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Slavery

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Pietro Claver: il santo gesuita che scelse di vivere tra gli schiavi

In un mondo segnato da solitudine e tristezza, alle prese con la sfida delle migrazioni, il Santo spagnolo insegna che l’accoglienza verso i poveri può trasformarsi in pienezza di vita

Ogni epoca della storia umana è segnata da ingiustizie, soprusi e sfruttamento dei potenti verso i poveri, ma anche dalla testimonianza di tanti Santi che hanno dato la loro vita per accogliere, accompagnare e sostenere enormi situazioni di disagio.

Uno di questi – forse troppo poco ricordato ai nostri tempi – è stato Pietro Claver, nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580. Tre sono i momenti della sua vita che segneranno il suo impegno missionario verso gli ultimi: il suo ingresso nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604, la frequentazione tra  il 1605 e il 1608 degli studi di filosofia a Palma di Maiorca dove conosce il celebre portinaio Alfonso Rodriguez (promotore dell’impegno verso i poveri) e l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Cartagena (Colombia) nel 1616.

A Cartagena, Claver assistette all’arrivo di navi cariche di giovani schiavi provenienti dall’Africa per essere sfruttati, maltrattati ed abbandonati quando le loro condizione fisiche diventavano insufficienti per compiere i lavori più pesanti. Tale situazione di sfruttamento suscitò una sguardo di compassione del sacerdote, il quale decise di pronunziare il voto di essere “sempre schiavo degli Etiopi” (all’epoca si chiamavano “etiopi” tutte le persone dalla pelle scura provenienti dall’Africa).

Pietro Claver cercò di superare i problemi di comunicazione imparando la lingua dell’Angola che era l’idioma più parlata dalla maggior parte degli schiavi che giungevano sulle coste caraibiche della Colombia. Poichè altri parlavano anche altre lingue, decise di istituire una gruppo di interpreti per ascoltare e dialogare con ogni persona, senza escludere nessuno.

Oltre a comunicare con la lingua di origine di ogni schiavo, Claver era compreso da tutti, perché usava il linguaggio universale della misericordia di Dio. Egli viveva povero tra i poveri, sempre al servizio degli ultimi nell’amministrare i sacramenti cristiani e sempre pronto a servire in prima persona tutte le necessità materiali, curare i malati e sempre disponibile a condividere le sofferenze di tutti.

La fine della sua vita è molto eloquente per comprendere quali grandi opere la potenza dello Spirito Santo può realizzare dentro un anima di un servitore di Dio. Dopo aver assistito e curato tante persone, Pietro Claver si ammalò di peste e subì maltrattamenti dal suo infermiere, un uomo proveniente dall’Africa.

Anche davanti a questa situazione di dolore e di persecuzione Pietro accettò umilmente la volontà di Dio e la testimoniò con umile sopportazione. Morì l’8 Settembre 1654 a Cartagena, fu canonizzato nel 1888, inseme ad Alfonso Rodriguez, il suo amico portinaio di Maiorca. Papa Leone XIII lo proclamò Patrono delle missioni degli schiavi.

La vita di questo grande Santo della carità, che ha incarnato nella sua vita la misericordia di Dio verso gli ultimi, è un forte insegnamento per la Chiesa e la società dei nostri tempi. Anche oggi assistiamo tristemente a viaggi forzati di tanti profughi migranti che lasciano il loro paese di origine del Medio Oriente e dell’Africa per cercare un posto per iniziare una nuova vita dignitosa con la ricerca di pace, di lavoro e di una casa.

Davanti a questa ricerca di accoglienza scorgiamo anche oggi tanta indifferenza da parte delle istituzioni di nazioni europee, le quali rifiutano di accoglierli alzando muri, chiedendo le frontiere, fissando delle quote restrittive e, quando riescono ad entrare, vengono emarginati alle periferie degradate delle città negandogli i diritti essenziali.

L’Anno giubilare della misericordia è un invito ad aprire le frontiere degli Stati, delle istituzioni politiche, dell’associazioni di volontariato, dei movimenti e delle comunità religiose per accogliere quel fratello e quella sorella ai quali è stata rubata la dignità.

Pietro Claver ci insegna che la barriera della lingua, della cultura e delle tradizioni non costituiscono un ostacolo insormontabile, ma sono difficoltà che si possono superare quando il cuore è impregnato di vera pietà cristiana verso il prossimo e quando l’indifferenza lascia lo spazio alla compassione verso la donna e l’uomo sfruttato e schiavizzato.

Tutto questo può avvenire solo a partire dalla nascita della consapevolezza della fraternità derivante dall’essere tutti figli di un medesimo Dio, che ha creato l’uomo perché lo ascoltasse e vivesse l’umile servizio verso altri uomini.   In un mondo segnato da solitudine e tristezza, Pietro Claver insegna quindi che la vera accoglienza verso i poveri può trasformarsi nella pienezza del senso della vita, perché apre il cuore alla speranza di una ricompensa che esula le riconoscenze di questo mondo.

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