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Slovacchia: solo il 21,3% alle urne per il referendum pro-famiglia

Il referendum anti-gender dell’Alleanza per la famiglia, osteggiato dai media ma sostenuto da Papa e Chiesa locale, non è riuscito a motivare un numero sufficiente di elettori

Solo il 21,3% degli slovacchi si è recato alle urne sabato 7 febbraio per il referendum che intendeva ‘blindare’ a livello costituzionale e legislativo l’esclusività del matrimonio come ‘unione tra un uomo e una donna’, il divieto di adozione ed educazione di bambini per gli omosessuali, la possibilità di astenersi dalle lezioni scolastiche di educazione sessuale.

Il referendum non ha dunque superato il quorum richiesto per la sua validità ossia il 50% di votanti. Degli elettori che hanno deposto la scheda nell’urna, circa il 90% ha approvato le tre richieste, osteggiate da gran parte dai media e dalle pressioni internazionali e appoggiate con un forte impegno dalla Chiesa slovacca e dal chiaro incoraggiamento di Papa Francesco.

Si sapeva che sarebbe stato difficile raggiungere il quorum in un Paese che ha visto votare solo il 13% degli elettori alle recenti elezioni europee e meno della metà (48,3%) alle ultime elezioni comunali. Tanto più che il referendum era ‘staccato’ da queste ultime, al contrario di quanto dichiarato in un primo tempo dal presidente della Repubblica Kiska: un rinvio a febbraio dalle conseguenze facilmente ipotizzabili.

Da una parte si deve pur registrare come dato significativo che il 90% dei votanti ha appoggiato le richieste referendarie, seguendo così le forti indicazioni date dalla Chiesa cattolica locale. Dall’altra è evidente che tali indicazioni non sono bastate per motivare un numero sufficiente di slovacchi (per il 70% cattolici) a deporre il proprio ‘sì’ nell’urna. Il quorum è restato lontano e la partecipazione è stata di fatto assai inferiore anche a quanto previsto dai sondaggi demoscopici che la prevedevano in ogni caso al 35%.

Il voto a double face di domenica 7 febbraio non comporterà conseguenze a livello immediato, dato che il matrimonio inteso come unione tra uomo e donna è già ancorato nella Costituzione. Darà però probabilmente fiato alle rivendicazioni libertarie. E qui si apre una pagina nuova e incerta nei suoi esiti anche per un Paese come la Slovacchia, finora profondamente conservatore nella difesa dei valori della tradizione familiare.

Nata nel 1993 dalla divisione della Cecoslovacchia, a poco più di tre anni dalla caduta del Muro di Berlino, la Repubblica slovacca conta oggi circa 5 milioni e mezzo di abitanti, di cui oltre il 70% si dichiara cattolico (per quasi il 95% di rito romano, per poco più del 5% greco-cattolico). I protestanti sono il 9%, gli ortodossi l’1%. Circa 4,4 milioni i cittadini con diritto di voto.

In Slovacchia viene fin qui riconosciuto un solo tipo di matrimonio, quello tra uomo e donna. Nel 2012 il Parlamento ha rifiutato il registro delle coppie conviventi. Nel giugno del 2014, con 102 voti contro 18,  sempre il Parlamento (di 150 membri) ha emendato la Costituzione con la necessaria maggioranza dei due terzi iscrivendovi la definizione di matrimonio come “unione tra un uomo e una donna”.

Intanto a fine 2013 si era costituita, dopo una grande manifestazione cattolica a Kosice contro l’aborto e la ‘cultura della morte’, l’Alleanza per la famiglia. La manifestazione era stata promossa subito dopo la larga vittoria (66%) dei difensori della famiglia nel referendum croato. Pur valutando positivamente il voto parlamentare slovacco che aveva emendato la Costituzione, l’‘Alleanza’ aveva deciso di lanciare una petizione popolare per ‘blindare’ ulteriormente, a scopo preventivo e con lo strumento di un referendum, la Costituzione contro il dilagare in Europa delle ideologie anti-famiglia e del gender.

Del resto il Ministero slovacco del lavoro e delle politiche sociali già aveva steso un documento per imporre una “Strategia” quinquennale per l’uguaglianza di genere, con grande evidenza data alla valorizzazione dei diritti della comunità lgbt a detrimento – anche finanziario – delle necessità della famiglia.

Quattro le domande da sottoporre a referendum. La prima: E’ d’accordo che il matrimonio deve essere considerato esclusivamente come l’unione di un uomo e una donna? La seconda: E’ d’accordo che alle coppie o ai gruppi di persone omosessuali non debba essere permesso di  adottare ed educare dei bambini? La terza: E’ d’accordo che la scuola non possa obbligare gli allievi a partecipare a lezioni i cui contenuti – riguardanti comportamenti sessuali o il tema dell’eutanasia – non siano condivisi da loro stessi o dai genitori? La quarta: E’ d’accordo che le forme di convivenza fuori del matrimonio non debbano godere di particolati diritti?

A fine agosto – con una forte collaborazione delle parrocchie – erano state raccolte oltre 400mila firme, di cui più di 350mila considerate valide. Più che sufficienti perché si dovesse svolgere il referendum. Di fronte alle violente proteste del fronte libertario nazionale ed europeo, il presidente della Repubblica Kiska decise però di chiedere un giudizio di costituzionalità alla Corte costituzionale, rimangiandosi la promessa di convocare il referendum a metà novembre, in contemporanea con le elezioni locali. Il 30 ottobre la Corte ammise tre dei quattro quesiti, respingendo quello riguardante la negazione di particolari diritti alle forme di convivenza fuori del matrimonio.  

Fissato il voto per sabato 7 febbraio 2015, senza il ‘traino’ delle elezioni comunali, la campagna si è fatta accesa. Per i referendisti si trattava dunque di compiere una sorta di ‘miracolo laico’, dato anche che gran parte della stampa era schierata contro il referendum, le principali reti televisive del Paese avevano rifiutato uno spot pubblicitario dell’Alleanza (un bambino vede arrivare due uomini cui è stato affidato e chiede smarrito: “Dov’è la mamma?”….) e le pressioni ‘europee’ ostili erano incessanti e crescenti di giorno in giorno.

Dalla parte dell’Alleanza la Chiesa slovacca, che senza ambiguità e con decisione, ha sostenuto concretamente il referendum anche con una lettera pastorale (letta in tutte le chiese) e diversi appelli. Nell’ultimo i vescovi slovacchi evidenziavano che “il nostro futuro dipende dalla famiglia in cui i bambini crescono così come dagli stimoli che ricevono dall’ambiente che li circonda”. “Non si può proprio considerare una questione irrilevante – continuavano i vescovi – che le generazioni future siano formate da persone equilibrate e moralmente mature o da persone demoralizzate sin dalla propria infanzia, incapaci di intessere relazioni stabili”. Perciò la partecipazione al referendum è doverosa, perché “dobbiamo essere testimoni della verità e della dignità di ogni persona”. Conclusione: “Non tutte le generazioni hanno l’opportunità di poter decidere del futuro della propria patria. Non esitate a incoraggiare le vostre famiglie e i vostri amici a prendere parte a questo referendum per il bene e per il futuro della Slovacchia”.

Forte e chiaro da Roma il sostegno di papa Francesco. Il 22 gennaio 2014, ad alcuni giovani slovacchi in occasione della messa mattutina a Santa Marta: “Saluto la coraggiosa Chiesa slovacca che sta lottando per la difesa della famiglia. Andate avanti con coraggio”. Il 4 febbraio 2015, nei ‘saluti’ al termine della catechesi dell’Udienza generale: “Saluto i pellegrini slovacchi e, tramite loro, desidero esprimere il mio apprezzamento all’intera Chiesa slovacca, incoraggiando tutti a proseguire nell’impegno in difesa della famiglia, cellula vitale della società”.

[Fonte: Rosso Porpora]

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