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Passati sei mesi, Haiti scivola via dall’agenda internazionale

I sopravvissuti al terremoto vivono in condizioni terribili

ROMA, lunedì, 12 luglio 2010 (ZENIT.org).- Sei mesi dopo il disastro ad Haiti, più di un milione di sopravvissuti continuano a vivere in una situazione spaventosa, caratterizzata da condizioni igieniche inadeguate, accesso ai servizi limitato, insicurezza e scarsità di cibo.

Lo scorso 12 gennaio, oltre 220.000 haitiani – il 2% della popolazione – hanno perso la vita e altri 300.000 sono rimasti feriti. Su una popolazione complessiva di poco più di 10 milioni di persone, 3 milioni sono stati colpiti dal terremoto.

Il terremoto ha danneggiato la capitale di Haiti, Port-au-Prince, e ha seriamente compromesso edifici e infrastrutture nelle zone circostanti. Si stima che 250.000 abitazioni e 30.000 esercizi commerciali abbiamo riportato danni.

A giugno 2010, 1.342 campi per sfollati interni sono stati identificati nell’area interessata dal sisma; la maggior parte di essi ospita tra 100 e 1.000 famiglie. Le condizioni di vita in molti di questi campi nei pressi della capitale Port-au-Prince sono estremamente preoccupanti. Il caso del più grande campo per sfollati interni, Automeca, dove vivono 11.000 persone, è emblematico. I residenti continuano ad abitare in baracche costruite con pali e stracci. Non ci sono scuole, né corrente elettrica; l’igiene è scarsa, l’acqua a malapena potabile e le fognature, per usare un eufemismo, sono precarie. Dopo ogni pioggia abbondante, il campo è inondato di spazzatura.

Secondo padre Wismith Lazard SJ, direttore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) Haiti, “è il momento che il governo di Haiti, la comunità internazionale e le agenzie dell’ONU intraprendano iniziative concrete per affrontare le questioni della protezione, della sicurezza alimentare, dell’istruzione, della sanità e di ogni altro bisogno dei gruppi più vulnerabili, compresi coloro che vivono nei campi non ufficiali”.

“È essenziale – aggiunge padre Lazard – che i donatori internazionali concedano i fondi promessi per Haiti senza restrizioni e facilitino la partecipazione della società civile e politica di Haiti nel far fronte alla crisi umanitaria e nell’intraprendere la ricostruzione del Paese”.

“Ho visitato campi profughi e campi per sfollati interni in tutto il mondo, eppure sono rimasto shoccato dalla gravità della situazione a Automeca e in altri campi – ha dichiarato padre Ken Gavin SJ, direttore del JRS USA -. È una vergogna nazionale e internazionale. Quasi tutti quelli con cui ho avuto modo di parlare lamentavano mancanza di cibo e di altri generi di prima necessità”.

Sebbene molte agenzie internazionali affermino che praticamente tutti i sopravvissuti sono stati raggiunti dagli aiuti, molti non hanno ricevuto che tre distribuzioni di cibo. Ad esempio, informa il JRS, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) tra marzo e giugno non ha effettuato nessuna distribuzione di generi alimentari a Automeca. Le distribuzioni di generi alimentari sono state interrotte troppo presto senza valutare l’impatto sui gruppi più vulnerabili.

Anche prima del terremoto Haiti soffriva di alti livelli di insicurezza, ma a partire da gennaio la situazione è drasticamente peggiorata. L’insicurezza, in particolare nei campi dove di notte manca spesso l’elettricità e l’illuminazione, mette a rischio in particolare le donne e i bambini.

In occasione di un incontro con il JRS Haiti lo scorso 20 giugno, i portavoce di sette campi di sfollati interni hanno evidenziato molti elementi di preoccupazione, tra cui l’alto tasso di violenza e sfruttamento nei confronti di ragazze tra gli 11 e i 15 anni – costrette a offrire prestazioni sessuali in cambio di cibo – e il deteriorarsi delle condizioni di salute dei residenti nei campi.

La situazione nei campi non ufficiali è persino peggiore. Ovunque in città i residenti nei campi non ufficiali ricevono poco o nessun supporto dalle grandi organizzazioni umanitarie e dagli organismi internazionali di coordinamento; a molte persone è stato persino detto di lasciare i campi senza offrire loro alcuna sistemazione alternativa.

 “Il JRS approva la moratoria sugli sgomberi forzati adottata dal governo di Haiti – sostiene padre Wismith Lazard -. Purtroppo le continue pressioni da parte dei proprietari terrieri sugli sfollati interni per indurli ad andarsene non sono cessate. Si arriva a interruzioni intermittenti dei rifornimenti di acqua e al rifiuto di autorizzare la costruzione di abitazioni più stabili e di installare l’illuminazione”.

“Il governo – continua il direttore del JRS Haiti – deve usare la sua autorità per proteggere i residenti dei campi da questi abusi e impegnarsi maggiormente per individuare soluzioni adeguate”.

Attualmente il JRS Haiti sta concentrando i suoi sforzi di intervento nell’area di Port-au-Prince, operando in sette campi e assistendo oltre 21.000 sfollati interni nella capitale e nei dintorni: il JRS offre primo soccorso, supporto psico-sociale e formazione per i leader delle comunità per metterli in grado di gestire campi e organizzazioni della società civile.

In tutto il mondo, il JRS opera in oltre 50 Paesi. Il suo staff, di circa 1.400 persone tra laici, gesuiti e altri religiosi, risponde ai bisogni, soprattutto educativi, sanitari e sociali, di 500.000 rifugiati e sfollati interni, metà dei quali sono donne. I servizi vengono assicurati ai rifugiati senza distinzioni di razza, origine etnica o religione.

[Per ulteriori informazioni: www.jrs.net]

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