di “occultare le cause”.

Ma anche la stessa Associazione di Cliniche Accreditate per l’Interruzione Volontaria della Gravidanza (ACAI) ha messo in questione le dichiarazioni della Pajín. In un comunicato pubblicato il 14 dicembre sul suo sito internet, l’organismo ha lamentato “l’imprudenza” del ministro ed ha spiegato che la vera causa del calo degli aborti è il crollo del numero di donne immigrate in età riproduttiva che arrivano in Spagna. Il calo sarebbe dunque da attribuire alla crisi economica.

La domanda adesso è: come saranno i dati relativi al 2010, cioè l’anno in cui è entrata in vigore – il 5 luglio scorso – la nuova legge sull’aborto, la “Ley Orgánica de Salud Sexual y Reproductiva y de la Interrupción Voluntaria del Embarazo”? Secondo le associazioni per la difesa della vita, la nuova norma, che liberalizza la prassi, si tradurrà in un aumento del numero di aborti. A confermare i loro timori sembrano i dati provenienti dal dipartimento per la Salute della Comunità Autonoma dei Paeso Baschi. Come ha riferito il quotidiano El Correo (14 dicembre), dal 5 luglio scorso ad inizio dicembre nelle province di Vizcaya, Álava e Guipúzcoa 1.287 donne hanno scelto l’aborto (con un picco di 298 nel mese di settembre), una cifra superiore del 10% circa rispetto allo stesso periodo 2008.

Ritornando alle motivazioni date per un aborto, quella della “salute materna” sembra la “porta d’ingresso” o – volendo – la “rottura della diga”. Un elemento che invita a riflettere, soprattutto alla luce della sentenza emessa dalla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo, che ha condannato l’Irlanda a risarcire una donna lituana. Convalescente di una rara forma di tumore, la donna nota come “C” ha dovuto recarsi in Inghilterra per abortire. La Corte di Strasburgo ha comunque assolto l’Irlanda da due altri ricorsi (donne “A” e “B”) ed ha specificato che l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo non “può essere interpretato in modo da consacrare un diritto all’aborto” (Avvenire, 17 dicembre). La legislazione irlandese permette l’aborto solo in tre situazioni: tumore all’utero, gravidanza extrauterina e preeclampsia (o gestosi).

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1) Il documento è consultabile all’indirizzo Internet: http://www.hazteoir.org/files/publicacionIVEcompleto_2009.pdf

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