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Film der Woche

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Scegliere un film… in un’ottica cristiana

Intervista al professor Armando Fumagalli, curatore delle serie di volumi di recensioni cinematografiche “Scegliere un film 2015”

La stagione cinematografica 2014-2015 ha visto protagonisti nelle sale film indubbiamente diversi tra loro. Basti pensare cha al luglio 2015, fonte Cinetel, i primi due film per incasso erano Cinquanta sfumature di grigio e American sniper, battuti solo in autunno da Inside Out con più di 25 milioni di euro di incasso. Di fronte ad un mercato cinematografico sempre più diversificato nei gusti e sul piano culturale, il volume “Scegliere Un Film 2015” offre un servizio di guida ed orientamento per tutti coloro che amano il cinema. Raccogliendo le recensioni delle pellicole considerate più significative della stagione, il libro, come del resto l’intera serie di volumi iniziata nel 2003-2004, mantiene un’ottica cristiana nel giudizio dei film. ZENIT ha intervistato il professor Armando Fumagalli, curatore del libro insieme a Raffaele Chiarulli, nonché docente di Semiotica e direttore del Master universitario in Scrittura e produzione per la fiction ed il cinema presso l’Università Cattolica di Milano. 

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Professor Fumagalli, il libro “Scegliere Un Film 2015” è il dodicesimo volume di una serie iniziata nel 2003-2004. Come si è evoluto secondo lei il cinema in questi anni?

È difficile sintetizzare in pochi tratti un’evoluzione che ha molti aspetti. Direi che da una parte si è consolidato un tipo di cinema per tutti, semplice ma anche di buoni valori (i cartoni animati anzitutto, ma anche i film dei super-eroi, da X-Men a Batman a SpiderMan agli Avengers e film d’azione come la serie di Bourne, Mission Impossible, ecc.). Il cinema italiano è a mio parere sostanzialmente cresciuto, con pellicole come Benvenuti al Sud, e altre commedie che toccano temi sentiti dalla gente. Nel cinema europeo direi che soprattutto i francesi hanno dimostrato di avere una marcia in più, con film come Quasi amici, Non sposate le mie figlie e diverse altre commedie divertenti e fini, che trattano sorridendo temi importanti. Il cinema, diversamente da quanto dicono alcuni, non è per niente in crisi: quest’anno gli incassi mondiali sono di nuovo cresciuti in modo significativo.

Nell’introduzione del libro leggiamo che uno dei due criteri che ha guidato il lavoro dei recensori è quello di “giudicare le storie da un punto di vista radicato in un’antropologia cristiana”. Cosa significa?

Significa che pensiamo che un film ben fatto prenda posizione rispetto alla realtà, voglia cioè dire qualcosa, non nel senso a volte riduttivo di fare una predica o voler “mandare un messaggio” in modo didascalico, ma indubbiamente –a volte in modo implicito, ma non per questo meno efficace e potente- esprimendo un punto di vista sul mondo. Pensiamo che sia rispettoso nel confronto del lavoro degli autori cercare di capire questo punto di vista e valutarlo alla luce di quella che è la nostra comprensione del mondo e i nostri valori. Diamo meno importanza di altri critici ad aspetti più “tecnici” come regia e recitazione. I collaboratori che scrivono le recensioni si riconoscono tutti in un’antropologia cristiana e questo naturalmente li guida nella valutazione che danno. Questo aspetto pensiamo sia uno dei punti forti del nostro libro, uno dei motivi principali per cui –in anni di crisi dell’editoria- il libro ogni anno continua ad avere un pubblico affezionato e che si confronta volentieri con le nostre valutazioni. Molti insegnanti usano il libro per proporre film a scuola o nei cineforum parrocchiali.

Uno dei grandi pregi della serie di volumi “Scegliere un film” è quello di essere una guida per tutti quei genitori che desiderano vedere un film in famiglia, con i propri figli. Come mai troppo spesso viene dimenticato questo tipo di pubblico?

 Ognuno di noi tende a pensare molto ai propri simili e non alla gente comune. Uno dei difetti, a mio parere, di molta critica cinematografica attuale, è quello di parlare soprattutto agli addetti ai lavori, ai propri colleghi, agli artisti. Noi invece cerchiamo di tenere sempre presente il pubblico medio, quello che è fatto di persone di età diverse e con esigenze e gusti diversi. Per esempio, per questo motivo abbiamo deciso sin dal 2004 di fare un ulteriore piccolo servizio molto specifico, quello di segnalare anche eventuali elementi di superficie (scene violente, immagini di nudo, linguaggio particolarmente volgare, uso di droghe ecc.) che possono essere un elemento di ostacolo per un certo tipo di pubblico (es. i bambini piccoli, i preadolescenti ecc.) o anche per tutto il pubblico. E’ un servizio che in molti Paesi viene fatto sulla copertina dei dvd, che segnalano questi eventuali elementi. Noi lo segnaliamo alla fine delle recensioni, ed è un piccolo servizio molto apprezzato.

Rapporto Giovani, indagine statistica a cura dell’Istituto Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo, rivela che i giovani italiani scelgono due volte su tre un film americano rispetto ad uno italiano. Cosa dovrebbe fare il cinema italiano per suscitare più interesse?

Anzitutto occorre dire che questa suddivisione è normalissima in tutto il mondo. Il cinema americano, che da noi conquista fra il 60 e il 70% dei biglietti venduti in un anno, in molti Paesi arriva addirittura al 90%… E’ un cinema straordinariamente professionale, che racconta storie emozionanti, e che può permettersi scene di grande spettacolarità: pensiamo a film come Inside Out, che sono dei veri capolavori, o alla spettacolarità di film come Mission Impossible o Spectre. Il cinema italiano non se la cava male. Più di noi, fra i cinema nazionali (se eccettuiamo India e Cina per cui andrebbe fatto un discorso ad hoc) fa solo il cinema francese, che raggiunge percentuali di prodotto nazionale molto alte, e il cinema della Corea del Sud, altro fenomeno che meriterebbe un’analisi a parte. A mio parere, comunque, per crescere ulteriormente, il cinema italiano dovrebbe lavorare meglio sullo sviluppo delle storie, sulla riscrittura paziente delle sceneggiature: si vedono spesso film che danno la sensazione di avere buoni spunti, ma di essere girati dopo una scrittura un po’ affrettata, che non ha la pazienza di perfezionare i dettagli. L’ultimo esempio che mi è capitato di vedere in questo senso è Gli ultimi saranno ultimi, film interessante, ma che avrebbe avuto bisogno di maggior cura, soprattutto nel bilanciare bene il finale…Se lavoriamo bene sulle storie, poi abbiamo registi che sono molto bravi sulla messa in scena. Ovviamente dovremmo cercare anche storie che possano essere più universali. In questo dovremmo imparare alcune buone lezioni del cinema americano, senza iper-semplificare, ma anche aprendosi all’ottimismo e alla speranza, come sanno fare loro. Non è un caso che uno dei pochissimi film italiani degli ultimi trent’anni che è stato veramente visto all’estero è La vita è bella.

Tra i film che secondo voi meritavano cinque stelle figura Se Dio vuole, brillante commedia italiana con Marco Giallini ed Alessandro Gassman. Si riesce ancora a fare cinema italiano di qualità con le commedie?

Se Dio vuole è il caso molto interessante di un film divertente e scorrevole che tratta un tema importante come quello della vocazione. Il cinema italiano ha sempre avuto una predilezione per la commedia, e storicamente ha trattato grandi temi attraverso questo genere: basta pensare al lavoro di Pietro Germi. Ma ogni generazione rischia di essere un po’ miope rispetto a chi ha davanti agli occhi: penso per esempio che a suo modo, anche i film di Checco Zalone -che è politically incorrect, ma non è mai volgare o pesante come qualche volta invece negli sketch televisivi- riescono a trattare temi importanti facendo sorridere: Sole a catinelle è un film sulla crisi economica, sulla illusione della finanza “creativa” e dà anche un bel messaggio sulla riconciliazione in famiglia e –pur in modo paradossale- sulla figura del padre e sull’educazione… Quasi nessuno lo dice, ma un ruolo molto importante in questi film lo ha il regista e sceneggiatore Gennaro Nunziante, che aveva avuto un ruolo importante anche in alcuni film di D’Alatri, a partire da Casomai. Vediamo come sarà il loro prossimo film, che esce a gennaio: Quo vado. Personalmente sono molto curioso.

In questo volume spiccano, tra le altre, le recensioni di tre film “religiosi”: Il paradiso per davvero, Cristiada e Terra di Maria. Possono rappresentare, secondo lei, il rilancio di questa tipologia cinematografica?

Negli ultimi dieci anni, come racconto anche nel mio libro Creatività al potere, dopo il successo di The Passion di Mel Gibson, diversi cattolici in diversi Paesi del mondo hanno pensato che fosse possibile tornare a parlare di fede in modo molto diretto a partire dal cinema. Questa è stata l’ispirazione di Cristiada, e –con uno stile e mezzi produttivi molto diversi, cioè molto più poveri- di film come gli spagnoli L’ultima cima e Terre di Maria. Sono film che, in modi diversi, e con pregi e limiti diversi, si sono conquistati un loro spazio. Il cinema è un’arte e un’industria molto complessa e non è facile che vada tutto bene al primo tentativo. Molti si sono dimenticati che Mel Gisbon quando fece The Passion lavorava in quell’industria a livelli altissimi da quasi trent’anni e aveva già diretto due altri film. Ha potuto circondarsi di collaboratori di prim’ordine, oltre a essere lui un bravissimo regista. Il Paradiso per davvero è un bel film che invece viene da una storia vera, da un libro di grande successo, diffuso soprattutto in un contesto protestante. Il regista, che conosco bene personalmente, Randall Wallace, era stato a suo tempo sceneggiatore di Breaveheart, per poi dirigere film importanti come La maschera di ferro e We Were Soldiers. Ha messo la sua esperienza e il suo talento al servizio di un film dal budget relativamente piccolo, e gli incassi hanno premiato lui e la produzione. Ma lui era soprattutto fiero di essere riuscito a dire nel film alcune cose importanti che gli stavano a cuore.

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