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Se la rete diventa comunione

L’editoriale dell’arcivescovo di Catanzaro-Squillace sulle nuove forme di comunicazione globale, pubblicato su “La Gazzetta del Sud” di domenica 1° giugno

Tutti siamo più connessi e interdipendenti. E tuttavia questa forma di comunicazione globale non è sufficiente per superare le divisioni. Anzi: il pianeta, unito dalle reti, vive il paradosso di essere diviso. Ce lo ricorda Papa Francesco, nel messaggio diffuso in vista della quarantottesima Giornata delle Comunicazioni, che si celebra oggi in tutto il mondo. Secondo il Santo Padre, le reti, che uniscono e collegano, devono spingere alla visione di una società differente da quella attuale, che è piena di lacerazioni: le tecnologie della comunicazione possono aiutare a vivere un’esperienza di vita come rete, ma se e quando esse non si rivelano in grado di favorire una migliore accoglienza ed una comprensione reciproca, o di far maturare la personale umanità di ognuno, vengono meno alla loro finalità, perché se la comunicazione non fa vivere la vicinanza allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana.

Proprio qui entra in gioco la prossimità: i media possono aiutare ad avvertire il senso di solidarietà e il desiderio di lottare per i diritti umani, contro la logica dello scarto. Ne derivano tre indicazioni utili per abitare dignitosamente la contemporaneità, dove i media, specie quelli digitali, sono pervasivamente presenti. La prima: la comunicazione è una conquista umana, non un prodotto della tecnologia.

Non è marketing persuasivo, né tantomeno espressione del mercato, ma istanza fondamentale dell’essere umano, che riconosce se stesso nel momento in cui vuole instaurare un dialogo con gli altri. La seconda: nel “villaggio globale” è facile sentirsi appagati della retorica della pietà a distanza, ma è solo fermandosi e prendendosi cura dell’altro che ci si fa prossimi, risvegliando la propria umanità. La terza: la testimonianza, ovvero la parola incarnata, porta calore e bellezza su tutte le strade. Solo se si è capaci di accarezzare si è capaci anche di carezze digitali.

Insomma, comunicare significa cercare ciò che si ha in comune con l’altro mettendosi al suo ascolto, per comprenderne attese, dubbi e per offrire, da credenti, la Parola giusta che trasforma la pietra del sepolcro in una porta spalancata alla speranza. Un’immagine che si lascia illuminare dalle parole della Evangelii gaudium (n.87): «Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la mistica di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio». 

La comunità ecclesiale non può sottrarsi a questo impegno: «Tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità – scrive chiaramente Papa Francesco – non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali». E la Chiesa, chiamata ad essere dove sono gli uomini, non deve rimanerne ai margini. Non può.

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