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Mons. Romero arzobispo de El Salvador

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“Romero non fu mai legato ad un’ideologia politica, ma solo alla fede cattolica”

Intervista allo scrittore e giornalista spagnolo Santiago Mata, autore della recente biografia “Monsignor Romero, la passione per la Chiesa”

“Monsignor Romero, la passione per la Chiesa” è il titolo del libro recentemente pubblicato dallo storico e giornalista spagnolo Santiago Mata. Si tratta di una biografia dell’arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo 1980, oggi beatificato, dove, per la prima volta, vengono analizzati minuziosamente tutti i suoi scritti, i sermoni e le azioni principali, che dimostrano come tutta la vita del Beato sia stata fondata sul fedele servizio alla Chiesa. ZENIT ha intervistato l’autore.

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Come definirebbe la figura di monsignor Romero?

Per me si tratta di un mistico spirituale, incurante della terra in cui camminava, perché sempre consapevole dell’amore di Dio, un personaggio quasi ‘alieno’ alla miserie umane – per miserie intendo i peccati degli uomini – che tuttavia, in un preciso momento storico, seppe dare una risposta eroica a Dio che gli chiedeva un’azione forte, un coraggio che è la virtù principale dei martiri. Questo può risultare sorprendente, perché Romero, come tanti altri martiri, non solo era umile, ma anche modesto e timido, e dovette adottare un atteggiamento che a volte appariva provocatorio. Questa non è una contraddizione, perché solo quando esiste un forte legame interiore con Dio è possibile rimanere fedeli all’amore di Dio nei momenti di estrema difficoltà.

Era un uomo di sinistra?
Nel bene o nel male, questo è sicuramente la percezione della maggioranza e il pregiudizio che può portare alcuni – i simpatizzanti del concetto di “sinistra” – a rimanere su una visione superficiale del personaggio, e altri – quelli considerati “di destra” – a rifiutarlo e sprecare così una grazia di Dio, che ci vuole aiutare con l’esempio dei santi. Romero non ha mostrato preferenze ideologiche, tranne – se così possiamo definirla – quella del cattolicesimo: ovvero l’opzione per i poveri, che non esclude nessuno, e che non significa nient’altro che plaudere a tutto quello che difende i poveri, eccetto quando si ricorre alla violenza per farlo. Nella vita, nel lavoro e negli scritti di Romero non si trova nulla che lo leghi ad una ideologia politica.

Qual è stato il rapporto tra mons. Romero e la teologia della liberazione?
Romero accolse con grande favore l’impulso che lo Spirito Santo diede alla Chiesa attraverso il grande evento del Concilio Vaticano II. Per la sua finezza spirituale e quasi mistica, gli tornava difficile comprendere le resistenze di alcuni, che chiamiamo conservatori, e gli eccessi – datti dalla fretta di riformare – di altri, che chiamiamo progressisti. Una divisione che di fatto minacciava di rovinare la Chiesa. Per Romero fu una tragedia, perché si arrivò al punto che lui – la cui fedeltà alla dottrina cattolica era indubbia, dopo decenni di servizio come vescovo e per la Conferenza Episcopale – passó dall’essere considerato un conservatore a essere visto come un progressista. Nessuna di queste visioni è valida, perché Romero ha sempre e solo cercato di incarnare ciò che il Concilio ha proclamato, come pure i successivi incontri di vescovi: quello del CELAM a Medellin (1968) e a Puebla (1979). Al di là del rifiuto che causavano (nei conservatori) le espressioni relative all’opzione preferenziale per i poveri e la teologia della liberazione, lui ha sempre spiegato che questa libertà significava libertà dal peccato, e non una mera liberazione temporale, e lo ha fatto in linea con il pensiero dei Papi, del collegio dei vescovi, o di personalità dalla ortodossia indiscutibile, come il cardinale argentino Pironio. Detto questo, è vero che alcuni suoi collaboratori, finirono poi per assumere posizioni estranee al cattolicesimo. Ma Romero, che sicuramente dal cielo avrà cercato di aiutare queste persone, non è responsabile di questa deriva.

È possibile che sono state diffuse frasi apocrife per presentare Romero come un leader populista?

Forse… Ma io non ho mai trovato una frase di Romero che supponesse una mancanza di carità o che fosse in contrasto con la dottrina cristiana. Un’altra cosa è che, estrapolata dal contesto o ascoltata da persone con pregiudizi, qualche parola poteva essere male interpretata. Racconto un esempio, che non è esattamente dottrinale: una coppia di americani era venuta a trovarlo e stava per dare all’arcivescovo una generosa donazione, ma prima i due si sono lamentati per la situazione di insicurezza, per i furti, perché non si rispettavano le proprietà. Romero, quindi, in un modo che certamente apparve brusco, disse che queste persone non facevano nulla di sbagliato, perché quello che facevano era per sopravvivere. Tale “giustificazione” del furto ha scioccato la coppia, che è andata via senza dare la donazione. Ovviamente, Romero non avrebbe mai fatto una cosa del genere in pubblico, e né bisogna dare troppo validità a questo fatto, al quale probabilmente assistitette una sola persona. Racconto questo semplicemente per sottolineare che dobbiamo valutare le cose nel proprio contesto. Inoltre, anche se ad una persona non piace o non convince ciò che Romero ha fatto o ha detto, qualora anche avesse sbagliato o commesso degli errori e dei peccati, ciò non toglie la sua santità, perché l’accettazione della morte ha l’effetto di una indulgenza plenaria e cancella ogni peccato.

Hanno cercato di manipolarlo? Chi?
Direi quasi tutti. El Salvador era un paese in cui una ristretta oligarchia, tra l’altro massonica, ha governato più di cento anni, violando i diritti civili. Giusto per farci un’idea, la Chiesa non era mai riuscita a far riconoscere gli effetti civili del matrimonio canonico. I cattolici protestavano nel loro ‘stile’: educatamente. Improvvisamente spuntarono alcuni rivoluzionari che rappresentavano i sentimenti della maggioranza – anche dei cattolici – ma che praticavano la violenza. I rivoluzionari volevano strumentalizzare la Chiesa e il governo continuava a predicare la sottomissione ai poteri pubblici. Dunque Romero doveva navigare ta queste scogliere. Anche se non fu una cosa immediata – dal momento che egli non ha mai negato la legittimità al governo – come arcivescovo di San Salvador si rese conto non solo che il governo non era attendibile, dato che da 100 anni non era onesto nel suo rapporto con la Chiesa, ma anche che aveva intrapreso una persecuzione spietata contro la Chiesa, iniziando a uccidere i sacerdoti per intimidire, e non perché portavano avanti una qualsiasi ideologia. Di fronte a tutto questo, Romero non potè rimanere in silenzio né continuare a predicare l’obbedienza al governo; iniziò quindi ad accogliere i perseguitati le cui vite erano minacciate, a mostrarsi in disaccordo con certe idee, a difendere i suoi sacerdoti e la libertà della Chiesa. E questo, ovviamente, lo fece senza predicare odio o rancore di alcun tipo, senza minacce, senza applaudire i rivoluzionari.

Qual è stato il motivo per il suo omicidio?
In generale, i potenti lo consideravano un serio ostacolo al loro impegno a mantenere a bada la popolazione attraverso la paura e a nascondere i crimini e la repressione. Per i rivoluzionari era pure un ostacolo, perché non solo egli denunciava i crimini e la violenza, ma anche l’abuso della libertà di culto che supponeva, ad esempio, l’occupazione indebita delle chiese. Anche se loro sapevano che non sarebbe mai stato Romero a chiedere alla polizia di sfrattare gli chiese a colpi di pistola.

Alla fine, fu un’omelia in particolare a segnare la condanna a morte del Beato. Il 23 marzo 1980, egli disse dall’altare che “ancor prima di un ordine ad uccidere un uomo dato da un altro uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice ‘non uccidere’. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno deve rispettarla. È il momento di riconquistare la vostra coscienza e obbedire alla vostra coscienza prima che ad un ordine del peccato”. Il giorno dopo, il leader di destra Roberto D’Aubuisson organizzò il suo omicidio, che compì uno dei membri della guardia personale del figlio dell’ex presidente Molina.

La Chiesa ha stabilito che monsignor Romero è stato ucciso ‘in odium fidei’. Cosa si può dire a riguardo?
Semplicemente che quella omelia è stata predicata nella fede, in questo caso nella fede alla dottrina morale della Chiesa. Questo ha innescato una reazione di odio e per questo è stato ucciso. Per odio alla fede, dunque.

Che significato ha la sua beatificazione?
Abbiamo messo lo slogan “Romero, martire per amore”, e credo che sia un’ottima scelta. Io, ancor prima di conoscere questo slogan, avrei voluto intitolare la mia biografia: “Monsignor Romero, martire della civiltà dell’amore”, perché lui viveva in un mondo pieno di odio, dove però predicava l’amore di Dio. E non mi riferisco alla situazione prima della guerra di El Salvador. Il Beato era un grande devoto del Sacro Cuore, con una vita spirituale molto intensa fin dalla sua giovinezza, che ha sofferto molto nel vedere le offese a Dio, i peccati, l’amore di Dio che veniva respinto. Si tratta di un messaggio valido per tutti i tempi e luoghi, ma soprattutto per i nostri tempi, e, naturalmente, per il suo paese che, dopo la lunga guerra civile scoppiata dopo la morte di Romero (1981-1992), ha un disperato bisogno di riconciliazione cristiana.

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