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Referendum. Vacca: “Chi vota No rafforza il governo Renzi”

Il presidente della Fondazione Istituto Gramsci spiega le ragioni del “Si” al referendum sulla riforma costituzionale

Domenica 4 dicembre, gli italiani andranno a votare per approvare o respingere la riforma della carta costituzionale promossa dal governo.
La legge in questione implica delle modifiche importanti all’assetto delle istituzioni come il superamento del bicameralismo perfetto e la riforma del titolo V della costituzione. A pochi giorni dall’esito del referendum costituzionale, il dibattito fra i sostenitori e gli oppositori della riforma è in fermento. Personalità del mondo politico, giuridico ed accademico hanno esposto le proprie ragioni sulla scelta del voto. Una di queste è il professor Giuseppe Vacca, presidente della Fondazione Istituto Gramsci e docente di Storia delle dottrine politiche. Fin dalla gioventù, Giuseppe Vacca ha svolto un’intensa attività politica e di organizzatore di cultura, nella quale si colloca la fondazione dell’Istituto Gramsci pugliese, nel 1975. Inoltre, egli è stato deputato nella nona e decima legislatura, eletto nel collegio Bari-Foggia nelle liste del PCI. ZENIT ha intervistato il professor Vacca, che ha esposto le ragioni per cui votare “sì” al referendum e le conseguenze di un’eventuale bocciatura della riforma costituzionale ai seggi.

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Quali sono le ragioni per cui votare SI al referendum?

Sia la valorizzazione del parlamento inteso come la Camera dei deputati sia l’istituzione di una seconda camera con competenze differenziate e funzionali per mettere in ordine nell’enorme disordine conseguente alla riforma del titolo V della costituzione. Essa, infatti, aveva trasferito alle regioni una molteplicità di competenze concorrenti senza, al contempo, pensare ad una seconda camera, intesa come camera delle regioni e delle autonomie. Tutto questo, da un lato ha generato fenomeni , ormai noti, di conflitto fra regioni e Governo impedendo al paese, nel suo complesso, di avere delle informazioni e farsi un giudizio. Dall’altro lato, invece, il governo dello sviluppo è diventato sempre più incerto e difficile. Quindi, se l’Italia non cresce da vent’anni, il problema non è solo di chi ha governato ma di quali siano le condizioni istituzionali e di contesto in cui possano essere governati la crescita e lo sviluppo della competizione internazionale.

Secondo lei quali sono gli argomenti di chi sostiene di votare No?

Gli unici argomenti che hanno una valenza erano quelli legati al cosiddetto “Combinato disposto” fra le riforma e la legge elettorale. Ovviamente, una connessione c’è. Anche se questa riforma costituzionale è compatibile con qualunque legge elettorale, la critica si appella al ballottaggio ed all’elezione indiretta ma effettivamente esplicita del premier. Essendo venuto meno l’Italicum, c’è un’altra ipotesi elettorale per la Camera dei deputati. Di conseguenza, non vedo alcun argomento a sostegno del “no” che sia reale. Sono soltanto delle menzogne sui seguenti temi: Senato delle regioni, che sarebbe effettivamente non eletto; risparmio dei costi legati al funzionamento delle istituzioni, deriva autoritaria della Camera dei deputati. In sintesi, il pensiero dei sostenitori del “no”: “Tutti quelli che non vogliono Renzi ed il suo governo, votino no”. Questi non sono argomenti di una campagna referendaria.

Qual è la valenza politica, economica e sociale delle riforme indicate nel referendum?

Se l’Italia diviene meglio governabile, sia nei rapporti fra il governo centrale e quelli regionali sia nel modo di funzionare dei governi regionali. Se c’è una combinazione virtuosa, nell’interesse nazionale, come lo legge il governo centrale e di come lo si può leggere attraverso il lavoro di sintesi della camera delle regioni, l’Italia può essere governata meglio nella crescita. Tutto ciò consentirebbe di pensare all’Europa con un’autorevolezza maggiore e con i vantaggi che ne conseguono. Questo perché l’integrazione europea avviene attraverso la competizione dei sistemi nazionali. La vittoria del “no”, invece, per un certo periodo comporterebbe una situazione da fibrillazione simile a quella che abbiamo avuto dal 2008 al 2011. Non vedo il rischio di commissariamento come quello che avvenne con il governo Monti ma potrebbe anche verificarsi.

Che cosa accade se vince il No?

Ci sono tutte le ragioni, ormai spiegate anche nell’ultima fase della campagna elettorale, che permettono ai cittadini di capire che il risultato del referendum avviene in presenza di un parlamento dove vi è una sola maggioranza possibile. Essa sostiene il governo attuale. Quindi, ci troviamo di fronte ad un paradosso: chi pensa di abbattere Renzi attraverso il referendum, forse lo rafforza. Ciò non toglie che queste riforme si fermino e diventi prioritaria la legge elettorale da fare e non è uno scherzo. Si tratta di rifare una legge elettorale già fatta, quella della Camera dei deputati, e di fare una legge elettorale omogenea per il Senato, almeno per rimuovere in parte le cause dell’ingovernabilità derivanti, in parte, dalla possibilità di avere lo stesso tipo di maggioranza, rimanendo in piedi il sistema bicamerale. Inoltre, il governo dovrà occuparsi, innanzitutto, delle nuove leggi elettorali perché, anche se dovessimo arrivare alle prossime elezioni al normale termine della legislatura, comunque esse non sono distanti. La vittoria del “no” comporterebbe un notevole svantaggio rispetto ad un progetto riformatore che quantomeno, dopo trent’anni, ha affrontato il tema della governabilità in maniera credibile e quello della modernizzazione del sistema rappresentativo in un modo molto più efficace.

Può spiegarci come mai diversi componenti del Partito Democratico, il cui segretario è il leader del Governo, hanno costituito dei comitati per il No al referendum?

Questa è quanto meno un’anomali, anche se i discorsi da fare sono diversi perché chi è parlamentare del Partito Democratico ha partecipato, per due anni, all’elaborazione ed all’approvazione di questa riforma. Poi, dopo che è stata votata, anche se qualcuno di loro non l’ha votata, pretenda di costituire i comitati per il No è quantomeno anomalo. In alcuni casi è anche assai più che anomalo. E’ poco dignitoso e non onorevole. Per quanto riguarda, invece, gli scettici militanti, il referendum è un istituto a disposizione dei cittadini, rispetto al quale la responsabilità individuale fa sull’appartenenza ad un partito. Quindi, non trovo strano che un militante del Partito Democratico non sia d’accordo voti “no” e che magari faccia propaganda a favore del “no”. Se lo fanno i dirigenti del partito, invece, il discorso è diverso.

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