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Sinodo: parlano gli svizzeri

Interviste a fra Mauro Jöhri, ministro generale dei Cappuccini, e a mons. Markus Büchel, vescovo di San Gallo e presidente della Conferenza Episcopale elvetica

Manca poco alla chiusura del Sinodo straordinario sulla famiglia. Questa sera verrà presentata la “Relatio Synodi”, il documento finale frutto del confronto franco tra tesi diverse che ha caratterizzato la grande assise. Proprio sul dibattito in Aula abbiamo interpellato due voci dalla Svizzera: fra Mauro Jöhri, grigionese e ministro generale dei Cappuccini e a mons. Markus Büchel, vescovo di San Gallo e presidente della Conferenza episcopale elvetica.

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Fra Mauro, mentre incominciano questa intervista il cielo sopra Roma è gravido di nuvoloni, alcuni neri come il carbone. Stesso cielo anche sopra l’Aula del Sinodo?

Direi di no. Per me il Sinodo è stato fin qui positivo, un cammino che si fa insieme. Il Papa ha fatto un solo intervento, in apertura, chiedendo ai padri sinodali di esercitare nel dibattito la parresia, un termine greco che indica fermezza e chiarezza nelle prese di posizione. Siamo ormai verso la fine del Sinodo e domani (Ndr: oggi per chi legge) si voterà la Relatio Synodi, la relazione finale. E’ chiaro che con lo sviluppo dei lavori – è ormai di dominio pubblico – si sono profilate con nettezza due tesi diverse, che si confrontano francamente. Certo il confronto è anche rumoroso, si avverte la preoccupazione di chi teme che il Sinodo vada troppo in là e di chi al contrario teme che resti sulle posizioni di sempre. In tal senso, le bocce non sono per nulla ferme.

Dopo la prima settimana di interventi nel plenum dell’assemblea, in questa Lei ha collaborato ai lavori di uno dei gruppi linguistici italofoni, presieduto dal cardinale curiale Fernando Filoni, con relatore l’arcivescovo di Ancona Edoardo Menichelli. Nel gruppo non c’erano solo italiani, ma anche svizzeri come Lei e pure cardinali non certo ‘aperturisti’ come il polacco Rylko e l’olandese Eijk…

All’interno del mio gruppo mi sembra sia prevalsa la tendenza piuttosto restrittiva. Ad esempio sono stati de facto stralciate dal capitolo II dalla Relatio post disceptationem -, la relazione presentata lunedì scorso che riassume la prima settimana di dibattito e prospetta direzioni da imboccare – sial’ipotesi dell’ammissione graduale dei divorziati risposati alla comunione che quella con cui si riconoscono ‘elementi di santificazione’ anche in unioni diverse dal matrimonio cattolico. Ho tentato di ‘recuperare’, proponendo che le ipotesi fossero almeno studiate. Sono comunque contento nel senso che la preoccupazione di accompagnare pastoralmente – anche come ‘propedeutica’ al matrimonio – le nuove ‘unioni’ è condivisa largamente.

Ci pare di capire che è emersa fortemente la volontà dell’accompagnamento pastorale, ma senza che vi siano ricadute in campo canonico…

La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio non la vuole mettere in discussione nessuno. Però la questione dell’ammissione alla comunione dei divorziati risposati è sentita da tanti, che chiedono che si trovino delle soluzioni soddisfacenti. Magari partendo da un cammino penitenziale…

Ci si può chiedere come realisticamente possa pentirsi un divorziato felicemente risposato e con figli… che significherebbe in tal caso ‘cammino di pentimento’? Sarebbe credibile?

Se è felicemente risposato vuol dire che c’è stata una rottura precedente, che il matrimonio è fallito. ‘Cammino penitenziale’ significa riconoscere che si è presa sopra di sé una colpa e ciò comporta un percorso temporale lungo prima di essere ammesso alla comunione, naturalmente dopo aver dimostrato di aver assunto degli impegni con il nuovo coniuge, degli impegni con i figli… Situazioni del genere potrebbero portare caso per caso all’ammissione alla comunione: si ipotizza che debba essere il vescovo a decidere.

Ripeto: siamo a livello di ipotesi. Anzi, secondo me, neanche alla fine di questo Sinodo verrà data un’indicazione precisa. Il tutto verrà rimesso alla valutazione delle Conferenze episcopali dei tanti Paesi del mondo. Almeno però già sarà offerta una prima valutazione della questione, svolta da un’assemblea universale di vescovi.

Fra Mauro, chi è che deciderebbe che il caso è meritevole di essere esaminato? Secondo l’ipotesi citata, il vescovo diocesano…

Penso che, sempre a livello di ipotesi, se qualcuno si presenta di poter fare un cammino per essere ammesso alla Comunione, il primo interlocutore è il parroco o un sacerdote di fiducia. Questi segnalerà al vescovo la richiesta, se giudicherà che è fatta seriamente e in piena disponibilità d’animo. Mi preme anche evidenziare un aspetto importante della questione del matrimonio cattolico: non dimentichiamo che dobbiamo assolutamente migliorare – l’hanno rilevato in molti – la preparazione al matrimonio stesso: infatti tanti si sposano davanti all’altare per tradizione, per compiacere i genitori o l’ambiente, ma a ben guardare, non hanno quella preparazione adeguata che si richiede per un impegno così fondamentale nella vita, che per la Chiesa è un sacramento. .

Questo che sta finendo è il Suo terzo Sinodo, dopo quelli sul Medio Oriente e sulla nuova evangelizzazione. Ha trovato delle differenze importanti?

Questo Papa vuole trasmettere la sua sensibilità pastorale a tutti così come il suo linguaggio e il suo stile nuovi. Il Sinodo è allora un’occasione privilegiata di confronto nuovo. E’ ormai chiaro ed evidente che papa Francesco raccoglie attorno a sé consensi ed anche voci critiche e preoccupate. E’ da ammirare, poiché non ha paura dei conflitti. Sono molto curioso di vedere come andrà a finire questo Sinodo… la partita non è pari ma è comunque ancora incerta. Si dovrà arrivare proprio per la natura della sinodalità a una posizione di compromesso. Speriamo alto.

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Monsignor Buechel, per Lei era il primo Sinodo…come l’ha vissuto?

Come vescovo è stata per me un’esperienza molto profonda, caratterizzata dall’incontro fecondo con i vescovi di tutto il mondo per discutere di un argomento, quello della pastorale della famiglia, che sta a cuore a tutti. A casa siamo abituati ad occuparci della pastorale della nostra piccola diocesi, della nostra area linguistica, al massimo di tutta la Svizzera: qui a Roma invece abbiamo potuto allargare lo sguardo ai tanti e diversificati problemi della Chiesa universale. Bello anche che il Papa sia stato sempre presente e abbia ascoltato con attenzione, a significare che per lui quanto dicono e consigliano i vescovi è importante.

Il dibattito sia nell’Assemblea che nei ‘Circuli minores’ (linguistici, formati mediamente da una ventina di vescovi) è sempre stato caratterizzato dalla ‘parresia’ cioè dalla franchezza…

Certamente. Per me era veramente tutto nuovo. Ogni vescovo aveva la possibilità di parlare per 4 minuti di ciò che era emerso particolarmente per quanto riguarda la quotidianità della vita di famiglia nella consultazione fatta in casa propria anche tramite il ‘Questionario’. Poteva poi parlare brevemente nell’ora di interventi non annunciati. Nella prima settimana ognuno ha ascoltato molto. La sintesi generale di quanto detto è poi confluita nella Relazione intermedia presentata lunedì e discussa in seguito a livello ristretto nei gruppi linguistici…

Tale ‘Relazione’ è stata molto criticata. Si è chiesto in particolare di inserire con più forza il concetto della bellezza della famiglia e di modificare profondamente i passi riguardanti i punti più controversi come quelli dell’eventuale accesso alla comunione dei divorziati risposati, quello sull’atteggiamento da tenere verso le convivenze dello stesso sesso, quelli postulanti il riconoscimento di ‘elementi di santificazione’ anche nelle unioni fuori del matrimonio cattolico…

Certo che è stata criticata. Ma per me ciò è normale espressione di un processo naturale di valutazione. Il tema della pastorale della famiglia è molto delicato. Da noi l’80% di chi ha risposto al ‘Questionario’ ritiene che si debbano ammettere alla comunione i divorziati risposati, il 60% vorrebbe la benedizione delle unioni omosessuali. Sono temi che suscitano reazioni molto diversificate, anche a dipendenza della cultura in cui si vive.

Giovedì in conferenza-stampa il cardinale Schönborn ha ribadito che la Chiesa deve rispettare ogni persona, indipendentemente dalla sua sessualità, ma non può approvare ogni suo comportamento sessuale…

E’ quello che ci dice chiaramente anche il Catechismo della Chiesa cattolica, rivisto negli Anni Novanta da una Commissione di cui era segretario proprio l’odierno arcivescovo di Vienna. Nemmeno si può ammettere che si dia il nome di matrimonio a unioni che non siano quelle tra uomo e donna, aperto alla procreazione dei figli, come è nell’ordine della Creazione.

Tornando all’eventualità della comunione per i divorziati risposati, che cosa è emerso nel Suo gruppo linguistico?

Da noi è emerso che non si può e deve cambiare l’insegnamento della Chiesa: il matrimonio deve restare indissolubile, come ci ha detto Gesù Cristo. Oggi ci sono molti divorziati risposati: certo la Chiesa non può escluderli, Cristo ha abbracciato tutti! Dobbiamo perciò accompagnare con amore i divorziati risposati. E’ stato detto che essi hanno sempre la possibilità della comunione spirituale, difficile da spiegare oggi.  Ma io mi chiedo: essendo loro data tale possibilità, perché mai dovrebbe essere loro negato di ricevere la comunione sacramentale?

In Svizzera il vescovo di Coira Vitus Huonder ha prospettato le braccia al sen conserte per i divorziati risposati, così che il celebrante comprenda che non può dar loro la comunione. Sulla stessa linea anche il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi…

Nella Svizzera tedesca la questione della comunione dei divorziati risposati e di altre persone che vivono in situazioni irregolari suscita sempre grandi emozioni. Alla proposta di incrociare le braccia si oppone una resistenza dura e compatta… non se ne può nemmeno accennare. Sarebbe anche difficilissimo distinguere tra chi potrebbe e chi non potrebbe ricevere la comunione: tu sì, tu no… Penso che ognuno dovrebbe decidere da sé se può ricevere la comunione oppure no. Del resto non si prega: “Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”?

Prima del Sinodo si è letto che durante i lavori si sarebbero confrontati soprattutto un’Africa ‘conservatrice’ e un’Europa ‘progressista’. I vescovi africani sono stati effettivamente compatti contro ‘aperture’ giudicate come ‘tradimento’; gli europei sono apparsi invece molto divisi…

Sì, le voci europee sono state in realtà molto diversificate. Anche in Europa ci sono culture differenti tra loro. In particolare tra Europa centro-orientale ed Europa occidentale: la prima rimprovera alla seconda un ‘lassismo’ intollerabile. Anche ieri ho ascoltato il metropolita ortodosso russo Hilarion, delegato fraterno, che ha ribadito come l’Occidente sia moralmente malato. Ma noi abbiamo la nostra cultura, da vivere però in una società molto secolarizzata. E, da cristiani, dobbiamo trovare un linguaggio che riesca ad avvicinare ed accompagnare l’uomo d’oggi nelle difficoltà quotidiane. E’per noi una sfida tanto difficile quanto ineludibile, da affrontare in modo ancora più convinto nell’anno che ci separa dal secondo Sinodo sulla famiglia dell’ottobre 2015. 

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Le interviste a fra Mauro Jöhri e a mons. Markus Büchel sono tratte dal blog “RossoPorpora” e appaiono anche in una pagina di ‘Catholica’ – inserto del ‘Giornale del Popolo’ (quotidiano cattolico della Svizzera italiana) – nell’edizione di sabato 18 ottobre 2014.


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