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Quei muri che, 25 anni dopo Berlino, ancora non sono venuti giù

Nel suo editoriale pubblicato oggi sulla “Gazzetta del Sud”, l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace riflette sull’evento che cambiò la storia

«Il cambiamento delle strutture deve partire dall’uomo, dal suo rapporto con se stesso e con gli altri»:

Così Vaclav Havel, drammaturgo cecoslovacco, leader della “Rivoluzione di velluto” contro il blocco sovietico) esprimeva le sensazioni provate davanti al crollo del muro che per 28 anni divise in due non solo Berlino, ma idealmente il mondo intero. Un quarto di secolo è passato da quel 9 novembre del 1989, quando in una notte sola anni di terrore e contrapposizioni vennero giù con i mattoni e i calcinacci. Evento che fu festeggiato come un passo decisivo a favore della pace mondiale. La “cortina di ferro”, quella striscia fatta di fili spinati, torrette di avvistamento, fossati, steccati, barriere di cemento, era stata finalmente abbattuta ponendo fine all’eredità pesante della seconda guerra mondiale. Ci volle, però, poco per accorgersi che la divisione tra capitalismo e socialismo era solo una delle tante sezioni in cui era frammentato il mondo, la punta di un iceberg ben più massiccio e solido. Così, se al tempo del muro di Berlino esistevano una quindicina di sbarramenti fisici, oggi essi sono molto più numerosi. Per chi li erige essi dovrebbero garantire la sicurezza e allontanare i pericoli. Forse all’inizio è così, ma a lungo andare l’autoisolamento rende ogni comunità più debole e insicura perché un muro, per qualsivoglia motivo venga costruito, limita drammaticamente libertà e orizzonte.

L’illusorietà delle porte blindate, simbolo dell’odierno vivere quotidiano, è evidente: oggi l’uomo ha più paura di ieri. Altrettanto tangibile è il fallimento del sogno nato col venir giù del muro berlinese infatti da quelle  macerie  è fiorita  una miriade di altri reticolati a dividere l’umanità. Dice Zygmunt Bauman: «L’unico modo per accrescere la sicurezza non è costruire altri muri, ma creare spazi aperti nei quali tutti possano dialogare e sentirsi partecipi dello stesso mondo». Perché ciò avvenga serve un’ umanità nuova, quella che Havel vagheggiava, ma in un quarto di secolo non è nata. Questa delusione ha mille padri e mille ragioni, ma ciò non va accettato passivamente. Insomma, vietato arrendersi: la speranza, la virtù “che non confonde” non conosce confini né recinti. La via è tracciata, esiste: va solo imboccata e percorsa. Ce lo ricorda papa Francesco: nel guardarsi dentro, nel guardare al prossimo, «l’importante è cercare la pace il più presto possibile, con una parola, un gesto. Un ponte piuttosto che un muro, come quello che per tanti anni ha diviso Berlino. Perché anche, nel nostro cuore c’è la possibilità di diventare Berlino con il Muro con altri».

+ Vincenzo Bertolone

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