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Riccardi: “Un leader religioso che predica violenza, non è leader, né religioso”

Intervista al fondatore della Comunità di Sant’Egidio, organizzatrice dell’evento di ieri che ha riunito cattolici e sciiti, a confronto sul tema della convivenza pacifica globale

Presso la Sala Congressi della Comunità di Sant’Egidio, nel corso di tutta la giornata di ieri, si è tenuta una conferenza che ha riunito rappresentanti della Chiesa Cattolica e delle istituzioni sciite. I partecipanti hanno affrontato il tema della “responsabilità dei credenti in un mondo globale e plurale” e del dialogo per la costruzione della pace in un momento storico segnato da molte crisi e conflitti sulla scena internazionale.

Interpellato da ZENIT, il professor Andrea Riccardi, fondatore e già presidente di Sant’Egidio ha detto: “Penso che tra mondi diversi dovremmo scoprirci a vicenda: oggi o c’è l’amicizia o c’è il conflitto, ignorarsi non è più possibile”.

Durante il suo intervento di chiusura della conferenza, Riccardi ha poi affermato: “un leader religioso che predica la violenza non è né un leader, né un religioso”.

Ha poi aggiunto che “le religioni che non sanno affrontare la globalizzazione sono destinate all’irrilevanza o al fanatismo”, perché oggi è necessario vivere nella comunicazione globale. Inoltre, con la globalizzazione, il mondo non è diventato ecumenico, né ha trovato la pace o la giustizia.

Che cosa è un cattolico per uno sciita e cos’è uno sciita per un cattolico? Nel rispondere a questa domanda, Riccardi ha riferito che, durante il congresso, un giornalista ha domandato il perché del congresso odierno e se vi fossero presenti immigrati sciiti: non aveva capito che, con la globalizzazione, “o vi è conflitto o vi è amicizia”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ha detto che un “uomo globale deve essere più religioso, più credente di un uomo del Medioevo o di un contadino”, perché la nostra società globale ha un grande bisogno di religione e di valori spirituali.

“Il dialogo – ha proseguito Riccardi – determina l’ecologia del mondo. Se ci chiediamo perché serve il dialogo, potremmo chiederci perché serve la preghiera. Si semina oggi e si raccoglie tra cinque, dieci o più anni”.

“Vorrei che questo dialogo tra cattolici e sciiti – ha concluso – prosegua in modo tempestivo. Oggi è un primo incontro. L’incontro non ci lascia mai uguali a prima e dobbiamo sempre migliorare”.

Da parte sua, l’imam Jawad al-Khoei ha ricordato la partecipazione al congresso di ulema di vari paesi, tutti con grande influenza nella società, che hanno proposto idee molto importanti che riflettono il pensiero degli sciiti. Al-Khoei ha citato le parole del cardinale Jean-Louis Tauran, secondo il quale “non bisogna imporsi sugli altri”. L’imam ha aggiunto che imporre una costrizione nella lettura della religione è un segno di ignoranza. I leader religiosi sono accusati di essere la causa di tale costrizione, quindi del terrorismo, quando invece devono essere parte della soluzione; dobbiamo dare speranza ed ottimismo, per comprendere che il problema non è nella religione, ma nell’ignoranza della stessa. Per questo motivo non si può esigere uno stato religioso.

“Vi sono molti punti in comune tra gli sciiti e i cattolici – ha concluso – come il ruolo della ragione, la spiritualità e la moralità. In questo congresso abbiamo sottolineato l’importanza della dignità umana e abbiamo richiamato l’importanza della protezione dei valori e dei principi morali a tutti i livelli”.

La conferenza è stata organizzata congiuntamente dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Fondazione Imam al-Khoei, una fondazione internazionale associata alla massima autorità religiosa dell’Islam sciita iracheno, il grande ayatollah Al Sistani.

All’incontro hanno partecipato una decina di dignitari religiosi di primo ordine provenienti da Iran, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait. Accanto a loro, eminenti autorità cattoliche, come il cardinale Reinhard Marx, presidente della Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea, il Cardinale Jean-Louis Touran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Insieme ad altri rappresentanti cattolici, hanno affrontato i temi del rapporto tra Stato e religione, del ruolo dei credenti nella società di oggi e delle prospettive di dialogo e di cooperazione per il futuro.

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