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Joyful youth

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Quale mondo abbiamo costruito per i giovani?

È facile dire che le nuove generazioni sono infelici ed apatiche. Ma che colpa possono avere, se nessuno ha il coraggio di proporre loro un’esistenza un po’ più umana?

Perché alcune persone esprimono giudizi superficiali sui giovani? A volte sentiamo dire: “I giovani d’oggi non sanno più sorridere”. Oppure: “I giovani d’oggi sembrano sempre apatici e insoddisfatti”. O ancora: “I giovani hanno troppo. Ai miei tempi bastava poco per essere felici. Oggi, invece, i ragazzi sono incontentabili”.

In tutte queste affermazioni c’è, forse, anche un po’ di verità. Il problema è l’atteggiamento di pregiudizio, di banalità e di superficialità che le caratterizza. Prima di giudicare i giovani, dovremmo chiederci: “Quale mondo abbiamo costruito per loro? Che tipo di proposta facciamo per il loro futuro? Li stiamo aiutando ad essere felici, oppure ci limitiamo semplicemente a costruire paradisi falsi e illusori?”

Negli ultimi anni, a poco a poco, si sta concretizzando un vero e proprio complotto contro la felicità dei giovani. E’ un complotto che ha le sue radici nell’incomunicabilità, nella crisi della famiglia, nei ritmi disumani e nella precarietà del mondo del lavoro, nel nichilismo imperante e nella mancanza di proposte serie per riuscire a dare un senso alla vita.

Pensiamo, anche, all’atteggiamento materialista che hanno certi mezzi di comunicazione. C’è una vera e propria gara alla strumentalizzazione dei ragazzi, che vengono trattati come bersagli da colpire attraverso il lavaggio del cervello della pubblicità. Si realizza un bombardamento di immagini consumistiche di ogni tipo. L’importante è che i ragazzi comprino. Non importa cosa. Ciò che conta è fare soldi. Tanti soldi.

Prima d’andare avanti nella nostra analisi, occorre chiarire un aspetto basilare. Non c’è nulla di male nel mondo del commercio. Esiste un sacrosanto diritto a vendere i propri prodotti e a pubblicizzarli nel migliore dei modi.

Ma tutto ciò deve avvenire senza calpestare la dignità dell’essere umano. Oggi, purtroppo, i giovani sono risucchiati all’interno di un mercato malato, che genera continue frustrazioni. Si tende ad annullare progressivamente il buon senso del limite. Si spinge costantemente a comprare, nell’illusione di riuscire ad assomigliare, un giorno, ai modelli irreali della televisione. Tutto gira intorno al concetto di “avere”.

I ragazzi sono spinti a credere che “se si ha, si è”. Altrimenti, non si è nessuno. E così, ancora una volta, scatta l’invito a comprare, consumare, accumulare. Anche quando non esiste un ragionevole bisogno di farlo. È questo il terreno culturale che è stato costruito per i giovani del terzo millennio. È facile dire che le nuove generazioni sono infelici ed apatiche. Ma che colpa possono avere, se quasi nessuno ha il coraggio di proporre loro un’esistenza un po’ più umana?

Un grande uomo di fede, Martin Luther King, disse: “Mentre una società opulenta vorrebbe indurci a credere che la felicità consiste nella dimensione delle nostre automobili, nell’imponenza delle nostre case e nella sontuosità delle nostre vesti, Gesù ci ammonisce che la vita di un uomo non consiste nell’abbondanza delle cose che egli possiede”.

È da qui che bisogna ripartire, per donare fiducia e speranza ai giovani. Bisogna aiutare i ragazzi ad usare la testa e a non bere passivamente i messaggi ingannevoli che ricevono da ogni parte. Non dobbiamo arrenderci. Una delle sfide della nuova evangelizzazione è proprio questa: creare le condizioni di una felicità possibile. Anche senza automobili di lusso.

 

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