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Se avessi sedici anni o giù di lì che educatore vorrei?

Chi vuole conquistare un’anima a Cristo deve farlo con lo sguardo prima ancora che con le parole

La scuola è cominciata e, dopo gli oratori estivi, stanno per iniziare anche gli incontri in parrocchia. Così mi sono chiesto: se avessi sedici anni o giù di lì, che educatore vorrei?

Per rispondere ho lasciato parlare il mio cuore perché è lì che la ragione va a bussare prima di prendere decisioni, prima di fare scelte come quella di andare all’incontro o starmene a casa. Il cuore deve darmi delle motivazioni valide perché non sono disposto a fare qualcosa per la quale non trovo il senso.

Ecco, quindi, il mio cuore chiede, innanzitutto, un educatore che prima di qualsiasi parola, sappia catturarmi con lo sguardo.

Vorrei un educatore che si interessi alla mia storia prima di raccontarmi la sua, perché la mia sarà sicuramente più acerba, forse zuppa di preoccupazioni sciocche e di lanci di entusiasmo che si spengono nel giro di poco tempo, fatta di ingenuità, incoerenze, delusioni e momenti di rabbia, ma è mia e ho bisogno di qualcuno che la ascolti. Ho bisogno di un educatore che mi ascolti.

Vorrei un educatore che a fine incontro non mi dica “ci vediamo venerdì prossimo”, ma “ci sentiamo in settimana”. Vorrei un educatore che venga a vedere i miei allenamenti di calcio, che mi chieda come è andato il compito di matematica, che festeggi con me la sua laurea, anche solo con un gelato. Vorrei che il fango della mia vita, così come il cielo, si mescoli con il fango e il cielo della sua.

Vorrei un educatore che mi insegni sì a pregare, ma allo stesso tempo a non ridurre la mia fede a una questione intima tra me e Dio. Vorrei un educatore che esca dalle aule parrocchiali, che mi faccia immergere nella realtà, perché altrimenti questi incontri sarebbero autoreferenziali, lui verrebbe per sentirsi una persona impegnata e io forse perché se stavo a casa avrei dovuto studiare.

Vorrei un educatore che non venga a farmi dottrina, che non venga a ripetermi le pagine del guidino quando quelle pagine non lo riguardano; perché se quelle pagine non gli dicono nulla, come può trasmettermi qualcosa?

Vorrei un educatore stanco e affaticato per la sua giornata, ma felice di incontrarmi.

Vorrei un educatore che non cerchi di adularmi o conquistarmi con il suo buonismo, ma che se serve mi rimproveri, senza paura che me ne vada. Perché se mi ha dato ragioni per tornare all’incontro ogni venerdì, quelle ragioni restano e non è sufficiente un rimprovero per andarmene per sempre. Però voglio pure un educatore che non mi richiami davanti a tutti se arrivo in ritardo, ma mi accolga a braccia aperte, perché è felice che ci sia anche io. Poi, se dopo l’incontro, prima di rimproverarmi, mi fermasse per chiedermi spiegazioni sul ritardo, lo capirei.

Ma soprattutto, vorrei un educatore che mi incuriosisca raccontandomi cose che non so e che faccia vibrare il mio cuore perché dice cose che hanno a che fare con me. Che mi parli di poesia, di arte, di cinema, di musica, del tramonto sul mare, di tutto ciò che sia bellezza, perché la bellezza ha dentro di sé il mistero dell’esistenza e ci rimanda a Dio. Che queste cose le dica con passione. Vorrei un educatore appassionato, che quando dice qualcosa lo dica con l’entusiasmo di uno che quelle parole le ha prima vissute, ne ha fatto esperienza.

Vorrei un educatore che mi faccia sognare. Vorrei un educatore-sognatore. Un educatore che mi insegni a sognare, mi insegni a fare sogni aderenti alla realtà, mi insegni a scoprire la mia strada, le mie capacità, che mi aiuti a comprendere chi sono io. Un educatore che non mi dica cosa devo fare, ma che, piuttosto, mi insegni a fare scelte coerenti con la mia persona perché ogni scelta mi definisce. Vorrei un educatore che mi insegni a stupirmi, che mi trasmetta il suo stupore.

Vorrei, infine, un educatore che mi dia speranza, perché ha incontrato Cristo e questo è tutto per un uomo.

Sì, lo so, un educatore che riesca ad essere tutto questo forse non esiste, ma un educatore che ci prova senza nascondere le sue debolezze, le sue fatiche, i suoi dubbi, la sua umanità, è un educatore che ama ed è di questo che ho bisogno. Non ho bisogno di un educatore perfetto; ho semplicemente bisogno di un abbraccio.

***

Alessandro Ribeca è padre di famiglia, collaboratore de L’Ancora, scrittore. Ha pubblicato due libri: Il colore prima del Blu e La luce nei tuoi occhi.

Fonte: L’Ancoraonline

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