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Synod of bishops on the family

PHOTO.VA - OSSERVATORE ROMANO

Sinodo. Divorziati risposati: approvata per due voti soluzione “caso per caso”

Apertura al cammino di “discernimento”, alla luce della Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II. Tutti i 94 punti della Relatio finale raggiungono maggioranza dei 2/3

È una Chiesa sinodale e misericordiosa quella che emerge dalla Relazione finale che i Padri hanno votato oggi pomeriggio paragrafo per paragrafo. Ogni punto dei 94 presentati è stato approvato con la maggioranza necessaria dei 2/3. Già il cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, aveva anticipato al briefing di questa mattina che si trattava di un documento di “consenso” che ha perfettamente sintetizzato il sentire della Chiesa universale. Ed effettivamente alcuni punti hanno superato il 90% dei voti favorevoli.  Approvati anche i paragrafi sui temi più controversi come divorziati risposati e omosessuali che al Sinodo dello scorso anno invece non avevano raggiunto il quorum e che quest’anno invece sono arrivati al limite. 

Divorziati risposati: discernimento “caso per caso”

Tre, in particolare, i paragrafi dedicati alla questione dell’accesso ai sacramenti per divorziati risposati civilmente: 84, 85 86. Il primo (84), ha ricevuto 178 voti a favore e 80 contrari (il numero più alto di non placet). Passa quindi per due voti.  In esso si legge: “I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti”. 

“La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate”, è scritto nella Relatio. Essi – prosegue il documento – “non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo”. 

Quest’integrazione, secondo il Sinodo, è “necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità”.

Nel testo si ricorda quindi la Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II, che ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni – scriveva il Pontefice polacco – C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido» (FC, 84)”. 

Quindi, si ribadisce nella Relatio fynalis, “compito dei presbiteri è accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento”. 

Gli stessi divorziati risposati vengono invece invitati a “chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione – è scritto nel testo – può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno”. Inoltre, “non si può negare che in alcune circostanze l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate a causa di diversi condizionamenti”. Di conseguenza, “il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla ‘imputabilità soggettiva’”. In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso”. 

Perciò, “pur sostenendo una norma generale”, il Sinodo reputa “necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi”.

“Il percorso di accompagnamento e discernimento – si legge ancora – orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno,  concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità, questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa”.  Perché questo avvenga, secondo i Padri “vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa”.

Omosessuali: accoglienza, no matrimoni

Sulla questione degli omosessuali, “la Chiesa – recita la Relazione finale – conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni”. Nel concreto, nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, “ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione”.  Una specifica attenzione è richiesta dunque per l’accompagnamento di queste famiglie. Mentre circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, viene rimarcato che “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. In tal ottica, il Sinodo ritiene “del tutto inaccettabile” che “le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”.

Disabili: dono prezioso per crescere nell’amore

Uno sguardo speciale viene chiesto anche per le famiglie di persone con disabilità, “in cui l’handicap, che irrompe nella vita, genera una sfida, profonda e inattesa, e sconvolge gli equilibri, i desideri, le aspettative”. “Ciò – affermano i Padri – determina emozioni contrastanti e decisioni difficili da gestire ed elaborare, mentre impone compiti, urgenze e nuove responsabilità. L’immagine familiare e l’intero suo ciclo vitale vengono profondamente turbati”.  Grande ammirazione viene espressa per “le famiglie che accettano con amore la difficile prova di un figlio disabile”: esse – si legge – “danno alla Chiesa e alla società una testimonianza preziosa di fedeltà al dono della vita. La famiglia potrà scoprire, insieme alla comunità cristiana, nuovi gesti e linguaggi, forme di comprensione e di identità, nel cammino di accoglienza e cura del mistero della fragilità. Le persone con disabilità costituiscono per la famiglia un dono e un’opportunità per crescere nell’amore, nel reciproco aiuto e nell’unità”.

La Chiesa, famiglia di Dio, desidera quindi essere “casa accogliente” per le famiglie con persone disabili, collaborando “a sostenere la loro relazione ed educazione familiare”, e offrendo “cammini di partecipazione alla vita liturgica della comunità”. Per diversi disabili “abbandonati o rimasti soli le istituzioni ecclesiali di accoglienza costituiscono spesso l’unica famiglia”, anche se “tale processo di integrazione risulta più difficile in quelle società in cui perdura lo stigma e il pregiudizio – persino teorizzato in chiave eugenetica”.  Un’attenzione ancora più speciale – si legge nel documento – “va rivolta alle persone disabili che sopravvivono ai loro genitori e alla famiglia più ampia che li ha sostenuti lungo la vita. La morte di coloro da cui sono stati amati e che essi hanno amato li rende particolarmente vulnerabili. La famiglia che accetta con lo sguardo della fede la presenza di persone con disabilità potrà riconoscere e garantire la qualità e il valore di ogni vita, con i suoi bisogni, i suoi diritti e le sue opportunità. Essa solleciterà servizi e cure, e promuoverà compagnia ed affetto, in ogni fase della vita”.

Tecnica e procreazione umana

Lo sguardo dei vescovi si posa anche sulla rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana che “ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna”. In questo modo, scrivono i Padri, “la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie, non necessariamente eterosessuali e regolarmente coniugate”. Un fenomeno, questo, che si è presentato negli ultimi tempi come una novità assoluta sulla scena dell’umanità, e sta acquistando una sempre maggiore diffusione anche “nella dinamica delle relazioni, nella struttura della vita sociale e negli ordinamenti giuridici”. 

Ruolo della donna, sfruttamento, disuguaglianza 

A questa riflessione si lega quella sulla donna che il Sinodo ribadisce: “ha un ruolo determinante nella vita della persona, della famiglia e della società”. “La madre – si legge nella Relatio – custodisce la memoria e il senso della nascita per una vita intera”, peranto “la dignità della donna ha bisogno di essere difesa e promossa”. “Non si tratta semplicemente di un problema di risorse economiche, ma di una diversa prospettiva culturale, come evidenzia la difficile condizione delle donne in vari paesi di recente sviluppo”. In numerosi contesti, infatti, ancora oggi, “essere donna suscita discriminazione: il dono stesso della maternità è penalizzato anziché valorizzato. D’altra parte, essere sterile per una donna, in alcune culture, è una condizione socialmente discriminante. Non bisogna nemmeno dimenticare i fenomeni crescenti di violenza di cui le donne sono vittime all’interno delle famiglie. Lo sfruttamento delle donne e la violenza esercitata sul loro corpo sono spesso unite all’aborto e alla sterilizzazione forzata”.

A ciò – è evidenziato nel testo – si aggiungono le conseguenze negative di pratiche connesse alla procreazione, quali l’utero in affitto o il mercato dei gameti e degli embrioni. “L’emancipazione femminile richiede un ripensamento dei compiti dei coniugi nella loro reciprocità e nella comune responsabilità verso la vita familiare. Il desiderio del figlio ad ogni costo non ha portato a relazioni familiari più felici e solide, ma in molti casi ha aggravato di fatto la diseguaglianza fra donne e uomini”. In tal senso viene chiesta una “maggiore valorizzazione” della responsabilità delle donne nella Chiesa: “il loro intervento nei processi decisionali, la loro partecipazione al governo di alcune istituzioni, il loro coinvolgimento nella formazione dei ministri ordinati”.

Preparazione al matrimonio: a volte povera di contenuti

Tre paragrafi sono dedicate alla preparazione del matrimonio cristiano che – precisano i partecipanti al Sinodo – “non può ridursi ad una tradizione culturale o a una semplice convenzione giuridica”, ma “è una vera chiamata di Dio che esige attento discernimento, preghiera costante e maturazione adeguata”. Per questo vengono chiesti “percorsi formativi che accompagnino la persona e la coppia in modo che alla comunicazione dei contenuti della fede si unisca l’esperienza di vita offerta dall’intera comunità ecclesiale”. L’efficacia di questo aiuto richiede anche un miglioramento della catechesi prematrimoniale, talvolta – è scritta nella Relatio – “povera di contenuti”. Anche la pastorale dei nubendi deve inserirsi nell’impegno generale della comunità cristiana e vanno tenute “ben presenti le tre tappe indicate da Familiaris Consortio: la preparazione remota, che passa attraverso la trasmissione della fede e dei valori cristiani all’interno della propria famiglia; la preparazione prossima, che coincide con gli itinerari di catechesi e le esperienze formative vissute all’interno della comunità ecclesiale; la preparazione immediata al matrimonio, parte di un cammino più ampio qualificato dalla dimensione vocazionale”.

Sessualità, obiezione di coscienza per programmi di indottrinamento sessuale

“Nel cambiamento culturale in atto spesso vengono presentati modelli in contrasto con la visione cristiana della famiglia”, riflette il Sinodo. E “la sessualità è spesso svincolata da un progetto di amore autentico”. In alcuni Paesi vengono addirittura “imposti dall’autorità pubblica progetti formativi che presentano contenuti in contrasto con la visione umana e cristiana”. Rispetto ad essi il Sinodo afferma con decisione “la libertà della Chiesa di insegnare la propria dottrina e il diritto all’obiezione di coscienza da parte degli educatori”. Al contempo, ribadisce che “la famiglia, pur rimanendo spazio pedagogico primario non può essere l’unico luogo di educazione alla sessualità”. Occorre, per questo, “strutturare veri e propri percorsi pastorali di supporto, rivolti sia ai singoli sia alle coppie, con una particolare attenzione all’età della pubertà e dell’adolescenza, nei quali aiutare a scoprire la bellezza della sessualità nell’amore”. 

In questa luce, è necessario ricordare “l’importanza delle virtù, tra cui la castità, condizione preziosa per la crescita genuina dell’amore interpersonale. L’itinerario formativo – si legge nel testo finale – dovrebbe assumere la fisionomia di un cammino orientato al discernimento vocazionale personale e di coppia, curando una migliore sinergia tra i vari ambiti pastorali”. 

Gender: maschio e femmina li creò

Sul tema, la Relazione dei vescovi del Sinodo è netta: “Il cristianesimo proclama che Dio ha creato l’uomo come maschio e femmina, e li ha benedetti affinché formassero una sola carne e trasmettessero la vita. La loro differenza, nella pari dignità personale, è il sigillo della buona creazione di Dio. Secondo il principio cristiano, anima e corpo, come anche sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare”.

Adozione di bambini, orfani e abbandonati 

Sono questi “accolti come propri figli, nello spirito della fede assume la forma di un autentico apostolato familiare, più volte richiamato e incoraggiato dal Magistero”, affermano i Padri sinodali. “La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, al di là dei casi in cui è dolorosamente segnata dalla sterilità. Tale scelta è segno eloquente dell’accoglienza generativa, testimonianza della fede e compimento dell’amore. Essa restituisce reciproca dignità ad un legame interrotto: agli sposi che non hanno figli e a figli che non hanno genitori”. Vanno pertanto “sostenute tutte le iniziative volte a rendere più agevoli le procedure di adozione. Il traffico di bambini fra Paesi e Continenti va impedito con opportuni interventi legislativi e controlli degli Stati”.

A fronte di “quelle situazioni in cui il figlio è preteso a qualsiasi costo, come diritto del proprio completamento”, il Sinodo afferma che “l’adozione e l’affido rettamente intesi mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sé ed occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo”.  

Abusi sessuali in famiglia: tolleranza zero

“Prevenzione e cura” viene chiesta nei casi di violenza familiare che – si legge – “richiedono una stretta collaborazione con la giustizia per agire contro i responsabili e proteggere adeguatamente le vittime”. Inoltre, “è importante promuovere la protezione dei minori dall’abuso sessuale”. Ribadita quindi la “tolleranza zero” in questi casi, “insieme all’accompagnamento delle famiglie”.  

Unioni civili e convivenze 

Deciso il punto di vista dei Padri sulle “situazioni che non corrispondono ancora o non più ad esso”. “In molti Paesi un crescente numero di coppie convivono, senza alcun matrimonio né canonico, né civile”, osservano i Padri: “in alcuni Paesi esiste il matrimonio tradizionale, concertato tra famiglie e spesso celebrato in diverse tappe. In altri Paesi invece è in crescita il numero di coloro che, dopo aver vissuto insieme per lungo tempo, chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa”.

“La semplice convivenza – si legge ancora – è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto diventano sempre più numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma anche per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto”. Ci sono anche “pregiudizi o resistenze” nei confronti dell’unione sacramentale, “da situazioni culturali o contingenti”.

Tutte queste situazioni vanno affrontate quindi in maniera costruttiva, “cercando di trasformarle in opportunità di cammino di conversione verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo”. In molte circostanze, infatti, “la decisione di vivere insieme è segno di una relazione che vuole realmente orientarsi ad una prospettiva di stabilità. Questa volontà, che si traduce in un legame duraturo, affidabile e aperto alla vita può considerarsi un impegno su cui innestare un cammino verso il sacramento nuziale”.  

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Per il testo integrale della Relazione finale del Sinodo cliccare qui

 

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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