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Sotterrare il talento è occultare Cristo

Commento al Vangelo della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (ciclo A)

L’inizio della parabola descrive, in una profezia, il cuore della missione di Gesù e della sua Chiesa: “consegnando i suoi beni”, l’ “uomo”, immagine di Gesù, “consegna” tutto se stesso. Ma quest’ “uomo” è anche immagine di ogni uomo, creato da Dio a immagine del Figlio, perché si “consegni” senza riserve.

Dopo aver compiuto il suo Esodo dalla morte alla Vita, Egli chiama gli apostoli “che si era scelti nello Spirito Santo” e impartisce loro le istruzioni sulla missione svelando i segreti del Regno.

A Gesù che sta per partire, è stato dato ogni potere in cielo e in terra: consegnando i “talenti” Egli dice agli apostoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28, 18-20). I “talenti” sono dunque colmi del potere stesso di Cristo.

Comprendiamo allora l’incipit della parabola, che è poi quello della nostra vita, come lo è stato di quella del Signore: l’amore smisurato spinge il Padre a consegnare il Figlio al posto nostro, e il Figlio a consegnarsi al Padre.

Il frutto di questo amore intimo e perfetto, è la consegna dei beni di Dio alla Chiesa, a ciascuno di noi, perché siano consegnati ad ogni uomo. E il bene più grande di Dio è il Figlio stesso. E’ Lui il talento prezioso che i servi ricevono.   

“Come il Padre ha mandato me anche io mando voi”, perché “come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Il “come” è descritto nel diverso numero dei talenti che ricevono i servi. Non si tratta di qualità umane diverse, ma delle varie grazie donate in funzione della missione specifica che ciascuno riceve.

Se il talento è Cristo, consegnato attraverso la sua Parola, i sacramenti e tutti i beni che la Chiesa ha sempre custodito e amato, anche chi riceve un solo talento non ha affatto ricevuto meno. Al contrario, ha ricevuto tutto, e nulla manca per compiere la sua missione.

Significa che la storia di ciascuno è diversa e irripetibile; agli occhi di Dio la vita di San Francesco Saverio non è più importante di quella di una sconosciuta monaca di clausura nascosta a Lisieux. Il Papa riceve i talenti necessari per adempiere alla sua missione, così come la vedova ammalata che vive in uno sperduto paese di montagna.

E noi, che ne abbiamo fatto dei “talenti” che Dio ci dona? Qui sorge una prima questione, fondamentale: per riceverli abbiamo bisogno della Chiesa. Per consegnarli, infatti, “l’uomo chiama i suoi servi”: c’è una chiamata alla quale occorre rispondere.

Abbiamo ascoltato l’annuncio della Chiesa e accolto in esso la voce del Signore che ci “chiama”? Altrimenti è inutile cercare i talenti, di fronte alle situazioni della vita nelle quali potremmo “farli fruttare”, non avremo nulla da “consegnare”.

Ma, anche se abbiamo accolto la “chiamata” ciò non assicura i “frutti”. I “talenti” dei quali parla Gesù non appaiono così, all’improvviso, ma essendo dati in funzione di una missione, si accolgono nella comunione della Chiesa, dove si impara a “trafficarli”.

Seconda questione: stiamo camminando nella comunità, oppure siamo “cristiani fai da te”, come ripete Papa Francesco? Forse siamo proprio come il “servo fannullone”, la cui “paura” nasceva dall’invidia.

Come Caino che non guardava di buon occhio suo fratello, anche lui guardava storto gli altri servi. Nella parabola questo non è scritto, ma si può dedurre da come guardava il Signore.

Quell’unico talento tra le mani gli innesca i pensieri più terribili: “so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. E’ invidioso, che, etimologicamente, significa avere un occhio cattivo.

Il servo è in-capace di vedere, e quindi conoscere, Colui che gli ha dato il talento e per questo nasconde ciò che ne è immagine e presenza. Ma, con il talento, nasconde anche se stesso. Come Adamo, che si nasconde dopo aver creduto al demonio che gli aveva presentato un Dio geloso di lui.

Sotterrare il talento, infatti, significa seppellire la propria dignità, la primogenitura e il senso della propria vita; significa nascondersi e macerarsi nella solitudine. Perché sotterrare il talento è occultare Cristo, ucciderlo, come Caino uccise Abele.

Non gli piaceva quel Talento. Spingeva ad uscire da se stessi, a dimenticare i propri criteri e a donarsi. No, non era il talento che desiderava, per saziarsi e realizzarsi. Era un mostro di talento, inaccettabile. Ma era Cristo, che, giorno dopo giorno, aveva rifiutato.

Il “servo malvagio e infingardo” non ha trattato il Talento con familiarità, amore, dedizione, fedeltà, come fosse cosa propria, accogliendo in esso la presenza di Colui che glielo aveva affidato.

Nascondendolo, ha perso l’occasione di abbandonarsi alla fedeltà, al potere e all’amore di Dio per vivere secondo la sua volontà. E la sua vita è divenuta un brandello da gettare “fuori nelle tenebre”, dove “sarà pianto e stridore di denti”.

Come spesso facciamo anche noi, in una sorta di “damnatio memoriae” delle persone e degli eventi che non abbiamo accettato. Sotterriamo, ma è solo la paura di chi non è ancora divenuto figlio perché non conosce l’amore del Padre.

Pensiamo che Dio voglia sottrarci qualcosa e sospettiamo di Lui, ingannati dalla menzogna primordiale nella quale sono caduti i progenitori: Dio non ti ama, vuole solo limitarti. E’  esigente, e la Chiesa, peggio di peggio.

Così, ascoltando il demonio, comincia a dominare in noi la paura che dietro alla Croce non vi sia la resurrezione, ma, nella migliore delle ipotesi, solo un grande punto interrogativo. La paura di chi ha smarrito la fede o si è lasciato raffreddare dagli insuccessi e dallo scandalo della sofferenza.

E’ lo stesso timore che a volte prende la Chiesa e le impedisce di annunciare il Vangelo sotterrando il talento in discussioni, convegni, slogan e proclami. La Chiesa che non annuncia il Vangelo è sempre una Chiesa che ha sepolto Cristo di nuovo. E così lascia sepolti quelli a cui è mandata, al suo interno e nel mondo.

Il servo malvagio, infatti, non riporta nessun talento guadagnato: la sua vita è stata infeconda. Quando la Chiesa, mondanizzata, ha paura e non crede nel potere della predicazione, sta gravemente abdicando, si converte in una serva malvagia e fannullona, che lascia nell’inganno e nella morte i suoi figli e i pagani: non li porta e riconsegna a Cristo.

Invece, proprio nei momenti in cui la storia ci crocifiggeva, il Signore consegnava il talento! I talenti, infatti, sono Cristo Crocifisso e risorto in noi, inviato ancora a vivere nella storia per seminarvi la sua vittoria sulla morte e il peccato.

Nei momenti di dolore e precarietà, lungi dall’essere duro ed esigente, Dio rivela il suo volto pieno di generosità e misericordia: proprio nella durezza della vita – che esiste a causa del peccato – Dio elargisce gratuitamente il suo potere.

Per questo, quando ci assalgono i pensieri tristi che ci gettano nella paura e nell’invidia bisogna correre “dai banchieri”, dagli esperti del “trading”, per imparare da loro, e perché ci aiutino a trafficare bene quanto ricevuto.

Quando ci accorgiamo di perdere il gusto per la volontà di Dio, avviciniamoci ai presbiteri, ai catechisti, ai genitori, agli esperti nella fede che Dio ha messo sul nostro cammino, e affidiamoci a loro.

Il Vangelo di oggi rovescia completamente la prospettiva del servo. E’ una catechesi decisiva nel cammino di fede che veniva data ai catecumeni perché non perdessero tempo e obbedissero alla Chiesa, che li invitava a trafficare nel crogiuolo della storia le Grazie e i beni, anche il denaro, ricevuti da Dio.

Per questo, “i servi fedeli nel poco” che ancora è questa vita terrena, con le occasioni di amare che ogni giorno ci offre, consegnano al Signore i talenti esattamente raddoppiati: a ciascun talento corrisponde un evento redento, un uomo salvato.

A ciascun talento, infatti, corrisponde lo Spirito Santo per entrare nella storia. Anche oggi l'”Uomo” vero, Cristo risorto, si consegna a noi perché possiamo “trafficare” il suo amore con tutti.

Sono loro “i frutti” già maturi per l’opera di Cristo che attendono il nostro talento per tornare a Lui. Quando entriamo in ufficio e salutiamo i colleghi, abbiamo mai pensato che sono venuti a lavorare perché aspettano da noi il talento che trasforma la loro invidia in pazienza? O che moglie e figli ci sono donati per immergere ogni loro peccato nella misericordia? Che ogni istante è un appuntamento unico e irripetibile, per “guadagnare” a Cristo la persona che incontriamo?

Quando marito e moglie si uniscono, il piacere è massimo e sazia proprio quando si donano mutuamente e completamente, senza riserve e contraccettivi, siano essi sulla carne e o nel cuore perché anche nel sesso il Talento è fecondo.

Ovunque siamo chiamati, preti, suore e laici, è preparata per noi la gioia piena e autentica dell’amore. La stessa gioia di Cristo esplosa la sera di Pasqua nel rivedere i suoi discepoli: il suo talento aveva dato il frutto meraviglioso della salvezza di quel manipolo di traditori.

Per questo la missione della Chiesa, è un’avventura affascinante: vivere trafficando il talento per oltrepassare ogni giorno la soglia dell’impossibile, oltre la quale c’è la gioia vera, la partecipazione piena ed eterna a tutti i beni di Dio.

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