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“Papa Francesco invita ognuno a individuare le proprie periferie”

Mons. Fernando Ocáriz, vicario ausiliare dell’Opus Dei, parla del suo nuovo incarico istituzionale e del libro-intervista “La Chiesa, mondo riconciliato”

Mons. Fernando Ocáriz è nato a Parigi nel 1944. È consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1986 e di altri dicasteri della Curia romana. Nel 1994 è stato nominato vicario generale dell’Opus Dei e lo scorso dicembre vicario ausiliare. Recentemente è stato pubblicato il libro-intervista La Chiesa, mondo riconciliato (Ares), nel quale il fisico e teologo, autore di numerosi studi teologici, affronta temi come il lavoro, la libertà, l’evangelizzazione, la fede e la ragione, il ruolo della teologia… ZENIT gli ha fatto alcune domande intorno al suo libro e alla nomina a vicario ausiliare della prelatura dell’Opus Dei.

Lo scorso 12 dicembre mons. Javier Echevarría, prelato dell’Opus Dei, l’ha nominata vicario ausiliare con piene competenze di governo. Che cosa comporta questa figura?

Gli statuti che la Chiesa ha dato all’Opus Dei (promulgati da san Giovanni Paolo II con la Costituzione Apostolica Ut sit) stabiliscono che la funzione di prelato è a vita. La medesima norma prevede la figura del vicario ausiliare, come aiuto nel governo della prelatura quando le circostanze lo consigliano. Mons. Echevarría la ritenuto essere arrivato il momento di mettere in pratica questa possibilità, già prevista dal fondatore nei primi statuti che furono presentati alla Santa Sede. Dopo aver ascoltato gli organismi che collaborano nel governo pastorale, ha deciso di nominarmi vicario ausiliare affinché condividessi la medesima potestà esecutiva che il diritto riserva al prelato.

Grazie a Dio, negli ultimi anni è cresciuto il numero delle circoscrizioni della prelatura che dipendono dal prelato in modo più diretto. Tutto questo comporta un notevole aumento del lavoro di governo. Il vicario ausiliare – e il nuovo vicario generale – potranno, con la grazia di Dio, dare aiuto nel seguire direttamente queste attività e mantenere i contatti con le persone e le istituzioni sociali ed educative che ricevono l’assistenza pastorale dell’Opus Dei.

Come vi state coordinando con il prelato nel vostro lavoro quotidiano?

Ci coordiniamo con un governo collegiale, ognuno lavora sulle diverse questioni; questo modo collegiale di procedere fu stabilito da san Josemaría fin dall’inizio dell’Opus Dei. Da parte mia, chiedo tutti i giorni allo Spirito Santo di aiutarmi a essere un fedele collaboratore di mons. Echevarría, che trasmette tanto ottimismo e desideri di fedeltà a Cristo nella Chiesa.

I fedeli e i cooperatori dell’Opus Dei hanno l’abitudine di chiamare Padre il prelato; che significato ha questo?

In molti paesi esiste l’abitudine di chiamare “Padre” i sacerdoti e, in alcuni luoghi, anche i vescovi. San Josemaría ha incarnato in modo intenso questo senso di paternità spirituale. Questa esperienza si trasmette ai successori come una eredità preziosa, con il soffio dello Spirito Santo. Penso alla splendida fedeltà nella continuità del beato Álvaro del Portillo, primo successore di san Josemaría. La paternità del prelato fa sì che i fedeli della prelatura possano sperimentare l’aspetto familiare – la Chiesa è famiglia – così presente nella fisionomia spirituale dell’Opus Dei. Gli statuti della prelatura si riferiscono alla funzione del prelato con le parole “maestro e padre”. Questo mette in evidenza che il compito che la Chiesa affida al prelato – come a ogni pastore a capo di una circoscrizione ecclesiastica: diocesi, prelatura, ecc. – non si esaurisce nell’esercizio della potestà di governo, ma comprende l’importantissima dimensione di paternità verso tutti i fedeli – sacerdoti e laici – che gli sono affidati.

Quali sono le sfide specifiche dell’Opus Dei durante il pontificato di Papa Francesco?

Il Santo Padre invita ciascuno a uscire da se stesso per portare Cristo nelle periferie, non soltanto geografiche ma anche esistenziali: quelle del peccato (sapendo che tutti siamo peccatori), del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza. Questo invito coinvolge ognuno di noi: quali sono le mie periferie? Le persone dell’Opus Dei, come tanti fedeli della Chiesa, testimoniano la loro fede nella vita ordinaria: in casa, nel lavoro, nelle relazioni sociali. San Josemaría diceva che c’è qualcosa di santo, divino, nascosto nelle situazioni più comuni, che tocca a ognuno di noi scoprire. Anche nelle periferie della vita personale si trova qualcosa di santo: quando cerchiamo di lenire il dolore di chi ci sta accanto, combattiamo l’ingiustizia sociale con il nostro lavoro ben fatto, eliminiamo la miseria con il servizio o ripariamo in qualche modo con la preghiera al male causato dal peccato. Oltre a queste sfide della vita quotidiana, nell’Opus Dei desideriamo assecondare l’esempio e le iniziative del Santo Padre.

Per esempio?

Per esempio, saper dare a ogni persona il tempo di cui ha bisogno, pregare per i cristiani perseguitati, fare amare di più il sacramento della Penitenza, preoccuparsi degli immigrati che rischiano la vita nel Mediterraneo, dialogare con chi non la pensa come noi o non condivide la nostra fede…

Perché mons. Echevarría ha indetto un anno mariano per i fedeli e i cooperatori dell’Opus Dei?

Questo anno nasce in piena sintonia con la devozione mariana del Santo Padre e con il suo desiderio di vicinanza con le famiglie. Si tratta di mettere nelle mani della Madonna le necessità della Chiesa e dell’umanità, e in particolare delle famiglie. La felicità degli uomini si modella nella famiglia. Così mons. Echevarría invita a pregare insieme la Madre di Dio in famiglia, quando è possibile: per esempio, il Rosario e l’Angelus. Nostra Madre, Santa Maria, ci unisce con tenerezza a Dio e agli altri.

Nel suo libro “La Chiesa, mondo riconciliato” compaiono spesso i concetti di libertà, tolleranza e convinzioni personali. Un cristiano di oggi, come può distinguere questi valori?

Quando predomina un clima relativista, è logico il sospetto d’intolleranza verso quanti hanno convinzioni salde. Il relativismo manifesta – in buona parte della cultura occidentale – la crisi della ragione, che rinnega la sua stessa essenza: cercare di conoscere la verità e il significato dell’esistenza. Finisce per diventare facilmente un modo egoista di agire.

D’altra parte, la nozione di tolleranza è impiegata frequentemente come equivalente al rispetto per le opinioni e i comportamenti diversi dai propri. Nel contesto relativista è sinonimo di indifferenza: concorda allora con un’idea di libertà intesa anche come indifferenza. Invece, il significato originale del verbo tollerare è quello di non impedire un male, che si conosce come tale e che si potrebbe impedire, allo scopo di evitare un male maggiore. L’armonia tra libertà, tolleranza e convinzioni personali richiede l’attenzione al bene comune. La cultura individualista tende a ignorarlo. Penso che sia necessario mettere il concetto di bene comune al centro del dibattito pubblico.

Oggi si parla poco di speranza cristiana, uno dei temi trattati nel suo libro. Perché le sembra importante parlare di questa virtù?

Perché la speranza cristiana non è una semplice consolazione, una sorta di anestesia. Certamente rimanda alla nostra destinazione finale; sappiamo di non avere sulla terra una dimora permanente. San Paolo ripone la speranza in quello che ci è riservato nei cieli. Nello stesso tempo, la nostra speranza si riferisce alla vita presente; è la piccola speranza, quella di ogni giorno, che si fortifica con la preghiera e i sacramenti, impronte di Cristo – lo diceva san Josemaría – in un cammino che porta alla felicità eterna.

Che ruolo gioca la speranza nelle situazioni complesse, come la mancanza di lavoro, la crisi di fede e di cultura?

La speranza cristiana illumina i diversi aspetti della vita personale e sociale, e anche le difficoltà alle quali lei si riferisce; questa luce è la verità delle cose e il suo senso: non assicura risultati economici, conversioni o cambiamenti culturali, ma spinge a fare il possibile per risolvere i problemi. Nasce al calore della carità. Siamo perfettamente consapevoli che la storia non può raggiungere un termine definitivo di pienezza immanente. L’uomo è libero e si trova sempre in una indeterminazione aperta sia al progresso che alla sconfitta. È la forza dell’amore di Cristo, non la nostra, che salverà il mondo.

Lei nel libro concede molta attenzione al ruolo della donna nel mondo. Quale contributo apporta l’Opus Dei alla promozione della donna nella società?

Il messaggio di san Josemaría incoraggia la donna a svolgere una presenza attiva nella scienza, nell’arte, nel giornalismo, nell’imprenditoria, nella politica, nell’attività sociale: in tutti gli ambiti che delineano lo spazio pubblico. Le donne dell’Opus Dei ricevono la formazione spirituale e teologica nella stessa misura degli uomini; per questo, nel governo pastorale della prelatura, il prelato e i suoi vicari si avvalgono di due organismi che li consigliano, uno di donne e l’altro di uomini.

Per ciò che si riferisce alla promozione della donna in generale, vi sono numerose iniziative nel mondo intero: scuole, collegi, università, centri di abilitazione in zone socialmente depresse…

E in casa?

La bellezza del messaggio sulla santificazione della vita ordinaria ha comportato anche una rivalutazione delle professioni collegate alla cura della casa e al servizio alla persona. È un’ottima cosa, perché si potrebbe dire che la casa, il focolare domestico, è il luogo nel quale ogni donna e ogni uomo si ritemprano. Ogni cristiano è casa di Dio, tempio vivo. La Chiesa è una casa, ci proteggono le mani di Dio, che sono come un tetto che contemporaneamente ci apre il Cielo. Nella prelatura, alcune donne vogliono liberamente assumere come lavoro professionale l’amministrazione domestica dei centri. Sono un punto di riferimento per ogni persona che si avvicina agli apostolati dell’Opus Dei: il loro esempio e la loro dedizione umanizzano le nostre vite, ci mostrano come santificare la quotidianità: insegnano ad amare, come soltanto una madre può fare. A queste donne si potrebbe applicare un’espressione di san Giovanni Paolo II: con un cuore che vede, sono autentiche sentinelle dell’invisibile.

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