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Quando la troppa premura diventa dannosa

La soluzione per i ragazzi che non amano lo studio non sta nell’eliminare i compiti a casa

«Lo studio non è lavoro ma la forma più gloriosa di gioco».

Se avessero letto qualche libro di Luciano De Crescenzo, i genitori che in Italia – e non solo – hanno dichiarato Guerra alla scuola, forse sarebbero rinsaviti alzando bandiera bianca. Da qualche tempo un numero crescente di padri e madri protesta contro i compiti a casa assegnati ai figli dagli insegnanti. Un tema affrontato con una veemenza degna di una questione di Stato: una pratica data per scontata (lo studio fra le mura domestiche) oggi è un problema, tant’è vero che il ministro dell’istruzione è intervenuto per placare gli animi.

È il segno di un mondo rovesciato, imbarbarito. Di un atteggiamento che autorizza i figli a esserlo per decenni a casa di genitori e nonni e mai cittadini consci delle regole, dei doveri, del senso dello Stato, del rispetto del prossimo e delle Istituzioni. Il fenomeno è preoccupante perché non è solo italiano, ma diffuso: dopo un’analoga mobilitazione che aveva avuto luogo in Francia nel 2012, in Spagna è stato addirittura indetto per il prossimo novembre, dalla più grande associazione dei genitori degli alunni delle scuole statali, il boicottaggio ufficiale dei compiti a casa.

Insomma, alunni e genitori schierati contro gli insegnanti. La cosa grave, comunque, è data dal comportamento degli adulti: i figli non si sognerebbero mai di mettere in discussione quanto chiesto dalla scuola, se non fossero spalleggiati da mamma e papà, sempre più calati nei panni di sindacalisti. Genitori-elicottero, che ronzano continuamente sulla testa dei loro fanciulli imponendo una presenza fisica e psicologica esagerata, contribuendo in misura determinante allo smarrimento della tensione verso orizzonti e scopi essenziali della vita che una volta erano naturali.

È la prova della fragilità della collaborazione scuola-famiglia, ma è pure la prova della tendenza a concepire l’apprendimento come gioco o intrattenimento, da cui sono del tutto esclusi lo studio e l’impegno. Certo, nessuno dubita che gli eccessi vadano evitati e che gli insegnanti debbano individuare soluzioni idonee a ripartire sempre in maniera apprezzabile il carico di studio casalingo, ma sostenere la necessità dell’eliminazione del lavoro scolastico casalingo significa soltanto impoverire la qualità dell’offerta formativa: se è vero che la lezione è la fase centrale della didattica, è altrettanto innegabile che serve un tempo di assimilazione (tramiti gli “esercizi” a casa) senza il quale ciò che si è fatto in classe non si assimila. Inoltre, i compiti in casa sono anche finalizzati ad abituare i giovani all’autonomia organizzativa.

Auguriamoci che i genitori siano ben altro: guida del cammino dei figli verso la maturazione, il sano protagonismo, il coraggio dei propri talenti, la fiducia in se stessi, altro che bullismo! Non resta, pertanto, che concludere con papa Francesco: «É ora che i padri e le madri ritornino dal loro esilio – perché si sono autoesiliati dall’educazione dei figli – e riassumano pienamente il loro ruolo educativo. E questo soltanto lo può fare l’amore, la tenerezza e la pazienza».

 

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