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Pope Francis receives the Russian President Vladimir Putin in private audience at the Vatican

ANSA

Putin e il Papa: le ragioni di un’alleanza

La Santa Sede è neutrale in tutti i conflitti, ma opera per superarli

Putin va dal Papa proprio mentre la nuova guerra fredda non soltanto è già iniziata ma rischia di creare quella barriera fatta di incomprensione reciproca – più ancora che di contrapposizioni militari – che passò alla storia con il nome di “Cortina di Ferro”.

Questo incontro risulta importante se non altro perché significa che siamo ancora in tempo per impedire un esito analogo a quello che si era determinato dopo la seconda guerra mondiale: il punto di non ritorno, per fortuna, non è ancora superato.

Probabilmente, il Papa e Putin si sono domandati che cosa si può fare per non oltrepassarlo.

Se ci riusciranno o meno, lo sapremo in un futuro; tuttavia, volendo raffigurare l’avvenimento di ieri con una di quelle immagini ad effetto cui spesso fanno ricorso i giornalisti, si potrebbe dire che è come se Stalin avesse reso visita a Pio XII intorno al 1946.

La Santa Sede, neutrale per definizione, per funzione e per vocazione, non partecipa ai conflitti, sia militari che politici.

Si potrebbe però affermare che essa partecipa ai conflitti ideologici, nel senso che la concezione cristiana del mondo e della storia può coincidere, almeno in parte, con le istanze rappresentate dalle diverse forze in campo.

Se la Chiesa si schierò con l’Occidente durante la “guerra fredda”, lo fece avendo constatato che il comunismo, ovunque avesse preso il potere, perseguitava le religioni e negava ai credenti la libertà di coscienza: una prassi derivata dalla filosofia materialista cui esso si ispirava, e che riguardava indistintamente tutte le confessioni e tutti i credenti, non soltanto i Cattolici.

Tuttavia, nel corso dei lunghi decenni di quel confronto, la Chiesa fu sempre all’avanguardia nei tentativi di aprire spazi di dialogo, ben cosciente che questa tendenza contribuiva ad aprire inevitabilmente anche degli spazi – sia pure minimi – di libertà.

E se in Europa la contrapposizione era destinata a durare fino alla caduta del muro, in altre situazioni la posizione della Santa Sede non coincideva con quella dell’Occidente, o quanto meno con quella delle sue forze più oltranziste: basti pensare al tema della decolonizzazione, che l’Unione Sovietica certamente strumentalizzava in funzione antioccidentale, ma in cui la Santa Sede vedeva la realizzazione della giusta aspirazione dei popoli ad emanciparsi.

Oggi i termini del conflitto sono mutati completamente: Putin, come ha già acutamente rilevato qualche analista, ha preso la guida – già appartenuta all’Impero Russo – dell’Ortodossia, cioè di una forza spirituale con cui il Papa – nella sua visione geostrategica – è ben deciso non soltanto a dialogare, bensì anche ad allearsi.

Tuttavia, è proprio nel nome dell’Ortodossia e del panslavismo che Putin assume – sul tema dell’Ucraina – una posizione che l’Occidente considera aggressiva e che il Presidente della Russia ritiene invece di doveroso difesa dell’unità e dell’indipendenza nazionale.

Se il dialogo tra Putin ed il Papa si fosse impantanato nella disquisizione sulle ragioni e sui torti delle due parti del contenzioso sull’Ucraina Orientale, certamente l’incontro sarebbe fallito: né mancano pressioni sul Pontefice affinché si faccia difensore degli interessi specifici dei Cattolici, sia di rito orientale, sia di rito latino, che sono schierati tra i difensori più intransigenti della contrapposizione di Kiev a Mosca. Pare invece che l’incontro sia stato coronato da successo.

Su che cosa dunque i due si sono intesi? Certamente, non mancheranno le voci di chi accuserà il Papa di avere “venduto” a Putin i Cattolici dell’Ucraina, anzi l’Ucraina tutta intera.

Questi professionisti della polemica dimenticano che il Papa non è il capo di una potenza terrena, e dunque non può stipulare alcun accordo di Yalta; e d’altronde neanche lo condividerebbe, essendo il Papa latinoamericano un naturale fautore dell’indipendenza dei popoli.

Il problema, però, sta tutto qui: questo grande obiettivo, questa meta cui l’umanità tende – pur tra molte contraddizioni –  da un secolo a questa parte, al punto che qualcuno giunge ad intravedere in essa una teofania nella storia, non può prescindere dalla realtà, anzi proprio dalla realtà geopolitica: tramontati gli Imperi, che erano stati tutti indistintamente – in primis quello sovietico – altrettante “prigioni dei popoli”, esiste il problema di ristabilire quei legami storici, culturali e soprattutto spirituali che li uniscono, sia pure dovendosi rispettare la reciproca indipendenza.

Da un lato, dunque, non si può ridurre il panslavismo e la solidarietà tra Ortodossi propugnati da Putin come mera nostalgia del passato sovietico, ma dall’altro queste istanze, analoghe a quelle che accomunano i popoli islamici, devono essere riconosciute: e soprattutto riconosciute dalla Chiesa Cattolica, se vuole proseguire sulla strada dell’ecumenismo, iniziata da Giovanni XXIII.

Quando Roncalli ricevette il genero di Kruscev, ricordò quanto sia diffuso nell’Ortodossia, specie in Russia, il culto del Battista, di cui volle portare il nome.

San Giovanni fu il Precursore, e come tale fu “vox clamans in deserto”: anche oggi, chi crede nelle ragioni del dialogo è un precursore, anche oggi può essere incompreso come lo fu il Battista.

Tuttavia, non cessa di gridare, essendo conscio di affermare la verità.

 

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