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A "favela"

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Quei bambini che non andranno alle Olimpiadi

L’insopportabile mattanza dei “meninos de rua” nelle favelas di Rio

Sul finire della sua vita, tenendo in braccio un bimbo figlio di amici e vincendo il pessimismo di cui aveva fatto un marchio, Jean Paul Sartre confidò a chi gli stava vicino che se si fosse pesato su un piatto ciò che egli aveva fin lì scritto e su un altro piatto il sorriso di quel fanciullo, tutte le sue opere insieme non sarebbero state che una piuma rispetto alla bellezza di quel volto radioso.

Non la pensa evidentemente così il mondo di oggi, che lascia che in Brasile la polizia, dunque lo Stato, spari addosso ai bambini per ripulire le strade in nome delle Olimpiadi. Bimbi spazzati via, giustiziati sommariamente perché vittime della miseria più nera, il più delle volte senza famiglia e per questo, per la colpa di vivere per strada, potenziali criminali pericolosi, da eliminare per non turbare di quanti l’estate prossima affolleranno le città brasiliane per godersi lo spettacolo dei giochi olimpici.

L’insopportabile mattanza dei “meninos de rua” non è un’invenzione giornalistica: è il succo del rapporto dato alle stampe dall’Onu attraverso il Comitato per i diritti umani. Un dato che purtroppo non è una novità, come lo è invece adesso la certificazione dell’odioso fenomeno da parte delle Nazioni Unite, che sostanzialmente danno veste di ufficialità alle denunce presentate negli anni dalle associazioni per i diritti umani e dalla stessa Chiesa brasiliana.

Quanto accade è la prova che anche sistemi sedicenti democratici, solo per motivi d’immagine ed economici, sono disposti a chiudere gli occhi su tutto, persino sulla morte di cittadini che per la loro età e fragilità dovrebbero essere maggiormente tutelati ed anzi accompagnati per mano all’appuntamento col futuro. Anche per questo, per quanto riguarda la Chiesa e per i tragici errori dalla stessa e nella stessa commessi a danno dei fanciulli, all’udienza generale Papa Francesco ha chiesto perdono, rimandando a elementi fondamentali ai quali improntare le relazioni con le generazioni in erba. «Il tenero e misterioso rapporto di Dio con l’anima dei bambini non dovrebbe essere mai violato. Il bambino è pronto fin dalla nascita per sentirsi amato da Dio, è pronto a questo», ha aggiunto il Pontefice: «Solo se guardiamo i bambini con gli occhi di Gesù possiamo capire come difendendo la famiglia proteggiamo l’umanità».

I figli vengono al mondo pronti a essere amati ed a riconoscere in questo amore l’eco di un altro, anteriore, originario amore. Basta questo, anche di fronte all’eco dei fatti brasiliani e delle tragedie che quotidianamente si consumano ovunque ai danni dei bambini, per ricordare che nonostante il diffondersi del male della storia, capace di tanto clamore, v’è sempre il bene a fare da contraltare, sia pure nascosto e silente e, per questo, all’apparenza minoritario. Una verità banale, eppure facilmente dimenticata, come notava Antoine de Saint-Exupéry quando – certo non a caso – scriveva: «Gli adulti da soli non capiscono niente, ed è stancante per i bambini dover sempre spiegare tutto».

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