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Papa Francesco a San Giuseppe all’Aurelio tra rom, malati e bambini

Giunto nella chiesa di Primavalle, il Pontefice ha incontrato la variegata comunità parrocchiale. E parlando alle famiglie dei neo battezzati ha detto che i bambini non vanno mai cacciati dalle chiese anche se piangono

Un ingresso trionfale quello di Papa Francesco nella parrocchia romana di San Giuseppe all’Aurelio, nel quartiere popolare di Primavalle. Una moltitudine di fedeli, visitatori, abitanti di quartiere, quelli che ogni giorno ruotano intorno alla trafficata zona di Boccea, si è riversata oggi fuori e dentro la grande chiesa in cemento per dare il benvenuto al Santo Padre, giunto all’ottava tappa del tour nelle parrocchie delle periferie della Capitale, iniziato nel maggio 2013. 

All’arrivo del Papa i presenti armeggiavano i loro smartphone e tablet per cercare di catturare l’irripetibile momento. Qualcuno è riuscito anche a guadagnarsi il tanto ambito ‘selfie’ con il Papa. Altri si sono accontentati di agitare le bandierine bianche e gialle del Vaticano o di tenere in alto striscioni con scritte tipo “Benvenuto Papa Francesco”. Sulla chiesa, intanto, campeggiva la scritta colorata “Buon Compleanno Santità”, in vista del 78° compleanno del Pontefice il prossimo mercoledì 17 dicembre.

A fare gli onori di casa, dopo il saluto con il cardinale Vallini, il parroco don Giuseppe Lai, oblato di San Giuseppe, la congregazione a cui da sempre è affidata la guida della comunità locale, fin dagli anni ’60. Quando cioè la parrocchia non aveva neppure la chiesa e l’unico punto di riferimento per i fedeli era il piccolo teatro della Casa generalizia. Le cose sono poi cambiate col tempo: nel 1970 fu inaugurata l’attuale parrocchia e la comunità crebbe di anno in anno, arrivando a contare oggi circa diciottomila persone.

Di queste un buon numero era presente nel pomeriggio per salutare il Vescovo di Roma, il quale, appena arrivato, ha subito incontrato i ragazzi del catechismo con cui ha intrattenuto l’usuale ‘botta e risposta’. La vista di quei ragazzi prossimi a ricevere il corpo e il sangue di Cristo, ha risvegliato nella mente del Santo Padre i ricordi di quel 28 ottobre 1944, giorno della sua prima Comunione, alla quale arrivò preparatissimo grazie all’importante lavoro svolto dalle sue catechiste. Una su tutte: Suor Dolores, la religiosa che lo accompagnò nei suoi primi passi della fede e che Bergoglio vegliò fino al momento della morte.

Dopo quello con i bambini, è seguito poi un fugace incontro con dieci rappresentanti della comunità Rom residenti in via Tenuta Piccirilli e 25 famiglie disagiate tra le 600 assistite e sostenute dalla parrocchia, attualmente ospiti del “residence” di via di Val Cannuta, seguite dai volontari del progetto “Dammi una mano” nato in collaborazione con Sant’Egidio.

Il Papa ha voluto lasciare a questa gente un suo personale ‘dono’: la “speranza”. La speranza, cioè, nel Signore che – ha sottolineato – “non delude mai” e che quindi non va mai perduta. “Vi auguro il meglio, che sempre sia pace per la vostra famiglia, che ci sia il lavoro, che ci sia gioia”, ha aggiunto poi, chiedendo di pregare “molto” e “sempre”.

La visita è proseguita nella cappella della Casa degli Oblati, dove il Papa si è intrattenuto a lungo con i circa 60 ammalati del quartiere che ha salutato uno ad uno, incoraggiandoli con affetto. “Senza di voi la Chiesa non esisterebbe, perché una Chiesa senza malati non andrebbe avanti”, ha detto loro, “voi siete la forza della Chiesa”.

Prima delle Confessione a cinque fedeli e la celebrazione della Messa alle 18, Papa Francesco ha infine incontrato le famiglie degli 80 bambini battezzati nell’ultimo anno. Nell’occasione, il Santo Padre si è pure tolto un sassolino dalla scarpa: “I bambini piangono, fanno rumore, vanno di qua e di là – ha detto – ma mi dà tanto fastidio quando in chiesa un bambino piange e c’è chi dice che deve andare fuori. Il pianto del bambino è la voce di Dio: mai cacciarli via dalla chiesa”.

Ai genitori ha invece dato un “compito a casa”: cercare la data del proprio Battesimo, perché quello – ha rimarcato – “è il nostro giorno di festa”, il giorno in cui “abbiamo conosciuto Gesù”. E anche lì è riaffiorato un ricordo: il suo Battesimo avvenuto il giorno di Natale, “proprio otto giorni dopo la mia nascita, perché a quel tempo in Argentina si faceva così”.

Del Natale il Papa ha parlato poi nella sua omelia, intervallata da diverse frasi a braccio in cui il Pontefice si è soffermato in particolare – come stamane durante l’Angelus – sulla “gioia” che la nascita di Cristo porta al mondo. Una gioia, quella del Natale, che “è una gioia sociale”, ha affermato; una gioia “serena e tranquilla” che accompagna il cristiano per tutta la sua vita “anche nei momenti difficili”. Questa gioia – ha ribadito Francesco – è “un dono” che il Signore offre gratuitamente, e perciò bisogna “rendere sempre grazie al Signore”.

“Si deve ringraziare Dio sempre – ha insistito il Papa – e non si deve andare sempre alla ricerca di cose per lamentarsi”. Anche perché “le lamentele non sono cristiane”, ha aggiunto, ribadendo come nel mattino che “mai si è visto un Santo o una Santa con un volto da funerale”.

Ma come si fa a rendere grazie al Signore? Innanzitutto “guarda indietro la tua vita e pensa alle tante cose buone ricevute”, ha spiegato il Pontefice, perché questo “ci abitua alla gioia”. Una volta abituatici possiamo intraprendere un’altra via: “portare agli altri il lieto Annuncio”. E questa non è altro che la vocazione di tutti i cristiani che sono “unti dal Signore” – ha rimarcato il Papa – proprio “per andare a portare il lieto annuncio agli altri”, a portare al mondo “la pace”.

Quindi "pregare intensamente e “ringraziare sempre Dio”, per poi portare la gioia a tutti: questi i compiti di Papa Francesco per Natale. Non c’è posto dunque per il consumismo: basta con il 24 dicembe “frenetico” tutto dedicato alle spese, ha esclamato infatti il Papa. E ha concluso chiedendo alla Vergine Maria che “ci accompagni in questa strada verso il Natale” fatta di preghiera e di gratitudine.

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