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Chiesetta / Pixabay CC0 - kirkandmimi, Public Domain

Rinnegare se stessi non è scelta per la morte, ma per la vita, di mons. Francesco Follo

Lectio divina sulle letture della XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 3 settembre 2017

Rito Romano

XXII Domenica del Tempo Ordinario –  3 settembre 2017

Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Rito Ambrosiano

Is 65,13-19; Sal 32; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11

I Domenica dopo il Martirio di san Giovanni il Precursore.

1) Scegliere la Croce è scegliere la Vita.

Nel Vangelo di Domenica scorsa  ci è stato ricordato che Simone, il pescatore di Cafarnao ha professato che Gesù di Nazareth è il Messia. Grazie a questa fede ha ricevuto da Cristo il nome di Pietro e l’autorità di essere la pietra di fondamento  a servizio dell’amore e della verità nella Chiesa.

Nel Vangelo di oggi, che è la diretta continuazione del brano di domenica scorsa, ci è raccontato che Pietro è rimproverato da Cristo perché non capisce e non accetta che il Messia abbia la Croce come passaggio necessario per la risurrezione. Quando, oggi, Gesù spiega che dovrà “andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Mt 16,21).

Tutto sembra rovesciarsi nel cuore  e nella mente di Pietro. Gli pare impossibile che “il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16), possa patire fino alla morte. Il primo degli apostoli si ribella, non accetta questa strada, prende la parola e dice al Maestro: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Mt 16, 22).  Appare evidente la divergenza tra il disegno d’amore del Padre, che arriva fino a donare suo Figlio Unigenito sulla croce per salvare l’umanità, e le attese, i desideri, i progetti dei discepoli.

Si può confessare che Gesù è Figlio di Dio, e tuttavia non accorgersi che Lui è un Dio di amore, di amore crocifisso. Prigioniero ancora della logica degli uomini, Pietro tenta di impedire che Gesù si conformi alla logica di Dio. E allora Gesù risponde al discepolo, che pochi istanti prima aveva chiamato pietra di fondazione e che ora con la sua obiezione diventa pietra di scandalo (= inciampo) : “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16, 23).

 Percorrere le strade secondo i pensieri degli uomini è mettere da parte Dio, è non accettare il suo progetto di amore, quasi impedirgli di compiere il suo sapiente volere. Oggi Gesù ci ripete che “il cammino dei discepoli è un seguire Lui, [andare dietro a Lui], il Crocifisso. In tutti e tre i Vangeli spiega tuttavia questo seguirlo nel segno della croce … come il cammino del “perdere se stesso”, che è necessario per l’uomo e senza il quale non gli è possibile trovare se stesso” (Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Milano 2007, 333).

Con ciò Cristo descrive il suo cammino, che – attraverso la croce – lo conduce alla resurrezione. E’ il “cammino” del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Con il cammino della Croce, con la Via Crucis che via carica di amore, Gesù rivela l’essenza dell’amore. Lasciamoci amare da chi ci ama dalla Croce.

Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, il Messia rivela che il potere vero, quello di Dio, è quello di amare donando se stesso fino alla morte: è la supremazia della tenerezza e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa: il terzo giorno Cristo è risorto dalla morte.

2) Rinnegarsi vuol dire abbandonarsi totalmente a Cristo

Accettando volontariamente la morte per amore, Gesù prende la croce di tutti gli uomini e diventa fonte di salvezza per tutta l’umanità che è invitata a capire che rinnegarsi vuol dire gettarsi nelle braccia di Cristo in Croce e ricevere da Lui la vita.

Sulla Croce infatti, la nostra debolezza è consegnata a Cristo che ha il potere di farne il tabernacolo del suo amore tenero, onnipotente e vittorioso.  «La croce vittoriosa ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, ha liberato chi era prigioniero del peccato, ha portato la redenzione all’intera umanità» (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi XIII,1 su Cristo crocifisso e sepolto, PG 33, 772 B).

È chiaro a questo punto che cosa significhi veramente seguire Gesù, l’imperativo che ancora una volta egli ricorda ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24) .

Rinnegare se stessi significa rinunciare alla propria idea di Dio, per accettare quella di Gesù.

Rinnegare se stessi non è una scelta per la morte, ma per la vita, per la bellezza e per la gioia. È seguire il Verbo di Dio per un imparare il linguaggio del vero amore. Seguendo Cristo che si svela Dio nell’amore e nel dono di sé, impariamo anche cambiare la logica della propria esistenza: non più una vita vissuta a vantaggio proprio, ma una vita vissuta in dono. È questa fondamentalmente la logica della Croce, sia per Gesù sia per i suoi discepoli.

Rinnegare se stessi per mettersi  alla sequela di Gesù “significa prendere la propria croce – tutti l’abbiamo… – per accompagnarlo nel suo cammino, un cammino scomodo che non è quello del successo, della gloria passeggera, ma quello che conduce alla vera libertà, quella che ci libera dall’egoismo e dal peccato. Si tratta di operare un netto rifiuto di quella mentalità mondana che pone il proprio “io” e i propri interessi al centro dell’esistenza: questo non è ciò che Gesù vuole da noi! Invece, Gesù ci invita a perdere la propria vita per Lui, per il Vangelo, per riceverla rinnovata, realizzata e autentica” (Papa Francesco, Discorso all’Angelus del 13 settembre 2015)

Rinnegare se stessi vuol dire “perdere” la propria vita per Cristo e in Cristo, per riceverla rinnovata, realizzata e autentica, perché seguire la Croce conduce alla risurrezione, alla vita piena e definitiva con Dio.

Rinnegare se stessi è accettare di essere creta malleabile nella mani creative di Dio che fa di noi vasi di grazia e di amore.

Rinnegare se stessi vuol dire rinunciare ai nostri fragili pensieri e incostanti sentimenti per avere in noi i sentimenti di Cristo.

Rinnegare se stessi vuol dire lasciare tutto per seguire Lui, il nostro Maestro e Signore che si è fatto Servo di tutti. Vuol dire camminare dietro a Lui e ascoltarlo attentamente nella sua Parola e nei Sacramenti, per imparare a sentire come Lui sentiva, conformare il nostro modo di pensare, di decidere, ai sentimenti di Gesù, conformandosi a Lui e per essere  “già come angeli su questa terra” (Sant’Ambrogio di Milano). Non nel senso che la loro vita si sottragga alla realtà concreta, ma perché testimoniano già oggi che il destino dell’uomo si gioca in riferimento a Cristo.

Ma il Santo Vescovo di Milano  si spinge ancora oltre. Nel Commento al Vangelo di Luca, Sant’Ambrogio parla della “generazione di Cristo”. Spiegando il il Magnificat dice: «Vedi bene che Maria non aveva dubitato, bensì creduto, e perciò aveva ottenuto il frutto della sua fede. Beata tu che hai creduto (Lc 1,47). Ma beati anche voi che avete udito e avete creduto: infatti, ogni anima che crede, concepisce e genera il Verbo di Dio, e ne comprende le opere. Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio; se infatti secondo la carne una sola è la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo; ognuna infatti accoglie in sé il Verbo di Dio, purché, serbandosi senza macchia e libera dal peccato, custodisca con perseverante pudore la purezza della vita”. (Expos. Evangelii sec. Lucam, II, 26-27). Da qui capiamo che il valore esemplare della verginità consacrata è quello di mostrare una fecondità che avviene nella verginità, ma questa fecondità è proposta ad ogni credente. Concepire e generare il Verbo di Dio, infatti, significa avere gli stessi sentimenti di Cristo e riproporre nella nella vita i suoi gesti e le sue parole, facendo riaccadere della presenza di Cristo all’interno della sua Chiesa.

*

Lettura patristica

Imitazione di Cristo

La via regale della croce

1) A molti sembrano assai dure queste parole: «Sacrifica te stesso, prendi la tua croce e segui Gesù» (Mt 16,24). Ma saranno assai più aspre queste estreme parole: “Andate lontano da me, voi maledetti, nel fuoco eterno!” (Mt 25,41).

Quelli che adesso ascoltano e praticano le parole circa la croce, allora (al giudizio finale) non temeranno di sentirsi gridare quelle altre parole di eterna dannazione.

Quando il Signore verrà all’ultimo giudizio, “allora comparirà nel cielo il segno del figlio dell’uomo (la croce)” (Mt 24,30).

Allora tutti i servi della Croce, che in questa vita imitarono il Crocifisso, si avvicineranno a Cristo giudice con grande fiducia.

2) Perché dunque hai tanta paura di accostarti alla croce, per mezzo della quale si va al regno?

Nella croce vi è la salvezza, nella croce la vita, nella croce la protezione dai nemici. Attraverso la croce viene infusa nell’anima la celeste soavità, vien data la robustezza alla mente, gaudio allo spirito. Nella croce vi è il compendio delle virtù, nella croce la perfezione della santità. Non vi è salvezza per l’anima, né speranza di vita eterna se non nella croce.

Prendi su dunque la tua croce e segui Gesù; e andrai alla vita eterna.

Ti ha preceduto Lui portando la sua croce, ed è morto Lui prima in croce, affinché anche tu porti la tua croce e muoia volentieri sulla croce; ché se lo imiterai morendo come Lui, lo imiterai anche vivendo parimenti con Lui. E se gli sarai stato compagno nella pena, lo sarai anche nella gloria.

3) Tutto dunque si riduce alla croce e al morire sulla croce e per giungere alla vita e alla vera pace interna non vi è altra via che quella della santa croce e della quotidiana mortificazione.

Va’ pure dove vuoi, cerca pure quello che ti pare, ma non troverai lassù una via più alta e quaggiù una via più sicura che la via della croce.

Disponi pure e comanda che tutto sia fatto secondo la tua volontà e il tuo parere, ma non potrai che fare questa constatazione: bisogna sempre soffrire qualche cosa o per amore o per forza: vedi dunque che sempre troverai la croce. Difatti: ora dovrai patire qualche dolore nelle membra, ora dovrai subire qualche tribolazione di spirito nell’anima.

4) Talvolta ti sentirai oppresso per l’abbandono di Dio; talvolta sarai tormentato dal prossimo, e, quel che è più, spesso tu stesso sarai di fastidio a te.

E non potrai sollevarti un po’ o liberarti dal male con qualche rimedio o con qualche conforto, ma ti toccherà sopportare finché a Dio piacerà; poiché Dio vuole che tu impari a soffrire il dolore senza consolazione e che tu ti sottometta a lui senza riserva e che soffrendo tu diventi più umile.

Nessuno partecipa con tanto cordoglio alla passione di Gesù, se non colui a cui sarà toccato di patire qualche cosa di simile a lui.

La croce dunque è sempre pronta e ti aspetta dappertutto. Per quanto tu scappi via non potrai mai sfuggirle; anche perché, dovunque tu vada, per lo meno porterai appresso te e sempre troverai te stesso. Guarda pure in alto, guarda pure in basso, guarda pure fuori, guarda pure dentro… in ogni punto troverai sempre la croce. Ed è necessario che dappertutto tu porti pazienza se vuoi mantenere in te la pace e meritare l’immortale corona.

5) Ma se tu la porti volentieri, la croce porterà te; e ti condurrà alla desiderata meta, ove, cioè, non c’è più da soffrire, anche se questo non sarà certo quaggiù.

Se invece tu la porti con ripugnanza, la troverai più pesante e aggraverai di più la tua pena, mentre poi non risolvi niente, perché già, tanto, non puoi fare a meno di portarla. Se poi getti via una croce, ne troverai senza dubbio un’altra, e forse più gravosa.

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi.

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Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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