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Community of Sant'Egidio in Africa

Francesco De Palma

Sant’Egidio: storia di un’amicizia euro-africana

Francesco De Palma, biografo del ‘martire’ Floribert Bwana, racconta le potenzialità di un continente ancora povero ma in grande espansione

L’Africa del XXI secolo è un continente sempre più variopinto di contraddizioni. Il sottosviluppo è ancora molto radicato ma, per la prima volta dopo decenni, si inizia ad intravedere la possibilità di un riscatto anche per i non emigranti.

Alla corruzione e alla violenza, fanno da contraltare un legame ancora molto saldo con i valori tradizionali e una religiosità tanto tumultuosa quanto profonda e radicata nella popolazione.

In questo scenario, la Comunità di Sant’Egidio è sempre più protagonista nella Chiesa africana, non soltanto per i progetti umanitari e per l’attività di peacekeeping intrapresi dagli europei ma anche per lo spirito di iniziativa degli africani membri della Comunità, ormai in grado di camminare con le proprie gambe.

La storia personale di Floribert Bwana (1981-2007) è l’emblema di come in questo inizio secolo, l’Africa stia già maturando dei testimoni di un cristianesimo autentico, che si batte contro la corruzione, fino a pagare con la vita stessa.

La vicenda di Floribert, impiegato assassinato per essersi rifiutato di far transitare della merce avariata alla dogana di Doma, è stata raccontata nel volume Il prezzo di due mani pulite (San Paolo, 2014), realizzato da Francesco De Palma, 50 anni, romano, insegnante e scrittore, uno dei responsabili dei contatti di Sant’Egidio con l’Africa, che ha così realizzato la prima biografia del giovane congolese.

A colloquio con ZENIT, De Palma ha parlato della figura di Floribert e del ruolo che Sant’Egidio sta giocando in tutto il continente africano.

Parliamo innanzitutto di Floribert Bwana: come è nata l’idea di realizzare la sua biografia?

Personalmente non l’ho conosciuto ma il nome di Floribert iniziò a circolare presso la Comunità di Sant’Egidio qui a Roma, già al momento del suo rapimento, che ne precedette l’uccisione. Abbiamo subito riconosciuto in Floribert un modello di resistenza al male e alla corruzione, in un continente in cui il denaro esercita un fascino sempre più pervasivo e corruttore, in una popolazione che cerca il riscatto da un passato difficile, sullo sfondo di un mondo globalizzato in cui tutto è mercato e tutto si vende e compra senza limiti e confini.

Mi sono quindi recato a Goma e ho parlato con persone che l’hanno conosciuto e gli sono state accanto fino alla morte. Parlando con questi testimoni, è emersa una figura di rilievo e di spessore che, assieme ad altri aveva fondato la Comunità di Sant’Egidio a Goma e che si era dedicato con passione sia ai più poveri che ai ragazzi di strada. Un giovane che sognava in grande per il suo paese, che sperava in un riscatto non solo dalla povertà ma anche dall’ingiustizia e dagli scontri etnici. Il suo era il sogno di un Congo giusto, amico dei poveri e lontano da ogni tribalismo.

La sua scoperta dell’Africa precede però la vicenda di Floribert…

Il mio interesse per la figura di Floribert si è intersecato con una mia storia personale di vicinanza all’Africa, una “periferia” cui mi sono avvicinato anche grazie a Sant’Egidio, attraverso alcune iniziative legati a Dream, un progetto di cura dell’AIDS in una decina di paesi africani. Diedi una mano dal punto di vista logistico ad alcune comunità, poi collaborai con le Comunità di Sant’Egidio che iniziavano a sorgere in Tanzania. Sia per quello che riguardava il lavoro in ambienti rurali, com’è stato nel caso di Dream, sia per quanto riguarda le Comunità nascenti di Sant’Egidio in ambienti urbani, emergeva la sfida che Floribert ha affrontato, che è poi la sfida di tutta l’Africa d’oggi, con cui si misura ogni cristiano.

L’attività di Sant’Egidio in Africa è nota soprattutto per il peacekeeping che ha avuto il suo più grande successo nella pace in Mozambico (1992). I progetti però sono molti altri: può parlarcene?

Ho appena accennato a Dream, che per prima ha utilizzato strumenti diagnostici in precedenza sconosciuti nei paesi africani. Attualmente sono più di 100mila i malati in cura con questo programma. C’è poi il progetto Bravo che contribuisce alla registrazione anagrafica dei bambini: in diversi contesti africani, tale registrazione non è automatica ma avviene solo a titolo oneroso e questo, ovviamente, scoraggia molti. Il rischio può essere addirittura quello di esporre i bambini alla tratta o, comunque, a una minore tutela giuridica. Altri progetti vengono incontro nelle calamità naturali, come le alluvioni o la siccità.

Sant’Egidio è però anche una realtà che coinvolge sempre più africani desiderosi anch’essi di vivere il carisma dell’attenzione ai poveri e di costruire un popolo di laici che comunicano il Vangelo, lo ascoltano, cercano di viverlo. È un contributo per la Chiesa in Africa che comincia ad essere cospicuo anche numericamente, al punto che, sul piano demografico, Sant’Egidio inizia ad essere quasi più africana che europea: in Mozambico e Malawi ne sono presenti diverse migliaia.

Cosa la colpisce di più dell’Africa?

Vi sono stato per la prima volta nel 2004, quando mi recai a Beira, una città ancora poco occidentalizzata nel centro del Mozambico. Feci così conoscenza con un mondo fatto di sofferenza ma anche dotato di capacità di espressione di una gioia a cui non ero abituato, di comunicatività e di desiderio di incontro con l’altro. In termini affettivi mi è nato una sorta di “mal d’Africa”. In termini più razionali, nasce il desiderio di venire a contatto con un’umanità vera e profonda, capace di usare il cuore di più quanto siamo capaci noi europei. È anche vero che l’Africa non va idealizzata: ha pregi e difetti come tutti i continenti. Il discorso è quello di provare a vivere un’amicizia “euro-africana”.

In questi dieci anni, come giudica si stia evolvendo lo sviluppo economico in Africa?

Sicuramente l’Africa è uno degli spazi in cui il futuro si sta forgiando. Ogni volta che vado in Africa, vedo un continente che cresce. Certo, dall’Africa arrivano anche i migranti oggi al centro delle cronache e dell’attualità, ci sono molti stati falliti o comunque con un’enormità di problemi da affrontare. L’Africa è però anche un continente in cui si registrano tassi di crescita quasi cinesi, pur partendo da un livello di sviluppo molto più basso. Ogni volta che vado in Africa, vedo i segni di un’attività economica importante, oggi di marca più cinese che europea o americana. Questo fa sorgere una domanda per noi europei: in un continente che vede un’economia in crescita, l’Europa ha fatto un passo indietro. La globalizzazione segna molto questo continente. Emerge quindi la sfida di un continente in cui girano sempre più soldi ma senza quegli anticorpi e quelle barriere mentali che in Europa ci siamo costruiti, di fronte all’assolutizzazione del denaro.

Quali sono, infine, i punti di forza e di debolezza della Chiesa africana?

Nella Chiesa africana vediamo una grande forza spirituale, che si può scorgere anche nei suoi splendidi canti e liturgie. La debolezza è nella sua ancor scarsa capacità di far vivere ai laici una pienezza del messaggio cristiano e dell’evangelizzazione, non perché non ci siano ottimi cristiani ma perché il laicato è ancora ai margini della vita della Chiesa. Quella africana è una chiesa ancora piuttosto clericale. La sfida del futuro è che la chiesa africana possa entrare nel novero della chiesa mondiale e dare il proprio contributo, anche in termini di riflessione teologica, esistenziale e spirituale. La figura di Floribert, un laico maturo, figlio di Sant’Egidio ma anche figlio della chiesa della Repubblica Democratica del Congo, che riprendeva, nella sua lotta alla corruzione, gli stessi temi che l’episcopato congolese prova ad affrontare e su cui predica, mi sembra che possa essere un esempio di cristiano del futuro, che prende in mano con una certa forza e con una certa capacità propositiva, il suo essere destinato a vivere nel mondo e diffondere nel mondo il messaggio del Vangelo, non lasciandolo “nella sacrestia” ma portandolo nel vivo delle ferite che la globalizzazione immette nella storia e provando a sanarle con quello che viene dal Vangelo.

About Luca Marcolivio

Roma, Italia Laurea in Scienze Politiche. Diploma di Specializzazione in Giornalismo. La Provincia Pavese. Radiocor - Il Sole 24 Ore. Il Giornale di Ostia. Ostia Oggi. Ostia Città (direttore). Eur Oggi. Messa e Meditazione. Sacerdos. Destra Italiana. Corrispondenza Romana. Radici Cristiane. Agenzia Sanitaria Italiana. L'Ottimista (direttore). Santini da Collezione (Hachette). I Santini della Madonna di Lourdes (McKay). Contro Garibaldi. Quello che a scuola non vi hanno raccontato (Vallecchi).

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