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Poesia della condivisione e dell’accoglienza

Edoardo Ferri, Augusto Finessi, Irene Paolini, Giuliano Vinci tra i finalisti del premio letterario “Il linguaggio dell’anima”

Vogliamo aprire questo articolo raccontando ai nostri lettori una parabola tratta dalla tradizione, che si segnala per il suo simbolismo, non meno che per una sottile arguzia.

Un grande santo, giunto al termine della sua vita terrena, volle prendere visione dell’Inferno e del Paradiso per conoscere le condizioni delle anime assegnate a queste due regioni del Creato tra loro così diverse. Chiese quindi ai suoi angeli custodi di accompagnarlo in questo viaggio.

Giunto all’Inferno, il santo vide una moltitudine di anime sedute lungo il perimetro di un’enorme stanza. Sembravano arrabbiate, avvilite, confuse. Il loro aspetto smunto lasciava intuire un lungo digiuno.

Nel bel mezzo della stanza troneggiava un grande pentolone pieno di una zuppa fumante che, a giudicare dal profumo che emanava, sembrava essere molto appetitosa. Accanto ad ogni anima si poteva notare la presenza di un cucchiaio con un manico lunghissimo. Talmente lungo da poter arrivare facilmente fino al pentolone con la zuppa fumante. Ma allora perché – domandò il santo rivolgendosi agli angeli – quelle anime avevano un aspetto così denutrito e triste?

È semplice – risposero gli angeli –, il lungo manico consente sì di arrivare con facilità fino alla zuppa per estrarla dal pentolone, ma non consente poi di portare il cucchiaio fino alla bocca e di cibarsi della zuppa in esso contenuta. Così le anime restano a digiuno e sono affamate, angosciate, deluse…

Compatendo quelle anime, il santo le lasciò ai loro tormenti e s’incamminò verso il Paradiso. Ma appena giunto in Paradiso, quale non fu il suo stupore nel constatare che la scena era esattamente identica! Una moltitudine di anime lungo il perimetro di una grandissima stanza con il medesimo pentolone pieno di zuppa situato al centro ed i medesimi lunghissimi cucchiai posti accanto ad ogni anima… La differenza, però, era che qui le anime avevano un aspetto sereno, radioso, felice…

Il santo chiese allora agli angeli di spiegargli le ragioni di questa differenza, che a lui pareva incomprensibile. “Vedi – gli risposero gli angeli –, qui in Paradiso, le anime si amano talmente che hanno imparato ad imboccarsi l’un l’altra…”.

Questa parabola è simbolicamente efficace e, al tempo stesso, molto realistica. E potrebbe valere altrettanto bene qui in terra. L’ambiente in cui viviamo è ricco di risorse in grado di consentire a tutti una vita serena. A condizione d’essere disposti a condividerle. Ma se questa disponibilità non esiste e vince la corsa alla competizione e all’accaparramento, allora la vita diventa una sfida dura e infelice.

“Se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo – ci ricorda Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ –, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”.

In un altro ordine di valori, possiamo affermare che la grandezza della poesia risiede non tanto (e non solo) nella capacità di disporre le parole in un contesto di rigore formale e di eleganza stilistica, quanto nella sua attitudine ad interpretare la sottile unione che collega le nostre emozioni alla percezione degli altri e alla bellezza dell’ambiente che ci circonda. Per far emergere alla soglia della coscienza quelle verità indistinte che avvertiamo dentro di noi e che restano spesso indifferenziate, celate, confuse. E che invece sono così importanti per dare significato all’esistenza.

In questo senso possiamo dire che la poesia – che lega il messaggio del poeta alla fruizione del lettore – è essa stessa una forma di unione, come dimostrano le quattro belle poesie che seguono, liberamente ispirate ai temi della condivisione e dell’accoglienza. Poesie che sono comprese nell’antologia del premio letterario G. Jovine – Il linguaggio dell’anima, edita da IF Press (www.if-press.com/it/), contenente le migliori opere in concorso.

LINEA DI FONDO

di Edoardo Ferri

Non linea immaginaria

ma limite reale

confine e regola

la linea è disegno d’ordine

controllo del peso

presa di posizione

in campo e fuori

se sono in linea con te

ti sto parlando forse

o andiamo solo d’accordo?

C’è sempre una linea di fondo

dove devi fermarti

per non perdere il respiro

quel limite estremo

che vorremmo prolungare

disegnare un campo profondo

le porte lontane anni luce

e il manto verde

dove la corsa non ha fine

viaggio fino al termine

della notte dei tempi.

*

IL RESPIRO DEL CREATO

di Augusto Finessi

Siamo solo delle voci

dentro questo buio di inchiostro nero.

Pensieri in movimento

di entità invisibili,

onde calde e vive

che si rifrangono sulla brina

del sottobosco.

Il gelo morde la pelle del viso

e ingravida i nostri respiri

in una scia vaporosa senza colori.

Non vedo la strada ma la sento

non cerco tesori ma li scorgo

nell’alto.

Un alfabeto luccicante

nitido, vivido e incombente

perfora la coltre della notte

tempestando di brillanti

una pagina del nostro tempo.

E lieve e rarefatto

un coro di meraviglia s’alza

verso la volta cristallina

dove la polvere aurea

avvolge la condensa

del respiro dell’universo.

(passeggiata notturna nel bosco)

*

E IL NAUFRAGAR M’È AMARO

di Irene Paolini

Oh naufraghi

tra onde alte che

si espandono

moriremo noi in questo

mare,

per eterno errare,

altra strana sorte

ci sorprende?

Percorremmo mille strade,

incontrammo mille facce

sporche di terra,

raggrumate di sangue,

bruciate dal sole.

I mille verbi umani

delle lingue incomprensibili

non significano nulla –

e come potrebbero?

Non ci sono parole

per dire l’orrore

non ci sono parole

per chiedere il pane.

Navigammo

per un tempo imprecisato

deserti d’acqua.

Acqua che salva,

che porta alla riva:

acqua che annega,

affamata di carne.

Pagammo caro la vita:

la pagammo

con la morte.

*

L’UOMO E LE STELLE

di Giuliano Vinci

Ammirate la maestà del Signore Iddio,

che splende nelle volute del vapore,

acqua che vola e vivifica il mondo.

Osservate la sua gloria nello splendor delle foglie,

nell’elevarsi dell’albero verde di vita.

Amate la potenza eterna e infinita di Dio,

il fiore che muore e infine risorge

perché Egli vuol così;

amate la forza della natura,

che si incarna per ogni dove

e la cui vista ci salva.

Ogni volta che il Sole si leva

l’uomo ha speranza di volare con lui,

di brillare libero e fulgido

nella gloria e nella luce dell’Uno.

Chi, dimentico di realtà, da illusioni trae vita,

egli muore ogni volta che naufraga il mondo

che ha fatto per sé.

Chi del mondo fa un aggregato informe di materia,

egli mai vive, non sapendo che Dio c’è

ed è vita, carne e forma.

Ogni volta che sorgono gli astri

l’uomo può vedere il vero Dio e capire;

lodate la misericordia inesauribile del Re dei Re,

che ammette l’uomo in cielo, anche se reo.

Perché egli si salvi deve sol guardare alle stelle:

ogni volta che sorgano egli potrà salire con loro,

per scelta.

Potrà sempre, finché viva e non tramonti per sempre.

***

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