Dona Adesso

Papa Francesco - Basilica di San Giovanni in Laterano - Foto © PHOTO.VA - OSSERVATORE ROMANO

San Giovanni in Laterano. Il Papa: “Egoisti, impuri, vanitosi, ma amati”

Nella prima meditazione per il Giubileo dei sacerdoti, Francesco sviscera il concetto di misericordia guardando alla parabola del figliol prodigo. Poi chiede di leggere la Haurietis Aquas di Pio XII

Misericordia…. Per 82 volte Francesco ripete questa parola nella sua prima meditazione per il ritiro dei sacerdoti e seminaristi raccolti nelle Basiliche Papali di Roma, in occasione del Giubileo a loro dedicato. “Ho scelto il tema della misericordia” annuncia nella sua prima tappa in San Giovanni in Laterano e approfondisce tale concetto nel suo aspetto più femminile, quale “viscerale amore materno, che si commuove di fronte alla fragilità della sua creatura appena nata e la abbraccia” e, nel suo aspetto propriamente maschile, come “fedeltà forte del Padre che sempre sostiene, perdona e torna a rimettere in cammino i suoi figli”.

La misericordia – spiega – è “un atto gratuito di benevolenza e bontà che sorge dalla nostra più profonda psicologia e si traduce in un’opera esterna” che permette di “commuoversi per chi ha bisogno”, di “indignarsi” e “rivoltarsi delle viscere di fronte ad una patente ingiustizia e porsi immediatamente a fare qualcosa di concreto, con rispetto e tenerezza, per porre rimedio alla situazione”.  La misericordia, infatti “ci permette di passare dal sentirci oggetto di misericordia al desiderio di offrire misericordia”; dal sentimento di “vergogna per i propri peccati” alla “dignità alla quale il Signore ci eleva”. Si può, cioè, “utilizzare come ricettacolo della misericordia il nostro stesso peccato. E “questa è la chiave della prima meditazione” sottolinea il Papa.

Tre suggerimenti per “misericordiar e… essere misericordiati”

A tutti i sacerdoti offre quindi tre suggerimenti. Il primo lo attinge da Sant’Ignazio (“mi scuso per la pubblicità di famiglia”, scherza) ed è l’invito a soffermarsi e gustare la preghiera, senza l’ansia di dover cercare altro che soddisfi. “Se iniziamo ringraziando il Signore, che in modo stupendo ci ha creati e in modo ancor più stupendo ci ha redenti, sicuramente questo ci condurrà a provare pena per i nostri peccati”, spiega Francesco. “Se cominciamo col provare compassione per i più poveri e lontani, sicuramente sentiremo anche noi la necessità di ricevere misericordia”. Secondo suggerimento è un’azione: misericordiar, un verbo che il Santo Padre prende spesso in prestito dallo spagnolo per rimarcare che: “Bisogna dare misericordia per essere misericordiati, per ricevere misericordia”. “Non si può meditare sulla misericordia senza che tutto si metta in azione”; pertanto, “nella preghiera – evidenzia – non fa bene intellettualizzare, la misericordia la si contempla nell’azione”.  L’ultimo suggerimento riguarda invece il chiedere “grazia” di “diventare sacerdoti sempre più capaci di ricevere e di dare misericordia”. “Tra le cose più belle che mi commuove – aggiunge Bergoglio a braccio – c’è la confessione di un sacerdote. È una cosa grande, bella, perché questo uomo che si avvicina a confessare i suoi peccati è lo stesso che poi avvicina l’orecchio al cuore di un’altra persona che viene a confessare i suoi peccati”. 

Una misericordia “dinamica”

“Attraverso gli scalini della misericordia – prosegue – possiamo scendere fino al punto più basso della condizione umana – fragilità e peccato inclusi – e ascendere fino al punto più alto della perfezione divina”. Da qui, “devono provenire frutti di conversione della nostra mentalità istituzionale: se le nostre strutture non si vivono e non si utilizzano per meglio ricevere la misericordia di Dio e per essere più misericordiosi con gli altri, possono trasformarsi in qualcosa di molto diverso e controproducente”. Dunque è “una misericordia dinamica” quella di cui parla il Papa, come “verbo che ci proietta verso l’azione nel cuore del mondo”. La prima cosa da fare è perciò “guardare dove il mondo di oggi ha più bisogno di un eccesso di amore così”. 

Il figliol prodigo, la “vergognata dignità” e la miseria dentro ognuno di noi

Il punto di riferimento è la parabola del figliol prodigo, emblema del passaggio dalla morte alla vita, “dalla distanza alla festa”, dal ritrovarsi sporco in mezzo ai porci ad indossare l’abito più bello. “Qualcosa di simile a quando noi, se qualche volta ci è capitato, ci siamo confessati prima della Messa e immediatamente ci siamo trovati ‘rivestiti’ e nel mezzo di una cerimonia”, osserva il Papa. E invita a soffermarsi in particolare sulla “vergognata dignità” di questo figlio prediletto. “Ognuno di noi – aggiunge a braccio – può cercare, o lasciarsi portare a quel punto in cui si sente più miserabile. Ognuno di noi ha il suo segreto di miseria dentro. Chieda la grazia di trovarlo”.

“Sporchi e impuri ma, allo stesso tempo, amati e benedetti”

In questa preghiera, prosegue il Pontefice, bisogna chiedere la grazia di non sentire la misericordia solo “come un gesto che, occasionalmente, Dio fa perdonandoci qualche grosso peccato, e per il resto ci aggiustiamo da soli, autonomamente”; bensì come  “tensione feconda” che aiuti a comprendere che non siamo solo “peccatori perdonati”, ma “peccatori a cui è conferita dignità”. “Il Signore non solo ci pulisce, ma ci incorona!”, afferma il Papa; lo dimostra la vicenda di San Pietro, traditore e codardo a cui Cristo affida il compito di pascere il suo gregge.

“Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria più vergognosa e la nostra dignità più alta”, esorta Bergoglio. “Sporchi, impuri, meschini, vanitosi (è il peccato dei preti la vanità), egoisti e, nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati. Solo la misericordia rende sopportabile quella posizione. Senza di essa o ci crediamo giusti come i farisei o ci allontaniamo come quelli che non si sentono degni. In entrambi i casi ci si indurisce il cuore”.

La misericordia, “una questione di libertà”

La misericordia, invece, “è una commozione che tocca le viscere” e che spinge al desiderio di “rimediare a tanto male e tanta sofferenza, come vediamo che c’è nella vita degli esseri umani…”. Inoltre,  “la misericordia si accetta e si coltiva, o si rifiuta liberamente”. È una “questione di libertà”: “Se uno si lascia prendere, un gesto tira l’altro. Se uno passa oltre, il cuore si raffredda. Nella sua misericordia il Signore esprime la sua libertà. E noi la nostra”. 

‘Tutto è misericordia’, rimarca poi il Vescovo di Roma. E quando manca questa consapevolezza si sperimenta “la miseria morale”, ovvero “la coscienza di sé stesso come persona che, in un momento decisivo della sua vita, ha agito di propria iniziativa: ha fatto una scelta e ha scelto male”. “Questo è il fondo che bisogna toccare per sentire dolore per i peccati e pentirsi veramente”. “Uno – spiega il Papa – non va in farmacia e dice: ‘Per misericordia, mi dia un’aspirina’. Per misericordia chiede che gli diano della morfina per i dolori atroci di una malattia terminale”.

Leggere la Haurietis Aquas di Pio XII. Ma è preconciliare!’ Vi farà bene…

“Il cuore che Dio unisce a questa nostra miseria morale è il Cuore di Cristo”, sottolinea Bergoglio. A tal proposito invita a leggere l’enciclica di Pio XII Haurietis Aquas sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù. “Quando Pio XII l’ha scritta – aggiunge a braccio – alcuni dicevano ‘perché un’enciclica su queste che sono cose di suore?’. È il centro, eh! Il cuore di Cristo è il centro. Forse le suore capiscono meglio di noi perché sono madri della chiesa, sono icone della Chiesa come la Madonna. Il cuore di Cristo è il centro”. Allora “farà bene leggere in questa settimana, oggi, la Haurietis Aquas. ‘Ma è preconciliare!’. Va bene lo stesso”.

Persone, non “casi”

La misericordia – riprende poi il Santo Padre – “si sporca le mani, tocca, si mette in gioco, vuole coinvolgersi con l’altro, si rivolge a ciò che è personale con ciò che è più personale, non ‘si occupa di un caso’ ma si impegna con una persona, con la sua ferita”. Attenzione quindi anche al linguaggio da usare: “Quante volte, senza accorgercene, viene uno e diciamo: ‘Ho un caso’. Fermati: ‘Ho una persona che…’. Dire ‘ho trovato un caso’ è molto clericale, anche a me viene spesso… Ma così si riduce la concretezza dell’amore di Dio, della persona, a un caso. E così mi stacco e non mi tocca, così non mi sporco le mani, così faccio una pastorale pulita, elegante. Gli orari dove non rischio niente. Neppure, non scandalizzatevi, dove non ho la possibilità di un peccato vergognoso”.

Gli “eccessi” della misericordia

Bisogna allora “impegnarsi” in questa misericordia. Per farlo – conclude il Papa prima di trasferirsi a Santa Maria Maggiore – bisogna prima “situarsi” in quel momento in cui il figliol prodigo “si sente sporco e rivestito, peccatore al quale è stata resa dignità”. “Il segno per sapere se uno è ben situato è il desiderio di essere, d’ora innanzi, misericordioso con tutti”, dice. La certezza è solo una: “L’unico eccesso davanti alla eccessiva misericordia di Dio è eccedere nel riceverla e nel desiderio di comunicarla agli altri”. 

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

Share this Entry

Sostieni ZENIT

Se questo articolo ti è piaciuto puoi aiutare ZENIT a crescere con una donazione