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“Quando io ti chiamo”: un invito alla lettura di Elena Bono

Edito da Marietti, il saggio critico di Francesco Marchetti abbraccia l’intera produzione poetica, narrativa e teatrale della scrittrice, scomparsa un anno fa

Ha attraversato tutto il Novecento misurandosi brillantemente con i generi più vari e diversi del cosmo letterario (dalla poesia al teatro alla narrativa), eppure il nome di Elena Bono (1921-2014) non ha ancora fatto ingresso nelle antologie delle nostre scuole dell’obbligo, cosicché la figura forse più originale della letteratura cristiana italiana del secolo scorso per molti studenti del nostro Paese resta ancora oggi quasi tutta da scoprire.

A poco più di un anno dalla sua scomparsa, la lacuna viene ora colmata dal primo invito ragionato alla lettura completa della sua produzione  curato per le edizioni Marietti da Francesco Marchitti (cfr. F. MARCHITTI [a cura di], Quando io ti chiamo. Invito alla lettura di Elena Bono, Marietti, Genova 2015, Pp. 150, Euro 10).

Il saggio, che esce in contemporanea alla ripubblicazione (per la stessa casa editrice) del lungo racconto-capolavoro La moglie del procuratore – originariamente parte integrante della raccolta Morte di Adamo, primo volume assoluto di prosa narrativa uscito per Garzanti nel 1956, contenente un affresco di rara bellezza sulla Passione di Cristo è il risultato di un’articolata opera di riflessione a più voci sulla poliedrica scrittrice di Chiavari a cui hanno partecipato, nei mesi scorsi, oltre allo stesso Marchitti, studiosi di varia estrazione come Paolo Amelio, Silvia Guidi, Anna Maria Roda, Stefania Segatori e Gian Mario Veneziano.

In particolare, nel saggio, la ricca produzione lirica della Bono, è presa in esame proprio dal contributo di Veneziano che ne mette in luce giustamente il carattere distintivo spiccatamente cristiano sicchè l’ispirazione religiosa che la muove in ultima analisi non risulta un mero accidente culturale tra gli altri, quasi che la fede influenzasse un ambito e la filosofia o la politica un altro, ma la vera ragion d’essere della poesia boniana che trova così nel sacrificio della croce l’evento “perennemente attuale, che rivive in tutte le drammatiche evenienze della Storia” (pag. 52), ieri come oggi.

Per comprendere le vicende e i destini ultimi dei piccoli come dei grandi uomini per l’artista occorre infatti tornare ancora e sempre a Gesù, “fatto storico nel Quale sono misteriosamente presenti i destini di tutti gli uomini” (ibidem) e fuori del Quale invano si cercherebbero risposte. Anzi, è piuttosto l’eterno presente della teologia della croce riassunta nel Golgota a illuminare mirabilmente i drammi fondamentali dell’intero essere portando a un livello più alto di conoscenza – in definitiva, l’unico vero – i molteplici pensieri che l’osservazione stupita del reale suggerisce alla scrittrice.

Definire quindi la poesia della Bono come una “poesia teologica” (pp. 65) a tutto tondo non appare un virtuosismo di maniera ma un’interpretazione significativamente convincente, perchè già verificata alla prova dell’officina dell’autrice, per svelare i segreti più nascosti del suo intero corpus letterario.

Ugualmente, nella raccolta Morte di Adamo, la Bono prende spunto da questo o quell’episodio accennato, o appena sfiorato, dai Vangeli canonici per intrecciare poi liberamente altre storie parallele in cui il centurione Marco, piuttosto che la suocera di Pietro o la vedova di Ponzio Pilato,  Claudia Serena Procula, s’interrogano tra loro – interrogando a loro volta il lettore – sull’enigma profondo dell’avventura umana nel mondo che troppo spesso – ordinariamente – appare  tanto assurdo quanto privo in apparenza di logica e che solo all’interno della Rivelazione, in un ottica quindi metanarrativa, riesce a trovare una qualche cornice di senso nell’attesa orante del disvelamento totale di tutte le cose dove ogni lacrima sarà asciugata, ogni paura scacciata e ognuno apparirà, citando un noto passaggio biblico, quale realmente è.

Nella produzione teatrale, infine, indagata qui con maestria da Silvia Guidi che ricorda come la qualità dei suoi lavori, ad esempio il dramma La testa del profeta, avesse già colpito fior di registi quali Rossellini e Pasolini (che, per motivi diversi, non riuscirono però a farne la trasposizione cinematografica che avrebbero voluto), vengono poi suggeriti altri vertiginosi confronti, con l’arte di Dostoevskij, per restare tra i classici, ma anche – per bocca della stessa Bono – con Hemingway: “Voglio dire con Hemingway che la grande tragedia centrale della vita dell’uomo è la lotta tra la luce e le tenebre. Bisogna decidere. E’ il destino fondamentale. Bisogna scegliere. O noi vogliamo liberare l’uomo o asservirlo. A cominciare da noi. Perchè, se vogliamo sopraffare l’uomo, diventiamo manganellatori. Mostri. Il problema di fondo è quello della scelta” (pag. 111).

E lo è, si potrebbe aggiungere, perchè è da questa scelta che dipende ultimamente la possibilità della felicità umana come realizzazione compiuta dell’amore vero tanto desiderato, ancorchè sconosciuto: “Il teatro di Elena Bono smaschera l’allergia contemporanea al verbo attendere. Disabituati all’attesa e quindi alla distanza inevitabile da attraversare per raggiungere una meta non conoscibile a priori, radicalmente impossibile da prevedere, la tentazione ricorrente è pensare alla felicità come a una complicata alchimia di risultati da conseguire e componenti diverse da armonizzare, censurando ferite e contraddizioni. Presto o tardi però l’algoritmo perfetto per una educata, raffinata felicità umana, tutta umana mostra i suoi limiti. L’esteta contemporaneo, perennemente a caccia di momenti perfetti, sarà capace di abbandonare l’immagine che ha di se stesso per amore di qualcuno? Oppure, troppo occupato a guardarsi recitare sul palcoscenico del mondo, non avrà tempo per gesti di tenerezza vera, poco appariscenti e poco ‘estetici’? Solo il dimenticare se stessi, anche solo per un attimo, è sintomo di amore autentico” (pag. 107).

 

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