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Papa Francesco parla al Congresso Usa. E scrive la storia

Abolizione della pena di morte e del commercio d’armi, accoglienza a profughi e famiglie, politica orientata a bene comune e non sottomessa a economia e finanza. Tutto nell’intenso discorso del Pontefice ai 535 senatori e rappresentanti del popolo americano 

Lincoln e il suo lavoro per “una nuova nascita di libertà” degli Stati Uniti. La marcia di Martin Luther King per conseguire il “sogno” di pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. Poi Dorothy Day e la sua passione per la giustizia e la causa degli oppressi. Infine Thomas Merton, uomo di preghiera, di pace tra popoli e religioni che ha aperto nuovi orizzonti per le anime e la Chiesa.  

Sono i fotogrammi che scorrono nel lungo e intenso discorso che Papa Francesco rivolge ai 535 membri del Congresso degli Stati Uniti, che lo accolgono già all’ingresso con una standing ovation di oltre 4 minuti. La tappa a Capitol Hill è infatti uno dei momenti più attesi di questo decimo viaggio internazionale, vista la valenza storica dell’evento: Bergoglio è il primo Pontefice della storia a parlare al Parlamento bicamerale statunitense in sessione congiunta. 

Il Papa non perde l’occasione di sottoporre agli occhi di tutti i “rappresentanti” del popolo americano le urgenze e le “ferite aperte” che toccano oggi migliaia di fratelli e sorelle. In Usa e non solo. A partire da una certezza: “Qualsiasi attività politica deve servire e promuovere il bene della persona umana ed essere basata sul rispetto per la dignità di ciascuno”.

In particolare, il Pontefice indica nel suo discorso – tutto in inglese – i tre nodi che l’attività dei membri del Congresso deve sciogliere per far sì che gli Stati Uniti possano “crescere come nazione”: l’abolizione della pena di morte, lo stop al commercio di armi, l’accoglienza a profughi e famiglie.  “L’attività legislativa è sempre basata sulla cura delle persone” rimarca infatti il Santo Padre, e richiama la figura di Mosè, la cui effigie è posta davanti ai suoi occhi tra le altre dei grandi legislatori Usa che circondano l’aula parlamentare. Il patriarca d’Israele offre infatti una buona sintesi del lavoro del Congresso, che Francesco riassume in: “proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano”.

Ma Bergoglio non entra in dialogo solo con i membri del Campidoglio ma con l’intero popolo. Ovvero “le molte migliaia di uomini e di donne che si sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e – un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie famiglie”. Ma anche le numerose persone anziane, “deposito di saggezza forgiata dall’esperienza”, come pure tutti i giovani “che si impegnano per realizzare le loro grandi e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato dell’immaturità di tanti adulti”. 

“Vorrei dialogare con tutti”, ammette con candore Francesco, e lo fa attraverso la memoria storica del popolo americano, sintetizzata nelle figure di questi uomini e donne, che “con tutte le loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di costruire un futuro migliore”.  

Il primo pensiero va quindi al presidente Lincoln, di cui quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’assassinio. Il suo spirito e le sue lotte per la libertà sono un monito per la “inquietante odierna situazione sociale e politica del mondo”, divenuto ormai scenario di “violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione”. “Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico”, osserva il Pontefice, mettendo in guardia da ogni forma di fondamentalismo, “tanto religioso come di ogni altro genere”. “È necessario un delicato equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali”, afferma. 

Esorcizza poi un’altra tentazione: “Il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti e peccatori”. Attenzione a polarizzare il mondo, la società, le persone, perché il risultato è la divisione: “Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno”. Tuttavia “imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto”.  

La nostra risposta – evidenzia il Papa – dev’essere invece “di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia”. Per farlo bisogna rinnovare e mantenere lo stesso “spirito di collaborazione” che “ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti”. Le sfide attuali sono infatti di una tale “complessità, gravità e urgenza” da non poter non “impiegare le nostre risorse e i nostri talenti” e dedicarci “a sostenerci vicendevolmente, con rispetto per le nostre differenze e per le nostre convinzioni di coscienza”. 

Tale cooperazione è infatti “una potente risorsa nella battaglia per eliminare le nuove forme globali di schiavitù”, nate da “gravi ingiustizie” che si possono superare solo grazie ad una politica davvero “al servizio della persona umana”, e che, di conseguenza, non può sottomettersi “al servizio dell’economia e della finanza”.

Il Papa argentino torna poi con la mente al 7 marzo 1965, quando Martin Luther King guidò circa 25mila dimostranti da Selma a Montgomery per chiedere i pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. “Quel sogno continua ad ispirarci”, afferma il Vescovo di Roma, rallegrandosi del fatto “che l’America continui ad essere, per molti, una terra di ‘sogni’”. Sogni “che conducono all’azione, alla partecipazione, all’impegno”, che “risvegliano ciò che di più profondo e di più vero si trova nella vita delle persone”, ovvero “costruire un futuro in libertà”. 

“Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri”, sottolinea il Papa, presentandosi, come alla Casa Bianca, lui stesso come “figlio di immigrati”. Rammenta quindi gli errori del passato, i diritti calpestati “di quelli che erano qui molto prima di noi”. Ammonisce per il presente, raccomandando che “quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati del passato”. Ed esorta per il futuro a educare le nuove generazioni “a non voltare le spalle al loro ‘prossimo’ e a tutto quanto ci circonda”.

Specie in questo momento in cui il mondo fronteggia “una crisi di rifugiati di proporzioni tali che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”. Questa realtà “ci pone davanti grandi sfide e molte dure decisioni”, osserva il Santo Padre, che tuttavia incoraggia a non lasciarsi “spaventare” dal numero di queste masse in cerca di migliori condizioni di vita, ma piuttosto “vederle come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie”, e rispondendo in modo “umano, giusto e fraterno”.

La ‘Regola d’Oro’ è infatti quella di Gesù Cristo: “Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te”. Proprio questa convinzione – dice il Pontefice – “mi ha portato, fin dall’inizio del mio ministero, a sostenere a vari livelli l’abolizione globale della pena di morte”. “Sono convinto – soggiunge – che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini”. Papa Francesco rinnova quindi l’appello dei vescovi degli Stati Uniti all’abolizione della pena capitale: “Io non solo li appoggio – afferma – ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione”.

Restando in tema di preoccupazioni sociali, Francesco non può non menzionare Dorothy Day, fondatrice del Catholic Worker Movement. e il suo impegno per i più deboli. Un cammino, quello della serva di Dio, svolto anche in tante parti del mondo. “Quanto è stato fatto in questi primi anni del terzo millennio per far uscire la gente dalla povertà estrema!”, esclama, incoraggiando a fare ancora di più, e non perdere, in questi tempi di crisi e difficoltà economica, “lo spirito di solidarietà globale”. Non dimenticate – dice – “tutte quelle persone intorno a noi, intrappolate nel cerchio della povertà”.  

Va da sé che parte di questo grande sforzo sta nella creazione e distribuzione della ricchezza, prosegue il Pontefice. E citando la sua Laudato Si’, ricorda che “il corretto uso delle risorse naturali, l’appropriata applicazione della tecnologia e la capacità di ben orientare lo spirito imprenditoriale, sono elementi essenziali di un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile”. Come nell’Enciclica l’invito è quindi a “cambiare rotta” ed “evitare gli effetti più seri del degrado ambientale causato dall’attività umana”.  

Lo sguardo del Papa si volge poi all’epoca dell’inizio della Grande Guerra: un periodo che Benedetto XV definì “inutile strage”, ma che vide la nascita di un altro “straordinario americano”, Thomas Merton, “fonte di ispirazione spirituale e una guida per molte persone”.  Nella prospettiva di dialogo tracciata dal monaco cistercense, il Papa esprime il plauso per “gli sforzi fatti nei mesi recenti per cercare di superare le storiche differenze legate a dolorosi episodi del passato”. 

Un riferimento quindi alla questione del bloqueo con Cuba, riguardo al quale dice: “Quando nazioni che erano state in disaccordo riprendono la via del dialogo nuove opportunità si aprono per tutti”. Ciò richiede “coraggio e audacia”, che non vuol dire “irresponsabilità”. Perché “un buon leader politico è uno che, tenendo presenti gli interessi di tutti, coglie il momento con spirito di apertura e senso pratico”.  

Essere al servizio del dialogo e della pace significa poi “essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo”, sottolinea il Santo Padre. E con crudo realismo domanda: “Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società?”. Purtroppo, “la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi”.

Francesco aggiunge infine un ultimo punto: la famiglia. “Quanto essenziale è stata la famiglia nella costruzione di questo Paese!”, esclama, “e quanto merita ancora il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento! Eppure non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno. Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita familiare”.

In particolare, il Pontefice richiama l’attenzione sui membri della famiglia “più vulnerabili”, i giovani, molti dei quali “disorientati e senza meta, intrappolati in un labirinto senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione”. “I loro problemi sono i nostri problemi”, afferma il Papa, e osserva che la cultura di oggi quasi spinge le nuove generazioni “a non formare una famiglia, perché mancano loro possibilità per il futuro”. 

In tal modo, si dimentica invece che “una nazione può essere considerata grande quando difende la libertà”, come ha fatto Lincoln; quando “promuove una cultura che consenta alla gente di ‘sognare’ pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle”, come Martin Luther King; quando “lotta per la giustizia e la causa degli oppressi”, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, “frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace” nello stile contemplativo di Thomas Merton.

L’auspicio del Papa è che lo spirito di questi quattro figli d’America – “quattro individui e quattro sogni” – continui a “svilupparsi e a crescere, in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare”. “Dio benedica l’America!”, esclama in conclusione Bergoglio, scatenando un ennesimo, lungo e forte applauso.

Il testo integrale del discorso è disponibile qui.

About Salvatore Cernuzio

Crotone, Italia Laurea triennale in Scienze della comunicazione, informazione e marketing e Laurea specialistica in Editoria e Giornalismo presso l'Università LUMSA di Roma. Radio Vaticana. Roma Sette. "Ecclesia in Urbe". Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Secondo classificato nella categoria Giovani della II edizione del Premio Giuseppe De Carli per l'informazione religiosa

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