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Papa Giovanni Paolo II e l’Europa dello spirito

TRIESTE, sabato, 9 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento tenuto a Trieste il 6 aprile scorso dal Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi e Presidente emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina, in occasione dell’ultimo incontro della Cattedra di San Giusto di Quaresima.

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Nei suoi 26 anni e mezzo di pontificato, Giovanni Paolo II si è manifestato profondamente europeo, non soltanto perché, tra i Papi del novecento, è quello che ha il più vasto insegnamento sul Continente Europeo, ma anche per il suo interesse specifico per l’Europa; un interesse che era già presente in lui come sacerdote, uomo di cultura e Arcivescovo di Cracovia e che con l’ascesa al Soglio Pontificio raggiunse il suo vertice.

Vorrei partire dall’accorato appello rivolto da lui rivolto all’Europa, da Santiago de Compostela (1982), invitando l’Europa a ritrovare il suo volto cristiano: “Io, Vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale, grido con amore a te, antica Europa: ritrova te stessa! Sii te stessa, riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima pieno di rispetto verso le varie religioni. Tu puoi essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo”.

Quando Giovanni Paolo II fu eletto Papa nel 1978, l’Europa era spaccata in due da quella che Churchill aveva definito la “cortina di ferro”. Nonostante l’esistenza di questa divisione decisa a Yalta, Giovanni Paolo II ha sempre sostenuto che l’Europa si estendeva dall’Oceano Atlantico agli Urali e, nella sua esperienza di fede e di cultura, egli aveva maturato la convinzione che l’Europa aveva una sua unità profonda, fondata sulle sue radici cristiane; una unità che va al di là delle varie nazioni con lingue diverse e storici contrasti.

Per lui l’Europa deve la sua identità non ad una medesima etnia, ma “ad uno spirito”, ad una cultura caratteristica di tutti i vari popoli europei, la quale nella sua sostanza è cristiana. Il Papa Giovanni Paolo II nei suoi discorsi e interventi si è sempre battuto perché le divisioni fossero superate e l’Europa respirasse con entrambi i polmoni, quello occidentale e quello orientale. Durante il suo pontificato l’Europa ha vissuto un’ora storica e il Papa ha avuto la gioia di vedere abbattuto il muro di Berlino, simbolo di tale divisione. Al riguardo ho ancora negli occhi l’immagine emozionante di Papa Giovanni Paolo II, che già curvo, con passo lento e faticoso ma deciso, attraversa a Berlino la porta di Brandeburgo a fianco del Cancelliere Helmut Kohl, nel 1996 a sette anni dalla caduta del muro. Il Papa volle espressamente attraversare quella porta lasciando il bastone e il Cancelliere, ad un certo punto, lo ha sostenuto col suo braccio.

Ugualmente Giovanni Paolo II si è battuto con forza perché l’Europa non fosse schiacciata dall’onda del secolarismo in continuo processo, ma riscoprisse le sue radici e diventasse il Continente dei valori dello spirito. Il Papa Giovanni Paolo II percepiva bene che i popoli dell’Europa stavano progredendo verso la unificazione sotto la spinta di impulsi prevalentemente economici e di utilità pratica, mentre i Padri Fondatori – De Gasperi, Adenauer e Schumann – oltre che vantaggi economici, sociali e di pace intendevano con tale unione anche salvaguardare e dare solidità ai valori umani, morali e spirituali caratteristici della civiltà delle popolazioni del vecchio continente.

Da parte sua, il Papa si è prodigato, durante l’arco del suo pontificato, per dare un’anima all’Europa, convinto che l’Unione Europea potrà progredire ed avere un futuro prospero e bello soltanto se sarà fedele a quel grande patrimonio di principi e di valori che ha tratto linfa dalle radici cristiane.

Egli ha pertanto costantemente incoraggiato l’apporto dei cristiani nella costruzione della nuova Europa, convinto che i cittadini europei cristiani saranno tanto più utili alla causa comune quanto più resteranno fedeli alla loro identità. Egli ha affermato in numerose occasioni che i cristiani devono tenere deste e rendere influenti nella nuova Europa alcune antiche verità del Vangelo, soprattutto quelle circa la realtà fondamentale della famiglia, l’istituto del matrimonio fra un uomo e una donna, il principio della sacralità e della intangibilità della vita umana, la centralità e la dignità di ogni persona umana, il compito educativo… Per lui questi erano temi capitali per la sopravvivenza morale e spirituale del Continente.

Quando il 24 marzo del 2004 fu conferito a Giovanni Paolo II il Premio Internazionale “Carlo Magno” da parte del Sindaco di Aquisgrana, il Papa nel discorso in tale occasione tracciò un abbozzo della visione che egli aveva dell’Europa: “Penso – disse – ad un’Europa nella quale le conquiste della scienza, dell’economia e del benessere sociale non si orientano ad un consumismo privo di senso, ma stanno al servizio di ogni uomo in necessità e dell’aiuto solidale per quei paesi che cercano di raggiungere la meta della sicurezza sociale. Possa l’Europa, che ha sofferto nella sua storia tante guerre sanguinose, diventare un fattore attivo della pace nel mondo! Penso ad un’Europa la cui unità si fonda sulla vera libertà. La libertà di religione e le libertà sociali sono maturate come frutti preziosi dell’humus del cristianesimo. Senza libertà non c’è responsabilità: né davanti a Dio, né di fronte agli uomini. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa vuole dare ampio spazio alla libertà. Lo stato moderno è consapevole di non poter essere uno stato di diritto se non protegge e promuove la libertà dei cittadini nelle loro possibilità di espressione sia individuali che collettive. Penso ad un’Europa unita grazie all’impegno dei giovani. Con tanta facilità i giovani si capiscono tra di loro, al di là dei confini geografici. Come può nascere, però, una generazione giovanile che sia aperta al vero, al bello, al nobile e a ciò che è degno di sacrificio, se in Europa la famiglia non si presenta più come un’istituzione aperta alla vita e all’amore disinteressato? Una famiglia della quale anche gli anziani sono parte integrante in vista di ciò che è più importante: la mediazione attiva dei valori e del senso della vita. L’Europa che ho in mente è un’unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé: uomini e donne impegnati a fare diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio”.

Sintetizzare ora in pochi minuti i numerosissimi interventi e le iniziative a favore dell’Europa del venerabile Papa, fra le quali ben due Sinodi dei Vescovi Europei e vari simposi, non è possibile. Manca poi il tempo per ricordare la sollecitudine con cui, con “cuore spezzato” il Papa seguì il dramma atroce che sconvolse la ex Jugoslavia ed i Balcani, e le iniziative che al riguardo promosse.

Mi limito a toccare alcune dimensioni.

1. Innanzitutto, le radici cristiane dell’Europa.

Perfettamente in linea con il magistero di Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II è sempre stato convinto che l’identità europea ha il suo fondamento nelle sue radici cristiane. Per questo egli si è speso con tutte le sue energie (anche se eravamo già nel periodo in cui il Papa soffriva di parkinson) affinché nel cosiddetto “Trattato Costituzionale”, che allora si stava elaborando, vi fosse una esplicita menzione delle radici cristiane. È infatti incontestabile il ruolo avuto dalla fede cristiana nel dare vita all’Europa. Si trattava del riconoscimento di una realtà storica vera, perché il cristianesimo (cattolici, ortodossi e protestanti) ha largamente contribuito a dare un’anima e un volto alla civiltà europea. Tanti valori che ora caratterizzano l’Europa sono stati infatti attinti dalla fonte del cristianesimo. Si tratta di una realtà che è iscritta anche nelle pietre di molte cattedrali e di tanti edifici, oltre che in tante pagine di letteratura e di arte.

Non si possono non condividere le parole che Giovanni Paolo II pronunciò in tale occasione: “Non si recidono le radici sulle quali si è cresciuti”. Il Papa era convinto che solo restando fedele alle sue radici l’Europa avrà un futuro grande. Purtroppo il processo di una secolarizzazione mal concepita, che qualcuno ha voluto portare avanti, ha impedito tale menzione. Ma – come sappiamo – quella Costituzione non fu approvata da tutti i Paesi interessati, per cui non entrò in vigore. In sostituzione fu elaborato e vige ora il “Trattato di Lisbona”, che nell’articolo 17 prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un “dialogo aperto, trasparente e regolare” e nel preambolo si afferma che il progetto di integrazione europea si ispira “alle realtà culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello stato di diritto”. In qualche modo, così, si è riparato e supplito alla mancanza della menzione delle radici cristiane.

2. Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, il vento della storia ha lanciato con accenti nuovi e con più forza la sfida della costruzione della “Casa Comune Europea”, il Papa ha moltiplicato i suoi interventi, incoraggiando a tendere alle mete e agli ideali di detta “Casa Comune” e dell’Europa dello spirito. “La Casa Comune Europea – ha affermato Giovanni Paolo II – deve diventare, rifacendosi alle tradizioni cristiane, un’Europa dello spirito”. E per la ricostruzione dell’Europa dello spirito ha proclamato la priorità dell’etica sulle ideologie, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia.

Per fare fronte al fenomeno della crescente secolarizzazione, il Papa chiamò all’impegno per una nuova qualità di evangelizzazione che sapesse riproporre in termini convincenti all’Europa di oggi il perenne messaggio della salvezza. Cosciente della necessità di un rinnovamento spirituale e umano, il Papa ha sottolineato l’urgenza di “ri-evangelizzare” il vecchio continente, chiamando a questo compito tutte le componenti del popolo di Dio.

Tale sforzo – disse – servirà a ricostruire l’Europa del progresso e del benessere sui valori spirituali che hanno caratterizzato il suo passato.

Non si tratta di un nuovo Vangelo, ma di riproporre in termini convincenti all’uomo d’oggi il perenne messaggio della salvezza, dando una risposta adeguata ai segni dei tempi, ai bisogni degli uomini e dei popoli di oggi, tenendo presenti i nuovi scenari europei.

E lo stile di questa nuova evangelizzazione doveva essere non quello della deplorazione e delle accuse, ma dell’attenzione misericordiosa, formando le coscienze ed esortando a passare da una fede di consuetudine ad una fede che sia scelta personale, illuminata, convinta e testimoniata. Lo stile con cui va realizzata e vissuta la nuova evangelizzazione dell’Europa a cui il Papa Giovanni Paolo II continuamente richiamava è quello di curvarsi con amore e umiltà sulla nostra società; in particolare egli chiedeva alla Chiesa di “farsi buon samaritano” dell’uomo d’oggi per aiutarlo a riscoprire la perenne attualità di Gesù Cristo e dei suoi insegnamenti (cfr. Sesto Simposio dei Vescovi europei, 11 ottobre 1985).

L’ideale dell’edificazione della casa comune europea raggiungerà un buon risultato soltanto se i valori del Vangelo saranno anche in futuro il fermento della civiltà del Continente. Appassionato al riguardo è l’appello del Papa che sarà beatificato il 1° maggio: “Se l’Europa aprirà di nuovo le porte a Cristo e non avrà paura ad aprire alla sua salvatrice potestà i confini degli Stati, i sistemi economici e politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo, il suo futuro non rimarrà dominato dall’incertezza e dal timore, ma si aprirà ad una nuova stagione di vita, che risulterà benefica e determinante per il mondo intero”.

3. Nell’indicare all’Europa gli impegni e le responsabilità che l’attendono, il Papa Giovanni Paolo II additò al vecchio continente il compito di riprendere il ruolo di faro della civilizzazione mondiale. A tale scopo chiedeva all’Europa di promuovere:

– “la riconciliazione dell’uomo con se stesso, respingendo le culture del sospetto e della disumanizzazione e riaffermando invece con vigore la dignità e i diritti fondamentali della persona;

– riconciliazione dell’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri e aprendosi alle esigenze della solidarietà, e questo sia nei rapporti tra le persone, sia anche tra le classi sociali e tra gli Stati;

– e infine riconciliazione dell’uomo con l’intera creazione, vegliando sui suoi precari equilibri, perché non cessi di essere dimora accogliente per l’uomo e motivo di lode riconoscente al Creatore” (cfr. Discorso al Parlamento Europeo di Strasburgo, 11 ottobre 1988).

Nella visione del Papa Giovanni Paolo II, l’Unione Europea non può essere concepita in contrapposizione o in concorrenza con la comunità mondiale, ma solo in armonia con essa. L’Europa è un Continente che molto ha dato agli altri Continenti. L’Europa ha esportato nei secoli passati arte, cultura, scienza e civiltà. Le grandi scoperte scientifiche dei secoli scorsi sono avvenute qui in Europa e da qui si sono diffuse nel mondo nelle loro varie applicazioni e conseguenti benefici.

Anche nel campo religioso l’Europa ha molti meriti: una schiera senza numero di missionari europei ha seminato tanto bene nel mondo. In breve possiamo dire che l’Europa è il Continente che più ha contribuito allo sviluppo del mondo tanto sul piano delle idee quanto su quello del lavoro, delle scienze e delle arti. L’Europa ha grandi meriti per il passato, ma deve continuare a contare. E questo anche per il bene del mondo, essendo il Continente che ha alla base più esperienza di civiltà. Il mondo, in questa epoca della globalizzazione, ha bisogno certamente del potenziale economico e della tecnologia europea, ma ancor più della più lunga e più completa esperienza dell’Europa e dei suoi valori e ideali che hanno le loro radici nelle due grandi tradizioni cristiane: quella latina e quella orientale. Le grandi tradizioni cristiane (cattolica, protestante e ortodossa) si sono intimamente intrecciate e mutuamente arricchite di quei valori che sono diventati l’anima della Civiltà Europea.

Guardando all’Europa di oggi, il Papa Giovanni Paolo II notava forze che tendono ad emarginare i cristiani. Si deve constatare, purtroppo, che questo è vero. Fortunatamente, però, ci sono anche spinte contrastanti che invece riaffermano l’importanza della presenza e della testimonianza dei cristiani. Non mancano quanti si rendono conto che il cristianesimo è importante non soltanto per il passato, ma anche per il presente e per il futuro e che tale futuro sarà bello e grande soltanto se l’Europa non perderà la sua identità cristiana. Da qui la necessità e l’urgenza di lavorare per contribuire a rafforzare l’Europa come realtà non solo economica e territoriale, ma anche culturale e spirituale.

Dobbiamo lavorare perché il cielo dell’Europa non sia chiuso nei confini del terrestre e del mortale, perché significherebbe chiudere il cielo europeo nel non senso. Il cielo dell’Europa deve restare aperto alla trascendenza: questa è la via per realizzare pienamente la persona umana e rendere la società più giusta, più umana e più pacifica. L’Europa ha bisogno di un’anima. Occorre che l’Europa riconosca e conservi il suo patrimonio più caro, costituito da quei valori umani e cristiani che l’hanno portata ad avere un’influenza sulla storia della civiltà del mondo. Dio deve continuare ad avere posto in Europa. Nel rapporto con Dio si decide il futuro dell’Europa.

Un’Europa senza Dio non ha futuro. Dobbiamo aiutare Dio a restare vivo nei cuori ma anche nella società pubblica, perché senza Dio il mondo cadrà nella disumanizzazione.

Anche i segni religiosi caratteristici del continente europeo devono restare, a cominciare dal crocefisso, simbolo per chi crede, della nostra religione, ma anche per chi non crede, simbolo della nostra identità, della nostra civiltà, dei nostri valori. Il crocifisso è segno di un Dio che ama l’uomo fino a dare la sua vita per lui. È un Dio che ci educa all’amore, all’attenzione per ogni uomo, specialmente per il più debole ed indifeso, e al rispetto verso gli altri, anche verso coloro che appartengono a culture o religioni diverse. Il crocifisso è segno della più alta realizzazione dell’amore oblativo,che si apre all’accoglienza, al rispetto della libertà altrui, alla solidarietà verso tutti. Perciò la visione del crocifisso non può offendere nessuno, ma piuttosto deve far riflettere sulla malvagità umana che opprime l’innocente e può insegnare anche a un non cristiano e ad un non credente la giustizia, il perdono e la bontà.

Vorrei poi rilevare un fatto che trovo significativo e sorgente di speranza. Tra le monete in Euro che circolano in Europa, vi è la moneta olandese di 2 Euro che attira l’attenzione. Tutto intorno alla moneta vi è inciso in lettere maiuscole: “God-zij-met-ons”, che significa “Dio sia con noi”. È stata cioè conservata su una moneta olandese la scritta che appariva da secoli su tutti i fiorini olandesi. È un ricordo storico che l’Olanda ha voluto mantenere. In pari tempo è un’invocazione ed è un augurio per il futuro. Dio sia con noi, affinché l’Europa affronti i problemi di oggi con quella saggezza e con quei valori morali che vengono dalla storia europea e dal suo patrimonio etico e culturale. Il contributo che noi cattolici possiamo dare è quello di una piena fedeltà a Cristo e al Vangelo, i cui valori sono garanzia e fonte di un futuro sereno e felice. L’Unione Europea non deve stemperare l’identità che ha caratterizzato le popolazioni del continente e le loro vere grandezze. L’eredità di civiltà, di cultura e di fede che il passato dei Paesi europei ci ha lasciato comporta il dovere di custodirla e di difenderla.

6. “Dio sia con noi”, e sia con noi anche l’intercessione e la testimonianza del Papa Giovanni Paolo II, che sarà beatificato tra poche settimane, il 1° maggio.

Egli è certamente un Papa che appartiene ai giganti della storia, perché è stato un protagonista di portata storica. Soprattutto è stato un grande uomo di Dio, un uomo pieno di Dio, che aveva una percezione straordinaria del soprannaturale.

Suo grande merito è di avere risvegliato nel mondo il senso religioso. Ha fatto capire che non si possono limitare gli orizzonti dell’uomo a questa terra. Ha insegnato che la coscienza “in cui l’uomo si trova solo con Dio e scopre una legge scritta nel cuore” (Gaudium et spes, 16) conferisce un’altissima dignità all’uomo e alla donna, che nessuno può strappare o sopprimere, e che ognuno è obbligato a seguire. Papa Giovanni Paolo II ha avuto fiducia nella forza delle istanze spirituali e morali ed ha sempre messo al centro la persona umana, con la sua intangibile dignità e libertà. Egli, inoltre, ha saputo congiungere un profondo e penetrante realismo storico con uno sguardo illuminato dalla fede.

Perciò ha saputo scorgere l’azione di Dio nella trama degli avvenimenti ed ha saputo influire da protagonista sul corso degli eventi, incidendo nella storia, come ha affermato lo stesso Gorbaciov; ma la prima e fondamentale caratteristica del suo Pontificato è stata religiosa.

Il movente di tutto il Pontificato, il motivo ispiratore di tutte le iniziative intraprese fu religioso: tutti gli sforzi del Papa miravano a fare rientrare Dio da protagonista in questo mondo. La Divina Provvidenza mi ha concesso la gioia e il privilegio di essere vicino al Papa Giovanni Paolo II dall’inizio del suo pontificato fino alla fine. Vivendo vicino a lui, molte erano le cose che colpivano. Impressionava la capacità che aveva di parlare alle folle, il fascino che esercitava sulla gioventù, colpiva il suo coraggio, la facilità che aveva di parlare molte lingue; colpiva la sua carica umana e la profondità del suo pensiero.

Però, la cosa che mi ha sempre colpito di più è stata l’intensità della sua preghiera. Una preghiera profonda e intimamente personale, e in pari tempo legata alle tradizioni e alla pietà della Chiesa. Quando pregava sembrava perdere il senso del tempo.

Attirava l’attenzione il modo in cui egli si abbandonava alla preghiera: si notava in lui un trasporto che gli era connaturale e che lo assorbiva come se non avesse impegni urgenti che lo chiamassero alla vita attiva. Il suo atteggiamento nella preghiera era raccolto e, in pari tempo, naturale e sciolto: testimonianza, questa, di una comunione con Dio intensamente radicata nel suo animo; espressione di una preghiera convinta, gustata, vissuta. Egli si preparava ai vari incontri, che avrebbe avuto in giornata o nella settimana, pregando.

Prima di ogni decisione importante Giovanni Paolo II vi pregava sopra a lungo. Più importante era la decisione, più prolungata era la preghiera. Nella sua vita vi era un’ammirevole sintesi fra preghiera ed azione. La sua spiritualità era incentrata su Cristo vero Dio e vero uomo, ed aveva due dimensioni molto sentite: il culto della misericordia di Dio e una tenerissima devozione alla Madonna. Per questo è felice che la sua beatificazione cada il primo maggio: inizio del mese mariano, festa che celebra la misericordia di Dio, giornata dei lavoratori (per un Papa che è stato operaio, anche questa è una coincidenza felice). In breve, possiamo dire che Papa Giovanni Paolo II è stato un grande uomo, un grande Papa e un grande santo.

Grande come uomo: aveva una straordinaria ricchezza di umanità. Aveva profondità di pensiero, un pensiero creativo, con un impianto filosofico e, in pari tempo, era un mistico che aveva dentro di sé una forte tensione spirituale. In pari tempo, era molto attento verso le persone, rispettoso di tutti e attento alle loro vicende e inquietudini. Aveva inoltre una grande capacità di apprezzare e godere le bellezze della natura, dell’arte, della letteratura, del calore delle amicizie, delle conquiste umane. Nelle passeggiate, quando si arrivava su una montagna bisognava lasciarlo solo un momento: sentiva il bisogno di contemplare la bellezza del creato e di pregare Dio Creatore. Un grande Papa: è il primo Papa che ha fatto il giro del mondo, percorrendo più chilometri degli altri Papi messi insieme. Ovunque è stato un grande seminatore di speranza. È il primo Papa che è entrato in una Sinagoga. Il primo Papa che ha visitato una moschea. Nessuno ha incontrato tante persone come lui.

Un Papa che ha saputo compiere il suo ministero di confermare i fratelli nella fede, visitando e incoraggiando le comunità cristiane sparse nei cinque continenti. Un comunicatore nato, che ha realizzato una infinità di cose ed ha aperto vasti orizzonti davanti al cammino della Chiesa. Particolare attenzione ebbe sempre verso i giovani, dei quali fu sincero amico: un amico esigente, con una grande passione educativa nei loro riguardi. E quanto il defunto Pontefice fosse amato dai giovani si è visto anche nell’immensa vicinanza dei giovani nei giorni dell’agonia, della morte e del funerale. Il giornalista Gian Franco Svidercoschi, con espressione audace, ha scritto che Giovanni Paolo II “ha accorciato la distanza fra il cielo e la terra”, nel senso che ha fatto molto per aiutare gli uomini ad incontrarsi con Dio. Un grande santo: fu un uomo tutto di Dio. Per lui Dio non era un concetto astratto, ma era il Padre che ci ama e il Creatore di tutto quanto esiste. Il grido nato tra la folla ai suoi funerali: “santo subito”, manifestò la convinzione che c’è nel cuore di molte persone ed era espressione della fama di santità che gode nel mondo. In lui vi era una perfetta coerenza fra ciò che diceva e ciò che pensava, fra ciò che appariva e ciò che era.

Giovanni Paolo II ha indicato a tutti la via della verità e dei valori morali e spirituali, come unica strada che può assicurare un futuro più umano, più giusto e più pacifico.

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