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Quella povertà che uccide la famiglia

Il pensiero di papa Francesco non è una riflessione economica o sociale ma, in primo luogo, rimette al centro la persona e le sue esigenze primarie

«La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa; la povertà si può vincere con un sistema costruttivo ed è di fondamentale importanza combattere l’ingiustizia anche a costo della propria vita».

Lo diceva Gandhi. E molto di più ha detto il Santo Padre nell’udienza del mercoledì, quando ha puntato i riflettori sui «pianificatori del benessere», i rappresentanti della classe politica e di quella economica che, con le loro scelte non sempre eque, distruggono i vincoli familiari attraverso i fendenti delle diseguaglianze, specialmente della povertà. «Ci sono tante famiglie povere che con dignità cercano di condurre la loro vita quotidiana, spesso confidando apertamente nella benedizione di Dio», ha ricordato Papa Francesco, precisando subito che ciò, in ogni caso, «non deve giustificare la nostra indifferenza, ma semmai aumentare la nostra vergogna: è quasi un miracolo che, anche nella povertà, la famiglia continui a formarsi, e persino a conservare, come può, la speciale umanità dei suoi legami», vincendo il fastidio di quanti, calcolatrice e cronometro alla mano, «considerano gli affetti come una variabile secondaria della qualità della vita».

C’è, nelle sue parole, una lezione destinata a insegnare una diversa declinazione del profitto derivante dai beni materiali ma pure da quelli immateriali, come la conoscenza, altrettanto e forse anche più preziosa: la ricerca delle realtà più sofisticate, artificiose, costose domina la quotidianità rendendola ansiosa e tesa. Non si apprezza più il valore del distacco, non si assapora la spontaneità delle cose modeste, non c’è più spazio per il silenzio, la riflessione, la preghiera.

Certo, quella del Papa non è una riflessione economica e sociale, ma approda comunque alla convinzione del bisogno di ridisegnare economia, finanza e mercato, rimettendo al centro le persone e le loro esigenze primarie. Non si tratta solo di sostenere le pur note e fondate ragioni della lotta allo spreco, al consumismo, alla sfacciataggine del benessere, bensì di riconoscere la necessità di una maggiore sobrietà. Non per semplici motivi dietetici, ma per guardare ai margini dove si relegano tutti quelli che non hanno neppure il minimo per un pasto di mera sopravvivenza. Per questo a una sostanziale irresponsabilità egoistica deve sostituirsi una corresponsabilità globale. Non esistono strutture di governance mondiali adeguate ad affrontare le sfide del presente e del futuro, ma è evidente che la complessità dei sistemi socio-economici attuali esige un impegno fattivo e non vagamente filantropico, come quello che il cafone nato dalla penna di Silone in Fontamara ridicolizza con una battuta: «Se è gratis, c’è l’inganno».

È il passo che serve per incamminarsi verso quella nuova etica civile tanto indispensabile ed urgente che, come sottolineato proprio dal Pontefice, vedrà la luce solo quando «i responsabili della vita pubblica riorganizzeranno il legame sociale a partire dalla lotta alla spirale perversa tra famiglia e povertà, che ci porta nel baratro». Forte e chiaro e soprattutto cristiano, no?

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