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Papa Francesco e Rifugiati siriani (11 agosto 2016) - Foto © PHOTO.VA - OSSERVATORE ROMANO

Più facile imparare a volare che essere uomini

Lo “ius soli”: rinunciare a procedere lungo questa strada potrebbe rivelarsi un grave errore, oltre che un’ingiustizia

“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli”.

Il 20 giugno il mondo vivrà la giornata mondiale del rifugiato, istituita dall’Assemblea generale dell’Onu per sensibilizzare l’opinione pubblica sul destino di milioni di rifugiati e richiedenti asilo, ma una volta ancora all’appuntamento s’arriva portandosi appresso l’amarezza delle parole di Martin Luther King: si viaggia nello spazio, eppure una volta a terra non si è capaci di andare oltre il pianerottolo di casa.

Lo spettacolo offerto pochi giorni fa nel nostro Parlamento, che dovrebbe essere il tempio laico della repubblica democratica, la dice lunga: occupazioni, proteste, insulti e scontri originati dalla proposta volta a trasformare in legge il concetto di “ius soli” temperato, ovvero il principio (già oggetto di aggiustamenti in senso restrittivo) in base al quale dovrebbe essere riconosciuta la cittadinanza italiana a chi nasce nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno in possesso del permesso dell’UE per soggiornanti di lungo periodo o del diritto di soggiorno permanente e comunque con reddito annuo non inferiore ai 14.000 euro, oppure ancora al minore straniero nato in Italia o arrivato entro il dodicesimo anno di età e che abbia frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni nelle scuole italiane.

Questa, sotto il profilo tecnico, la norma. Nessun collegamento coi flussi dei profughi: l’ambito di applicazione è riferito a gente nata e cresciuta o comunque ormai da tempo residente in Italia. Un conto, insomma, è l’immigrazione irregolare, da controllare e scoraggiare con efficacia pur se sempre nel rispetto delle persone; altro è delineare percorsi verso la cittadinanza italiana che incentivino, riconoscano e valorizzino la partecipazione di altri italiani alla vita sociale, economica, culturale, religiosa della Nazione. La sicurezza è uno dei fondamenti della sovranità politica, ma lo è anche il rapporto interpersonale: un certo rigore è necessario, ma prevenire e verificare non vuol dire chiudere la porta in faccia. I confini devono essere porosi se si vuole evitare che diventino soffocanti. E lo strumento privilegiato per raggiungere un equilibrio accettabile è proprio quello della cittadinanza.

Legittimo pensarla diversamente, ma rinunciare a procedere lungo questa strada potrebbe rivelarsi un grave errore, oltre che un’ingiustizia. La stessa della quale sono vittime i tanti giovani italiani spinti lontano dal Belpaese dalla mancanza di opportunità e costretti a cercare altrove lavoro e stabilità, a dispetto degli studi effettuati e dei titoli conquistati in patria. Due facce della stessa medaglia in una terra che sembra non avere più rispetto per i propri figli naturali e che per questo, forse, senza fatica né scrupolo, rifiuta di accogliere chi, magari di pelle di colore diverso, ma con identità, dignità e speranza, le è diventato figlio.

Monsignor Vincenzo Bertolone è arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace e presidente della Conferenza Episcopale Calabra. 

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