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Quale legge per il fine vita?

di Carlo Casini*

ROMA, domenica, 12 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Lo scopo di evitare il ripetersi di altri casi come quello che ha portato a morte Eluana, sarebbe raggiunto anche con una normativa costituita da un solo articolo che ripetesse il contenuto del decreto governativo predisposto dal Governo e non firmato dal Presidente della Repubblica e che, quindi, rendesse obbligatoria l’idratazione e l’alimentazione dei malati in “stato vegetativo persistente”. Tuttavia, una volta aperto il dibattito parlamentare, nessuno può collocare argini insuperabili. D’altra parte, i principi introdotti dal nostro ordinamento dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno una forza espansiva che va oltre i limiti concreti del caso Eluana. Se la volontà “ora per allora” del futuro malato deve essere rispettata, anche se dedotta in via di presunzione dal suo modo di concepire la dignità umana e dal suo stile di vita, perché non darle un valore ancora più forte se questa volontà è esplicitata e formalmente dichiarata? Se tale decisione vale nel caso di sopravvenuto “stato vegetativo persistente”, perché non dovrebbe produrre effetti in ogni caso di perdita di coscienza, di “incompetenza decisionale”? E se è possibile decidere di morire per omissione di sostegno vitale nel caso di “incompetenza decisionale”, perché non dovrebbe ammettersi l’eutanasia passiva decisa e attuata subito in piena consapevolezza? E se è possibile decidere di morire per omissione o interruzione di interventi proporzionati o di semplici interventi di assistenza, perché non con- sentire che la morte sia causata da un comportamento attivo (per es.somministrazione di sostanza letale) quando il soggetto interessato giudica che la sua vita non ha più alcun valore, allo stesso modo in cui si valuta priva di valore la vita di chi si trova in uno “stato vegetativo persistente”?

Del resto, una pressione per legalizzare l’eutanasia si svolge dalla fine degli anni ’70 in tutto il mondo, ed ha già ottenuto qualche successo legislativo in taluni Paesi (in Europa essa è legale in Olanda, Belgio, Lussemburgo). Sembra perciò che il caso Eluana sia l’occasione giusta per una legislazione a tutto campo volta ad arginare la deriva eutanasica e a riaffermare la indisponibilità della vita umana.

Non si deve dimenticare, inoltre, che il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) fin dal 18 dicembre 2003 aveva invitato il legislatore adintervenire nella materia delle dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT) “anche per attuare le disposizioni della Convenzione europea sui diritti umani e la biomedicina14 e nella prospettiva di una futura normativa biogiuridica di carattere generale relativa alle professioni sanitarie” (1).

Ci vuole, dunque, una legge, ma non una legge qualsiasi.

Con quali criteri giudicarla?

Occorre valutare il testo che ora viene presentato all’assemblea plenaria della Camera sotto due aspetti:

a. come il principio di indisponibilità della vita umana viene applicato nella legge; b. come l’art. 32 della Costituzione viene interpretato, laddove esso sancisce che “nessuno può essere sottoposto ad un  trattamento obbligatorio se non per disposizione di legge”. Nel dibattito parlamentare anche coloro che per fare spazio a scelte eutanasiche si sono opposti in radice alla legge, hanno cercato, ovviamente, di introdurre nel testo qualche elemento eutanasico. Costretti ad abbandonare gli argomenti del “diritto alla morte” e della “libertà di morire” – che, dunque, non conviene né riassumere, né contrastare in questa sede – (2) essi hanno concentrato i loro sforzi facendo leva sull’art. 32 Cost. per incrinare il principio di indisponibilità della vita umana.

Conviene, quindi, esaminare il testo sotto questi due profili. Sotto il primo profilo la proposta di legge è assolutamente esplicita. L’art. 1 comincia affermando che la vita umana è “diritto inviolabile ed indisponibile, garantito anche nella fase terminale dell’esistenza” (3). Questo principio è ripetuto all’art. 7/2 in base al quale il medico deve valutare le indicazioni contenute nelle DAT “in scienza e coscienza in applicazione del principio di inviolabilità della vita umana” e nel successivo comma 7/3, per il quale, sia per il collegio che deve intervenire nel caso di controversia tra medico curante e fiduciario, sia per il medico stesso “resta comunque valido il principio della inviolabilità ed indisponibilità della vita umana”. A queste formulazioni assertive si affiancano il ripetuto “divieto di ogni forma di eutanasia” ed il richiamo degli artt. 579 e 580 del Codice penale. Così dispongono le lettere c) e d) del primo comma dell’art. 1. Conseguentemente, l’art. 3/4 stabilisce che “nella dichiarazione anticipata di trattamento il soggetto non può inserire indicazioni che integrino le fattispecie di cui agli artt. 575, 579 e 580 del codice penale”; l’art. 6/4 pone a carico del fiduciario l’obbligo di “verificare attentamente che non si verifichino a carico del paziente situazioni che integrino fattispecie di cui agli artt. 575, 579, 580 del codice penale”; l’art. 7/2 stabilisce che “il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte”. Infine, a più riprese, viene sottolineato che il fine dell’attività medica è la preservazione della salute e della vita. Perciò nel caso d’emergenza il medico può prescindere dalle DAT “quando la vita della persona incapace di intendere e di volere sia in pericolo” e i rappresentanti legali devono adottare decisioni “avendo come scopo esclusivo la salvaguardia della salute e della vita dell’incapace” (4) (art. 2 commi 6, 7, 8).

Questo complesso di disposizioni è veramente imponente, sicché resta difficile immaginare la loro dimenticanza o la loro interpretazione restrittiva quando si tratta di applicare le singole norme. È ben noto che, nella pratica, la formulazione con la quale si apre la Legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza (“la Repubblica tutela la vita umana fin dal suo inizio”) non ha giocato alcun ruolo, ma bisogna riconoscere che quest’ultima formulazione è assai equivoca, sia perché “tutelare” non significa “garantire”, sia per l’assenza di riferimento al momento iniziale della vita umana.

Un fenomeno analogo non sembra possibile riguardo alla legge di fine vita, se le disposizioni riportate resteranno intatte, attesa la loro precisione e la loro insistenza (5).

Note

(1) Così la prima conclusione del parere Dichiarazioni anticipate di trattamento emanato dal CNB il 18 dicembre 2003.

(2) Per una adeguata trattazione di queste due questioni si rinvia a: CASINI, CASINI, DI PIETRO. Eluana è tutti noi…, p. 131 e seg.

(3) Forse sarebbe stato più opportuno aggiungere le parole “dal concepimento”.

(4) Stranamente, nella parte finale del comma 6 dell’art. 2, un emendamento della Commissione Affari Sociali, alla Camera, ha introdotto la parola “vita”, accanto alla salute con riferimento alle decisioni dei tutori, dei curatori e degli amministratori di sostegno, mentre nel successivo comma riguardante i genitori dei minori è rimasta soltanto l’indicazione dello “scopo esclusivo di salvaguardia della salute del minore”. Analogamente al comma 8, nuovo rispetto al testo del Senato, per tutti gli incapaci quando non vi sono DAT, viene indicato come scopo dell’attività dei rappresentanti solo la salute. Come vedremo, le disposizioni dell’ultima parte dei commi 7 e 8 sono illogiche e dovranno essere eliminate.

(5) Anche riguardo alla Legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) la Corte Costituzionale nella Sentenza n. 151 dell’ 8 maggio 2009 ha ignorato il principioenunciato nell’art. 1 secondo cui il concepito è un soggetto come le altre persone coinvolte nella PMA (“la legge garantisce i diritti di tutti i soggetti coinvolti compreso il concepito”). Si tratta di un principio orientativo generale che la Corte Costituzionale ha dimenticato quando ha annullato il divieto di produzione soprannumeraria di embrioni. Questo conferma che, in effetti, i principi, da soli, non sempre garantiscono una coerente applicazione della normativa conseguente. Ma bisogna riflettere che la Sentenza 151 del 2009 è stata emanata dalla Corte Costituzionale e non da un giudice ordinario e che nel progetto di legge sulle DAT il principio della indisponibilità della vita umana è davvero enunciato in modo molto chiaro ed insistito.

*Carlo Casini è magistrato, Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo e Presidente del Movimento per la Vita italiano.

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