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Se anche il giornalismo rinuncia alla ricerca della verità

Il falso scoop sulla salute del Papa è emblematico di un pessimo modo di fare informazione

“Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla”.

Se prima di metter mano alla penna i giornalisti riflettessero sulle parole dello scrittore e drammaturgo tedesco Gotthold Ephraim Lessing, dimostrerebbero di amare il proprio mestiere, ed ancor più la  fragilità dei poveri esseri umani e del creato. Ciò vale anche e più per quanti negli ultimi giorni si sono cimentati, con dubbio gusto ed ancor più dubbi risultati, nel raccontare del presunto, male che affliggerebbe Papa Francesco.

A venire in discussione non solo e non tanto l’intrusione nella vita privata di un uomo, quanto il principio di verità, che pure dovrebbe essere il cardine ed il fine ultimo del giornalista. Le smentite giunte da più parti, a cominciare dai personaggi citati nelle pagine dei giornali, hanno dimostrato che se malattia c’è non è quella che riguarderebbe il Pontefice, che per il suo stile diretto ed immediato non avrebbe esitato a svelarla, bensì quella che colpisce purtroppo il mondo dell’informazione, marginalizzando sempre più, purtroppo, i principi dell’etica e della deontologia, oltre alla logica ed al buon senso.

Pressappochismo e sensazionalismo si fondono in una miscela micidiale in cui, in nome dello share o delle vendite di qualche copia in più, si lascia sul campo una sola vittima: la verità. Un obiettivo al quale i media – non tutti, evidentemente e per fortuna – sembrano aver smesso di tendere, rinunciando a ricercare il significato degli eventi, a leggerli con lealtà e veridicità, a ponderare le loro implicazioni e, non ultimo, ad adoperarsi in uno sforzo di traduzione con senso di responsabilità.

Purtroppo è vero che l’uomo contemporaneo tende a prediligere la pigrizia della semplificazione. Non vuole affaticarsi, infatti, lungo i sentieri ardui dell’argomentazione, della documentazione e della coerenza, perché è molto più facile l’asserzione netta e talora banale, nella convinzione che il superficiale “parlar chiaro” sia sinonimo di verità e di intelligenza. Così, tra l’altro, ci si illude anche di essere culturalmente molto dotati.

È solo un abbaglio, ed il faticoso cammino dell’umanità nei secoli lo dimostra: l’analisi dell’esistenza, la stessa fede, esigono ricerca e approfondimento. Bisogna, allora, avere il coraggio di imbattersi in sentieri d’altura. È necessario, talvolta, gettarsi in un mare agitato: come avveniva nel campo descritto dalla parabola di Gesù, dove grano e zizzania crescono insieme servono occhi limpidi e vigili, capaci di identificare le tracce che il vero dissemina nell’essere e nell’esistere, nello spazio e nella storia.

Un principio che vale anche per il giornalismo se si vuole evitare, come diceva uno che di giornalismo si intendeva, Joseph Pulitzer, che “una stampa cinica e mercenaria possa creare, prima o poi, un pubblico ignobile”.

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