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Migrants

Migrants (Wikimedia Commons)

Solidarietà: l’accoglienza che fa la differenza

L’apertura evangelica agli immigrati al centro di un dibattito a Catanzaro, con monsignor Bertolone e il cardinale Montenegro

Nell’anno giubilare della Misericordia, voluto da papa Francesco, l’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, presieduta dell’Arcivescovo metropolita e presidente della Conferenza Episcopale Calabra, mons. Vincenzo Bertolone, ha inteso offrire una occasione di confronto per mettere al centro dell’attenzione il tema della solidarietà. Il motivo principe è stato quello di sensibilizzare il contesto sociale, nelle sue articolazioni pubbliche e private, sul valore dell’accoglienza e della condivisione. Tema dell’incontro: Solidarietà: l’accoglienza che fa la differenza.

Nutrito il programma con le prime interessanti considerazioni di don Pietro Puglisi; mons. Bertolone; prof. Antonio Viscomi, vicepresidente della Giunta regionale e, a seguire, con le apprezzate relazioni del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e Presidente della Caritas Italiana; dott.ssa. Luisa Latella, Prefetto di Catanzaro, in rappresentanza del Ministero degli Interni; dott. Giovanni Mannoccio, delegato all’immigrazione per la Regione Calabria; la dott.ssa  Elena Spinelli, docente di metodi e Tecniche del sevizio sociale. Ha coordinato i lavori la dott.ssa Donatella Soluri.

Il numeroso pubblico ha registrato una grossa partecipazione di sacerdoti, di associazioni laiche e religiose, di seminaristi e di diversi rappresentanti della società civile e della politica locale. Il tema di grande attualità rischia, come ha sottolineato don Pietro Puglisi, di perdersi tra le tante parole degli appuntamenti periodici sull’argomento, rinunciando di fatto ad una vera rete sul territorio, capace di riappropriarsi del significato della Parola, da sempre luce in ogni aspetto della vita umana. Il sacerdote, che ha puntato il suo essenziale intervento sul valore dell’integrazione, non ha infatti sottaciuto la sua tristezza per i troppi cassetti chiusi, dove di solito in molti sistemano senza alcuna remore il libro eterno del vangelo e con esso la sua verità.

Mons. Bertolone, nel suo breve saluto, ha evidenziato come scoprire il volto dell’altro significhi incontrare il volto di Cristo. Chi infatti accoglie l’altro fa la differenza e, in ogni campo sociale, politico, economico, si trova ad esprimere quel valore cristiano che risana ogni cosa. Dinnanzi al dramma dei rifugiati o dei richiedenti asilo per disperazione, “l’altro è sempre la visita del nazareno a casa Nostra”. L’arcivescovo ha spiegato come i diversi, nell’accoglienza, diventino connessi tra di loro, costruendo argini possenti lungo la strada che fa delle relazioni una realtà costante di redenzione e di pace.

Citando Matteo 25,35-44: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato….”, il presule ha indicato all’assemblea come il mondo si trovi dinanzi ad un autentico manifesto sociale. Un modello che rivoluziona una società opulenta e disattenda al dramma di tanti fratelli stritolati da politiche economiche, insensibili verso una realtà dalle mille sofferenze umane. Un manifesto sociale che si riscontra invece nell’opera della Chiesa a favore dei meno fortunati, come testimonia con la sua vita il beato padre Giacomo Cusmano, fondatore della congregazione di cui fa parte lo stesso mons. Bertolone.

Fin dall’ottocento meridionale, il religioso siciliano, non esitò a reclamare il pane giornaliero per coloro che non potevano nutrirsi in alcun modo. Nasce così il “boccone per il povero”. Per il beato Cusmano, carità e fede, elementi universali, che portano luce a tutta l’umanità, rinnovano nel profondo e fanno più giusto il mondo intero. I poveri, aggiungeva in una omelia l’uomo servo del Signore, sono sacramento, perché nella persona del dimenticato c’è sempre tutto intero Cristo Gesù.

Il cardinale Francesco Montenegro ha catturato l’attenzione della sala per circa un’ora, cosa difficile in un convegno ricco di tante altre relazioni interessanti e piene di stimoli per i presenti. L’arte oratoria del porporato si è servita del racconto di storie vere, in cui sono stati coinvolti immigrati giovani e adulti, riuscendo a mantenere alta l’attenzione dei partecipanti, tra l’altro in maggioranza impegnati in prima persona in opere di carità e di accoglienza sul territorio di provenienza.

Emozionante la citazione di un giovane musulmano, Omar che, dalla donna che lo aveva cresciuto come un figlio, ebbe la raccomandazione di non disperarsi nei momenti di solitudine e di sconforto, cercando, in qualsiasi parte del mondo si fosse trovato, una chiesa, un parroco, dei fedeli. Così fece e si salvò a Lampedusa. Poi la storia del nigeriano, costretto a scappare da una comunità musulmana perché cristiano, nella speranza di trovare nelle nostre città cristiane asilo e conforto, non fu però come si aspettava. Si trovò, infatti, più solo di prima.

Storie che si contrappongono pesantemente; due facce della stessa medaglia che fanno capire come l’apertura verso chi fugge dalla disperazione non è ancora scontata. Il cardinale siciliano ha anche citato una ricerca dell’antropologa Paola Tabet, nella quale i bambini della scuola elementare e media, spesso già comunicati, hanno tratteggiato le figure degli immigrati. Il risultato è stato sconvolgente, nonostante ci siano state anche dei buoni riscontri.

Al tema assegnato: Se i tuoi genitori fossero neri, ecco alcune risposte citate dal porporato: “Li troverei disgustosi”; “Io avrei paura per sempre”; “Io proverei a dipingerli con un colore chiaro come il rosa e almeno diventerebbero di pelle italiana”; “Forse sarebbero poveri, quindi assassini, delinquenti, ladri e malfattori e li disprezzerei”, ecc. Un termometro che fa capire come l’argomento non possa vivere di slogan o di discorsi interessati a vario titolo, con il rischio di trovarci domani in una società, dove molte persone saranno inghiottite dalle sabbie mobili prodotte dall’insofferenza razziale.

Eppure ha ricordato, l’arcivescovo di Agrigento, noi italiani siamo stati immigrati e le stesse cose negative che spesso si dicono di quanti oggi arrivano disperati sulle nostre coste, persino l’ispettorato del lavoro americano, nel 1912, le scriveva relazionando sul comportamento dei nostri connazionali emigrati per lavoro. Gli immigrati non sono un problema, anzi per le ricerche della fondazione Moressa, ricordate dal cardinale, sono una vera ricchezza.

Lo sono per le casse dell’INPS con i versamenti a favore dei dipendenti regolarizzati; per lo Stato che incassa i proventi della tassazione di oltre cinquecentomila aziende messe in piedi da gente da alcuni ancora disprezzata. La stessa criminalità in Italia, si riferisce nell’indagine, è di fatto in crescita tra la nostra popolazione, mentre è diminuita tra coloro che sono arrivati da più anni da oltre mare, tra l’altro per il 54% di religione cattolica. L’informazione che passa è pero di altra natura e tende a criminalizzare ogni azione legata a chi arriva nel nostro Paese, alimentando la sindrome della paura, che, per il card. Montenegro ha ormai invaso le nostre case, producendo indifferenza e avversione.

Non è perciò facile parlare del pianeta immigrazione che conta nel mondo oltre 250 milioni persone, come fosse un sesto continente. Una realtà questa, ha sostenuto Montenegro, che nessuno può ignorare, ma con la quale bisogna assolutamente confrontarsi e misurarsi, non negando i diritti naturali reclamati e costruendo le basi assieme di un mondo nuovo. Un momento di commozione ha attraversato l’assemblea quando l’arcivescovo di Agrigento ha ricordato le donne giunte a Lampedusa, quasi sempre sporcate del sangue, frutto degli stupri a cui sono state soggette le sventurate sui barconi. Un quadro desolante ma terribilmente vero.

Senza dimenticare i bambini che scompaiano, di cui nessuno conosce la destinazione, ma di sicuro esposti alla prostituzione, al lavoro nero e alla vendita di organi umani. La nostra civiltà non può chiudere gli occhi dinnanzi a tanta desolazione. Tragedia che si amplifica quando l’Europa decide di rimandare indietro chi ha bussato alle nostre porte. Il cardinale Montenegro ha messo in evidenza come il ritorno nella terra d’origine, per questa gente, è peggio della loro dolorosa partenza, perché la loro mente è ormai perfettamente devastata.

Questi poveri, che spesso si sopportano con fatica, sono da considerare una risorsa, perché ci permettono di restituire quanto il nostro egoismo ha spesso tolto loro. Quello che sta succedendo deve stimolare ognuno a fare i conti con la propria coscienza e con il Vangelo spesso dimenticato. “Il Vangelo – ha spiegato Montenegro – non credo che sia un libro scritto per fare addormentare i bambini, ma è stato scritto per noi adulti perché possiamo rimanere svegli. Il Vangelo spesso non dà carezze, ma scuote”. Il cristiano, dinnanzi al dolore altrui, deve esserci, non può far finta di nulla.

Il Signore, ha ricordato infine il porporato, nel suo testamento ci ha lasciato l’eucaristia e i poveri, ma noi da tempo abbiamo strappato quel foglio e abbiamo messo nel cassetto la parte che riguarda l’aiuto al prossimo dimenticato. L’eucaristia senza poveri è però un’altra cosa e non ci permette di glorificare il Signore. Duemila anni di cristianesimo, ha concluso il cardinale Montenegro, non possono consegnarci questo scenario inumano. Tocca quindi ad ognuno di noi fare di tutto perché si possa invertire rotta, contribuendo alla costruzione di una società migliore, dove nell’altro che soffre non manchi mai la presenza di Cristo che ci sollecita ad esserci e non a scappare.

In chiusura sono stato consegnati i premi “Città Solidale” ad organismi ecclesiali e Comuni che si sono distinti per il servizio che offrono alle persone in difficoltà, particolarmente straniere, rifugiati e richiedenti asilo: Sergio Abramo, sindaco di Catanzaro; Gregorio Gallello, sindaco di Gasperina; Raffaele De Santis, sindaco di San Pietro Apostolo; Pasquale Muccari, sindaco di Squillace, e padre Umberto Papaleo ofm, Conventino Sant’Antonio di Catanzaro.

About Egidio Chiarella

Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, ha fatto parte dell'Ufficio Legislativo e rapporti con il Parlamento del Ministero dell'Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo "La nuova primavera dei giovani" e del saggio “Sui Sentieri del vecchio Gesù”, nato su ZENIT e base ideale per incontri e dibattiti in ambienti laici e religiosi. L'ultimo suo lavoro editoriale si intitola "Luci di verità In rete" Editrice Tau - Analisi di tweet sapienziali del teologo mons. Costantino Di Bruno. Conduce su Tele Padre Pio la rubrica culturale - religiosa "Troppa terra e poco cielo".

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