Dona Adesso

Siamo, per natura, un dono, inscritto nel dono più grande che ci ha generato

Commento al Vangelo della VI domenica di Pasqua (Anno B) – 10 maggio 2015

Tranquilli, “Dio non fa preferenze di persone”. Per essere eletti da Lui non abbiamo bisogno di fare alcuna campagna elettorale, anzi. E’ meglio essere capaci di nulla, senza nobili natali. Insomma tu ed io, “scelti” per quello che di noi non sopportiamo, la nostra debolezza.

Tranquilli, “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga”. Ogni nostra scelta sorge da questa “prima scelta” nella quale esistiamo. Secondo la tradizione giudaica, erano i discepoli che sceglievano il Rabbì.

Come ciascuno di noi sceglie, o vorrebbe, o si illude di scegliere, la scuola, il fidanzato, il lavoro, la casa, la macchina, il film da vedere, che cosa mangiare, come vestirsi. Al centro della vita ci siamo noi, con il bagaglio di criteri e gusti che abbiamo accumulato; e identifichiamo la libertà con il poter scegliere in completa autonomia tra le diverse opzioni che ci presenta la vita.

Spesso le passioni ci acciuffano e si impadroniscono di noi rendendoci schiavi dei loro impulsi e istinti. Ma assumiamo anch’esse nella grande famiglia della nostra libertà, magari definendole come la loro più completa espressione. Tuttavia, ci scontriamo con un momento della nostra vita nella quale non abbiamo potuto esercitare alcun tipo di libertà.

E si tratta del momento decisivo: la nascita, o, più correttamente, l’istante nel quale il seme di nostro padre ha trovato accoglienza nell’ovocita di nostra madre ed è apparso quello zigote che siamo stati tu ed io. Prima di quell’istante nessuno di noi esisteva, nessuno ha scelto di essere lo spermatozoo più forte della frotta che tentava di guadagnare l’ovocita al cui Dna donare il proprio. Nessuno di noi ci ha messo nulla, semplicemente eravamo in quel seme lì e in quell’ovocita lì, punto.

E siamo apparsi in questo mondo, uno zigote impercettibile, quarantasei cromosomi che contenevano tutto quello che ci avrebbe caratterizzato, il profilo del naso, il disegno della bocca, il timbro della voce, compresi i difetti. Ci siamo poi impiantati nell’utero di nostra madre attraverso il tessuto che tappezza la sua superficie interna, l’endometrio, in un “dialogo biochimico” affascinante nel quale abbiamo messo a frutto la prima cosa imparata, l’amore per il quale i nostri genitori si sono uniti dandoci la vita: da subito abbiamo cominciato ad offrire qualcosa di noi, secernendo le sostanze necessarie all’impianto dell’embrione per unirle a quelle rilasciate dall’endometrio di nostra madre, altrettanto necessarie. 

Chimica d’amore che rivela l’identità originaria che ci caratterizza: siamo, per natura, un dono, inscritto nel dono più grande che ci ha generato; la nostra vita, sin dalle prime luci dell’alba, è stata donare come abbiamo ricevuto in dono, amare come siamo stati amati. 

L’avverbio “come”, “kathós”, che appare nel Vangelo, in greco non esprime solo un paragone, ma anche il fondamento e l’originel’amore di Cristo è norma e fondamento di ogni amore. Si potrebbe tradurre anche: “per il fatto che io vi ho amato così, che siete stati chiamati dentro questo mio amore concretissimo, amatevi anche voi con questo amore dal quale siate stati chiamati e costituiti, nel quale esistete; lasciate che l’amore che ho effuso in voi, con il quale vi faccio vivere, e alzare la mattina giunga all’altro, chiunque esso sia”. 

“Come” all’origine della nostra vita biologica non vi è alcuna scelta da parte nostra, così all’origine della nostra chiamata ad essere cristiani – ovvero di Cristo, suoi discepoli – non esiste alcuna nostra opzione. E’ qualcosa di grande, di forte, di scandalizzante.

Alcuni potrebbero obiettare che stando così le cose non esiste libertà, esattamente come non siamo stati liberi di nascere o meno. E infatti molti maledicono il giorno in cui sono nati, sino a togliersi la vita; oppure divorziano, abbandonano il sacerdozio, la scuola, il lavoro, anche i figli. Ma la prospettiva del Vangelo è molto diversa. E’ la prospettiva dell’amore, “il segreto che Gesù ha udito dal Padre” e “fa conoscere” ai suoi “amici” gestati nel seno della Made Chiesa.

Esso è sempre manifestazione della libertà autentica, capace di donare tutto, anche la propria vita. Le parole di Gesù ci spingono a risalire la corrente della nostra storia dal momento presente alla sua origine laddove è stata deposta la nostra elezione, e ancor più indietro, sino all’origine della storia dell’umanità, alla sua creazione.

In essa è inscritta e prefigurata la nostra origine e quindi la chiave della nostra identità, fonte della “gioia piena” di Cristo in noi. Dio ha creato ciascuno per amore, del quale l’unione sponsale dei nostri genitori è immagine e somiglianza. Alla nostra origine vi è l’amore, e quindi la libertà più grande. Essa è inscritta in noi, nel nostro spirito come nella nostra carne, nel cuore come nelle cellule.

E’ la libertà che spinge a donarsi e che fa superare ogni confine; è quella che percepiamo quando inizia qualcosa, qualsiasi cosa: al principio di una storia affettiva, di un fidanzamento, di un matrimonio, come di un’amicizia, alle soglie di un’impresa che ci appassiona, di studio, di lavoro, di svago, vi à sempre quell’ansia di infinito, quell’entusiasmo che ci farebbe spaccare il mondo. E’ quanto descrive splendidamente Péguy: 

Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più.
Una forza, una novità, una freschezza come l’alba.
Una giovinezza, un ardore.
Uno slancio.
Un’ingenuità.
Una nascita che non si trova mai più.
C’è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna.
Una partenza, un’infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più.

Ora la piccola speranza
E’ quella che sempre comincia.
Quella nascita
Perpetua
Quell’infanzia
Perpetua.
Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici.

La speranza dell’inizio che scaturisce da una grande felicità è il volto della libertà che si fa amore, dedizione, dono. Chi si sente costretto ad amare la propria ragazza? O il proprio marito, o il proprio figlio? Chi non si sente libero nell’affaticarsi in un allenamento che prepara ad una partita decisiva? Chi si vede sottrarre la libertà nell’affrontare notti di studio in vista dell’esame che schiude le porte all’avverarsi del sogno di una vita, quello di diventare un medico, un ingegnere, un cantante d’opera? Non si sente libero solo chi non ama.

Ecco, all’inizio, all’origine della vita vi è un ardore, una freschezza, una razza che poi, purtroppo, lasciamo cadere tra le pieghe dell’egoismo e dell’utilitarismo, magari per le ferite sofferte, per le delusioni, per le sconfitte. Per questo oggi il Signore ci annuncia ancora una volta la verità invitandoci a guardare alla nostra origine, ovvero il suo averci scelti e chiamati ancor prima di essere intessuti nel seno di nostra madre.

Coraggio, “non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” amato così come saremmo diventati in ogni istante della tua vita, anche se nessun occhio umano, in quell’istante, ci aveva visto e scelto; quando neanche nostra madre si era ancora accorta della nostra presenza. Alla nostra origine vi è, come una roccia indistruttibile, la gratuità dell’amore e dell’elezione di Dio, la Grazia della nostra primogenitura ad essere figli di Dio per questa generazione. 

Scelti per quello che siamo e non per quello che vorremmo diventare, e ditemi se questa non è la notizia capace di cambiare l’esistenza. Siamo stati scelti con i nostri difetti, debolezze, incapacità; nessun concorso, nessun esame, nessuna rincorsa per fare innamorare qualcuno. Per questo, “generati da Dio”, impariamo a “conoscerlo” e d amare in Lui.

La scelta di Dio, gratuita, è più forte d’ogni nostro egoismo, di tutti i nostri testardi rifiuti, delle nostre ingannate pretese di autonomia; più forte di ogni peccato, perché proprio “in questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per Lui”.

Capite? Noi abbiamo la vita “per mezzo di Cristo, cioè all’origine della nuova vita di figli di Dio c’è Lui, nostro “amico” nelle viscere di misericordia della Chiesa. Il suo Spirito ne ha fecondato il seno facendo apparire l’uomo nuovo in te e in me.

Per questo, all’origine della nostra vita, come di ogni giorno vi è la sua chiamata che ci “costituisce” suoi apostoli, altri Cristo nella storia, perché “andiamo e portiamo un frutto che non si corrompa”. Vivere per qualcosa di eterno, un frutto del suo amore nel quale possiamo “deporre” (secondo l’originale greco) la nostra “anima, la vita”, “per gli amici”.

Un amore così grande che sa abbracciare ogni istante e ogni millimetro della vita, facendo di ciascuno un “principio, una nascita e un’infanzia perpetua”, come uno zigote che non difende nulla ma che offre ogni sostanza vitale – il tempo, le parole, i beni – all’endometrio che li attende. In quei giorni di tanti anni fa era quello zigote lì ad incontrare quell’endometrio lì, così come oggi usciremo con la fidanzata, ceneremo con il marito e i figli, incontreremo Giovanni sulla metropolitana, ci riuniremo con i colleghi, giocheremo la partita di calcetto con gli amici. E tutto sarà un “comandamento” nuovo da “osservare” come il cuore batte e pompa il cuore, e gli occhi si aprono all’impulso del cervello. E’ la vita di Cristo che “comanda” l’amore nella nostra carne, perché Lui “rimane” in noi per mezzo del suo Spirito, compiendo nella nostra vita “la sua obbedienza” alla volontà del Padre, non come uno sforzo moralistico, ma perché la Grazia lo “impone” naturalmente. Perché “come il Padre ha amato Cristo, così anche Lui ha amato noi”, facendoci una trasfusione d’amore celeste.  

Così, in un  cristiano, tutto è vissuto con una “gioia piena” e per questo contagiosa, capace di attirare tutti a Cristo, perché ovunque doneremo noi stessi secondo il Dna dell’uomo nuovo, suo “amico” sin dal seno materno.

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