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Poesia della Memoria

Nei versi di Primo Levi e nei pensieri di Albert Einstein una medesima matrice spirituale ed umana

“In questi dieci anni la fiducia nella stabilità della società umana, sì, persino nella base stessa dell’esistenza, è andata sensibilmente scemando. Si avverte non solo una minaccia al retaggio culturale dell’uomo, ma anche un deprezzamento del valore attribuito a tutto quello che si vorrebbe vedere difeso ad ogni costo. La produzione e la distribuzione dei beni sono del tutto disorganiche, tanto che siamo costretti a vivere tutti quanti nella paura di essere eliminati dal ciclo economico, soffrendo di conseguenza per mancanza di ogni cosa. Tutto è dominato dal culto dell’efficienza e del successo anziché dal valore delle cose e degli uomini in riferimento ai fini morali della società umana. A questo occorre aggiungere il deterioramento morale derivante da una lotta economica spietata…”.

Sono parole che sembrano proporre un’analisi lucida, improntata ad un crudo realismo, di questo scorcio di inizio millennio… se non fosse che… sono state scritte più di ottant’anni fa! L’autore è Albert Einstein, uno dei geni più eminenti del XX secolo. Lo scienziato di origini ebraiche che, subito dopo la presa del potere da parte del partito nazista, abbandonò la Germania per trasferirsi negli USA, dove visse fino alla morte avvenuta nel 1955.

Il 27 gennaio si è celebrato il “Giorno della Memoria”, la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime dell’Olocausto. Numerose sono state le manifestazioni in tutta Italia, tra cui quella a Rignano sull’Arno, dove la moglie e le figlie di Robert Einstein, cugino di Albert, vennero barbaramente uccise dai nazisti. Manifestazioni accomunate da uno stesso grido di dolore: “Mai più…”.

Eppure, rileggendo le parole del grande scienziato citate in apertura, viene da domandarsi se quella memoria non sia drammatica storia d’oggi. Le parole scritte da Einstein ottant’anni fa sono esattamente sovrapponibili alla realtà attuale. Con scenari di guerra strisciante – una guerra combattuta “a pezzi”, come ha detto Papa Francesco – che si fanno a noi più vicini, irrompendo nella vita quotidiana attraverso forme subdole di terrorismo. Con conflitti di tipo economico che schiacciano i paesi più deboli, divenendo essi stessi strumento di morte. Con rigurgiti di intolleranza, razzismo e xenofobia che si manifestano più o meno ovunque. Con omicidi di massa, veri e propri genocidi, che minacciano molte comunità cristiane nel mondo…

È ciò che accade quando l’uomo diventa preda di impulsi elementari come l’orgoglio, l’odio, l’ossessione di potere. A tale proposito, lo stesso Einstein scriveva: “Benché la nostra condotta sembri così differente da quella degli animali superiori, gli istinti primari di questi ultimi sono molto simili ai nostri. La differenza più appariscente deriva dall’importanza del ruolo giocata nell’uomo da una forza d’immaginazione relativamente possente e dalla capacità di pensare, aiutata com’è dal linguaggio e da altri processi simbolici”.

C’è quindi un solo vero antidoto, un solo forte deterrente contro il riemergere della follia che ci minaccia da vicino: contrastare gli impulsi elementari con il ricorso alle forme immaginative più alte in grado di nobilitare la vita dell’uomo: la religione, le arti, le scienze, tutto ciò che aiuta a diffondere la comprensione morale e culturale, rinunciando all’uso della violenza.

“Francesco ha avuto la genialità di capire l’immenso bisogno di misericordia e di amore che percorre la notte dell’uomo e della donna contemporanei – scrive il cardinale Walter Kasper –. Una misericordia che ai suoi occhi deve costituire il nuovo volto della Chiesa ‘ospedale da campo’ nel panorama tragico della modernità”.

Tra i medicamenti di soccorso da dispensare in questo “ospedale da campo” c’è sicuramente la poesia, che eleva il linguaggio a quel valore simbolico di cui parlava Einstein, riaffermandone la primaria essenza di natura spirituale. Ma se la poesia risulta consustanziale alla percezione della bellezza quale si manifesta, ad esempio, di fronte ad uno spettacolo della natura, essa assume un carattere quasi sovrumano ove si manifesti in presenza dell’aberrazione più totale. Perché anche dai bassifondi del degrado può levarsi talora una voce limpida, che ci ricorda che esiste in noi un nucleo di dignità intangibile, sottratto alle alternanze della storia e alla follia dell’agire umano. Come dimostrano i due notissimi brani letterari che seguono, che occorre rileggere più è più volte per onorare, fino in fondo, il ricordo del “Giorno della Memoria”.

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Gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà. È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte il rombo l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui forse saranno ancora attuabili.

(Diario di Anna Frank, 15 luglio 1944)

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Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi, alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

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