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Quaresima: tempo per portare la misericordia di Dio nel deserto dell’uomo

Lectio Divina sulle letture per la I Domenica di Quaresima 2016 – Anno C – 14 febbraio 2016

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l’UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture per la I Domenica di Quaresima 2016 – Anno C – 14 febbraio 2016.

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Rito Romano

I Domenica di Quaresima – Anno C – 14 febbraio 2016
Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

Rito Ambrosiano

I Domenica di Quaresima
Gl 2,12b-18; Sal 50; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11

1) La Quaresima come esodo.

I quaranta giorni di Gesù nei luoghi deserti di Israele sono l’eco dell’esodo, cioè dei quarant’anni trascorsi dal popolo ebreo nel deserto dopo la liberazione dall’Egitto. Dunque, se vogliamo capire il senso dell’esperienza di Gesù, se vogliamo capire il senso del nostro cammino quaresimale insieme con Cristo, allora dobbiamo meditare sugli eventi della storia di Israele e della vita del Redentore. Tuttavia, se vogliamo che questa meditazione non sia una semplice riflessione intellettuale, dobbiamo fare questo cammino di conversione ritornando al Signore con tutto “con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti” (Gl 2,12). “Con tutto il cuore” vuol dire che questa conversione deve partire dal centro dei nostri pensieri e sentimenti, dalle radici delle nostre decisioni, scelte e azioni, con un gesto di totale e radicale libertà. Ma com’è possibile questo esodo, questo ritorno a Dio? E’ possibile grazie a una forza che non risiede nel nostro cuore, ma che si sprigiona dal cuore stesso di Dio. E’ la forza della sua misericordia.

La Quaresima è il tempo ricco di grazia e di misericordia, che la Chiesa ci offre perché ci impegniamo nell’esodo spirituale, nel cammino di conversione a Cristo attraverso l’ascolto più frequente della Parola di Dio, la preghiera più intensa, il digiuno e la carità.  In quest’Anno Giubilare della misericordia la Quaresima ci è proposta come “tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia corporali e spirituali” (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2016).

Dunque, la Quaresima è tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e di quella della Chiesa. Ciò implica sempre una lotta spirituale, perché il diavolo si oppone al nostro esodo di santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Cristo che ci porta al Padre. Per questo, nella prima domenica di Quaresima, è proclamato ogni anno il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto.

2) Le tentazioni di Gesù.

Gesù fu tentato. Da quello che è scritto nel Vangelo di San Luca emerge che le tentazioni sono state ben di più di tre e che sono indicate come la tentazione del pane, quella del prestigio e quella del potere In effetti, San Luca racconta che il tentatore è con Gesù fin dall’inizio e cerca di agire su Gesù con “ogni tentazione”.

Ma perché Gesù fu tentato? Con i Padri della Chiesa possiamo rispondere che le tentazioni fanno parte della “discesa” di Gesù nella nostra condizione umana, nell’abisso del peccato e delle sue conseguenze. Una “discesa” che Gesù ha percorso sino alla fine, sino alla morte di croce e agli inferi dell’estrema lontananza da Dio. In questo modo, Egli è la mano che Dio ha teso all’uomo, alla pecorella smarrita, per riportarla in salvo. Come insegna sant’Agostino, “Gesù ha preso da noi le tentazioni, per donare a noi la sua vittoria” (cfr Enarr. in Psalmos, 60,3: PL 36, 724).

Queste tre seduzioni hanno un denominatore comune e possono essere considerate come tre modi diversi di un’unica tentazione, con la quale Satana mette alla prova Gesù nel deserto, che però – come insegna la Bibbia – non è tanto il luogo della tentazione e della prova, quanto l’occasione di fare l’esperienza della vicinanza, della fedeltà, della misericordia del Signore: “Il Signore, tuo Dio… ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto. Il Signore, tuo Dio, è stato con te in questi quarant’anni e non ti è mancato nulla” (Dt 2, 7).

Portando il suo attacco alla libertà umana di Cristo, il diavolo vuol spingere il Messia contro Dio, facendo leva sull’avidità umana di possedere le cose, le persone e Dio stesso, e di cercare la realizzazione di sé disobbedendo al Padre perché sarebbe un Dio invidioso e rivale.

Infatti, che cosa suggerisce il diavolo a Gesù? Di seguire una via, di realizzare un’esistenza contraria a quella che il Padre aveva progettato per Lui, cercando di insinuare nel suo cuore il dubbio circa la bontà e la fedeltà di Dio. Dalla tentazione di Adamo ed Eva in poi, la “strategia” usata dal diavolo per indurci al peccato è sempre questa: farci dubitare dell’amore provvidente del Padre per indurci a disobbedire al divino disegno di bontà. Se nella mente e nel cuore dell’essere umano s’insinua la falsa idea che Dio sia invidioso della felicità umana, è più facile indurre al male, spingendo alla disobbedienza di una legge che non è più colta come proveniente dall’amore del Padre ricco di misericordia e di bontà, ma dalla gelosia di un Dio invidioso e nemico dell’umanità.

Dunque nel deserto il diavolo tentò Cristo per distoglierlo dalla sua obbedienza al Padre, mostrando come vera vita un’esistenza contraria al progetto divino. Come? Ecco le tre forme che questa tentazione di base assume.

La prima: “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”. E’ un invito a dare prova della sua capacità di provvedere a se stesso, prescindendo dal Padre. Ma Gesù, che nel deserto aveva digiunato per 40 giorni, risponde: “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca del Padre”. Cristo risponde che Lui intende vivere invece la sua missione nell’ascolto obbediente del Padre. E con ciò mostra la relazione unica di Cristo con il Padre e l’abbandono confidente a Lui Padre.

Per questo il digiuno è pratica quaresimale importante per far emergere in noi la fame di Dio come esigenza fondamentale. Dunque, digiunare non è solo mangiare poco o nulla in qualche giorno di quaresima, ma privarsi di qualcosa o di alcune cose per capire la necessità di Dio nella nostra vita.

La seconda riguarda il potere che l’uomo vuole per realizzarsi. “Il diavolo condusse in alto il Messia e gli mostrò tutti i regni della terra”. Satana pensava di poter corrompere Gesù, promettendogli “il potere e la gloria” (Lc 4,6) del mondo se si fosse prostrato in adorazione dinanzi a lui (Id 4,7). E’ la tentazione di credere in un Dio pronto a risolvere i nostri egoismi, ciò che noi vogliamo. Gesù rispose: “Il Signore, Dio tuo, adorerai” (Id. 4,8).

Da ciò impariamo che il cristiano non serve se stesso o il popolo, ma solo Dio: è in perenne adorazione, a servizio del Padre e del suo amore, che ci spinge verso i fratelli. Per questo, la seconda pratica quaresimale è l’elemosina, che non è tanto dare alcune monetine ai poveri, ma vivere la carità fraterna praticando le opere di misericordia corporale e spirituale come Papa Francesco raccomanda.

La terza forma di tentazione è la più acuta. Il diavolo propone a Cristo: “Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù” (Id. 4,9) dal pinnacolo del tempio. E’ come se Satana dicesse: “Metti alla prova tuo Padre per verificare se mantiene le sue promesse”. La risposta di Gesù è decisa: questo significa “tentare Dio”, non fidarsi del Padre, Vita e sorgente di Vita. Cristo vive in questo totale abbandono al Padre e confermerà questo suo affidamento sempre fino ad andare in Croce e dire: “Nelle tue mani o Dio affido il mio spirito”.

Alla luce di ciò, viviamo la terza pratica di quaresima: la preghiera più intensa e perché questo tempo di penitenza e conversione sia fruttuoso per ciascuno di noi, preghiamo: “Concedici, Dio onnipotente, che, durante gli esercizi annuali della santa Quaresima, possiamo progredire nell’intelligenza del mistero di Cristo e ricercarne l’effetto (nella nostra vita) con una condotta degna”1 (Colletta della I Domenica di Quaresima).

3) Aprire la nostra miseria alla misericordia di Dio.

Questa terza pratica di quaresima, la preghiera più intensa, è molto importante perché quando preghiamo ci lasciamo raggiungere da Dio che in Cristo è venuto a cercarci (si pensi alla parabola della pecorella smarrita Lc 15) che prende sulle sue spalle non solo i nostri peccati ma noi stessi. La preghiera quindi apre la nostra miseria alla misericordia di Gesù, che oggi ci insegna l’affidamento totale al Padre.

Affidamento totale che le Vergini consacrate nel mondo vivono attraverso il dono completo di sé a Cristo, Sposo che nel deserto parla al loro cuore (cfr Osea 2,2,), attraverso la preghiera, che permette di ascoltare la parola di amore di Dio e di imparare dal cuore di Cristo, attraverso la carità, perché “pregare è pensare a Dio amandolo” (Charles de Foucauld) e riconoscendolo nel prossimo, che è icona e presenza autentica di Cristo.

Certo per riconoscere Cristo nell’altro ci vuole una “purezza angelica” (M. Teresa di Calcutta) che è testimoniata in modo particolare da chi vive la verginità consacrata perché “la verginità trasforma in angeli le persone che l’abbracciano veramente” (San Giovanni Crisostomo).

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NOTE

1  Traduzione letterale di “Concéde nobis, omnípotens Deus, ut, per ánnua quadragesimális exercítia sacraménti, et ad intellegéndum Christi proficiámus arcánum, et efféctus eius digna conversatióne sectémur ”.

About Francesco Follo

Monsignor Francesco Follo è osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi.

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