Dona Adesso
Tomb of the Blessed Don Giuseppe ('Pino') Puglisi in the Cathedral of Palermo

WIKIMEDIA COMMONS - José Luiz Bernardes Ribeiro

Puglisi, un esempio che vale più d’una vincita al Lotto

Non c’è bisogno di professionisti dell’antimafia ma di uomini dall’alto valore etico che quotidianamente in silenzio la combattono

“Nessuno si poteva impossessare dei soldi, quindi abbiamo deciso di giocarli al lotto, poi la vincita l’abbiamo divisa. Al lotto avevamo giocato i numeri della targa della moto”.

Nell’aula bunker del Tribunale di Caltanissetta è calato il silenzio quando Gaspare Spatuzza, killer di mafia prima della fulminazione sulla via del pentimento, ha preso la parola per ricordare un dettaglio sin qui inedito della storia del martirio del parroco di Brancaccio.

Assieme a Salvatore Grigoli e ad altri compari, u tignusu faceva parte del commando che la sera del 15 settembre 1993 uccise don Pino Puglisi. Grigoli sparò, lui prese il borsello per inscenare una rapina e depistare le indagini. Da quel borsello prelevò le marche della patente del prete, utili per contraffare qualche documento, e due banconote da centomila lire, un’offerta che il sacerdote aveva ricevuto quel giorno per il centro Padre Nostro.

I soldi diventarono la posta di una scommessa, vinta puntando sui numeri della targa della moto usata nell’agguato. Parole che nulla sembrano aggiungere alla ricostruzione storica della vicenda ed al senso del martirio del beato ed invece forniscono un’ulteriore chiave di lettura utile per smascherare una volta ancora l’ipocrisia di una mafia che spesso e volentieri, nelle processioni e non solo, veste i panni della cristianità, mentre ne è la negazione e la più fiera avversaria.

Nella scena rievocata da Spatuzza emerge l’assonanza con un passo evangelico giovanneo. Quello in cui si narra dell’atteggiamento tenuto dai soldati attorno al Cristo crocifisso ed ormai privo di vita: presa la tunica del Messia, «dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte. E i soldati fecero proprio così».

Una similitudine eloquente, già colta dal pm Lorenzo Matassa davanti ai giudici della Corte d’Assise, durante il processo ai fratelli Graviano (mandanti dell’omicidio e per questo condannati) e che restituisce intatta la reale essenza di padre Puglisi, a volte arbitrariamente ridotta a icona di un’antimafia dell’apparire più che dell’essere, che nulla ha in realtà a che vedere con un uomo scomodo.

Uno che viene condannato a morte dei boss non perché prediliga le telecamere e le dichiarazioni roboanti, la scorta e l’abbraccio coi potenti, bensì per aver scelto nella quotidianità di essere interprete fedele del Vangelo. E così strappa i ragazzi alla strada, dove molti di loro spacciano droga per conto del clan. Insegna loro l’amore per la legalità, con il suo esempio che vale più di mille discorsi e di cento cortei. E per amore pesta tanti piedi importanti troppe volte. Diventa insomma il simbolo concreto di una Chiesa che non è più quella dei parroci compiacenti e dei cappellani carcerari pronti a riverire e servire i mammasantissima al Grand hotel dell’Ucciardone, ma che ai crocicchi della vita si fa incontro al prossimo per svolgere una funzione evangelicamente educativa.</p>

Questo era Puglisi. Per questo è stato ucciso, dimostrando al prezzo del proprio sangue che vincere la mafia richiede un duplice sforzo: vincerla e staccarsene nettamente, ma pure schiacciarla affermando un primato morale. Non c’è bisogno di professionisti dell’antimafia, insomma, ma di uomini dall’alto valore etico che quotidianamente in silenzio lavorano per combatterla. Quelli che l’ammazzarono s’erano illusi d’aver fatto un terno al lotto. Non hanno incassato che pochi inutili spicci.

 

 

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