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Padre Pizzaballa: “Non credo al dialogo tra le fedi ma a quello tra persone”

Secondo il custode di Terra Santa, intervenuto ad una conferenza all’Università La Sapienza, bisogna ripartire da un approccio umano per ricostruire i legami fra le diverse comunità religiose in Siria e Iraq

La sede distaccata della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma, presso l’ex Vetreria Sciarra, nel cuore del quartiere San Lorenzo, ha ospitato ieri sera la conferenza Cristiani in Medio Oriente e migrazioni forzate. Dentro il cambiamento epocale, organizzata dalla Fondazione Avsi, (organizzazione non governativa accreditata presso Onu e Unione europea e impegnata in progetti di cooperazione e sviluppo in Africa, Medio Oriente, Europa orientale, America Latina e Caraibi) e da Oasis, rivista semestrale, patrocinata dalla fondazione omonima, che si occupa di interazioni fra mondo cristiano e musulmano.

All’evento hanno preso parte padre Pierbattista Pizzaballa, dal 2004 custode di Terra Santa e guardiano del Monte Sion, Adnane Mokrani, docente di islamistica presso la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica, e Michele Valensise, segretario generale del Ministero degli Esteri. Il dibattito è stato moderato da Francesca Paci, giornalista inviata della Stampa, esperta di Medio Oriente, che si è occupata più volte dei cristiani in quelle zone.

“Non credo al dialogo tra le fedi – ha dichiarato Pizzaballa – ma a quello tra persone sì. Da cristiano non posso pensare di non avere alcuna forma di comunicazione collaborazione con miliardi di altre persone nel mondo. Da questa premessa dobbiamo ripartire per ricostruire la convivenza fra diversi gruppi religiosi in Siria e Iraq quando la guerra contro l’Isis finirà. Perché il conflitto prima o poi avrà termine, ma a quel punto dovremo preoccuparci di un dopoguerra in cui probabilmente, non solo non ci saranno più le infrastrutture, ma anche gli attuali stati. Siria e Iraq come li conoscevamo prima già, di fatto, non esistono più. Sono scomparsi i tradizionali punti di riferimento. E non c’è solo il dramma dei profughi, ma anche quello degli sfollati, rimasti nel proprio paese, ma senza più la loro casa. Solo in Siria sono circa otto milioni”.

Secondo il custode di Terra Santa, i cristiani in Medio Oriente non sono il primo obiettivo delle violenze e del terrorismo, ma chiaramente ne pagano le conseguenze, penalizzati anche dal ricordo del colonialismo per cui spesso si associa la fede cristiana ai colonizzatori bianchi occidentali. Molti cristiani hanno abbandonato o stanno lasciando quelle terre, ma c’è chi rimane e difende con coraggio la propria fede anche in mezzo a violenze, povertà e persecuzioni.

“Cercheremo quindi – ha precisato Pizzaballa – di aiutare loro, così come le altre comunità religiose, a ricostruire il tessuto sociale di convivenza e fiducia distrutto da questa guerra. Al di là di chi abbia ragione, questa è una delle conseguenze più gravi del conflitto. Mi ricordo un episodio emblematico ad Aleppo in Siria. Dopo un bombardamento che aveva causato 200 vittime, fra cristiani e musulmani, ciascuna comunità si preoccupava di contare solo i propri morti”.

“Un parroco locale mi diceva: ‘Con tutto quello che ci stanno facendo, vuoi che ci preoccupiamo anche dei musulmani?’. E, dall’altra parte, un imam che conosco ribatteva: ‘Da anni vengono distrutte moschee in Iraq e Afghanistan e a voi non è mai importato nulla’. Divisioni come questa sono frequenti e profonde ormai in quei luoghi”, ha raccontato il custode di Terra Santa.

Padre Pizzaballa ritiene inoltre che la ricostruzione postbellica dovrà essere guidata dai paesi colpiti ma con l’aiuto di una comunità internazionale “unita e concorde, senza ambiguità, nello stabilire quali siano i diritti umani fondamentali e nel riaffermarli”. Allo stesso tempo, però, “il mondo islamico deve cercare di fare di più per contrastare il terrorismo e le persecuzioni. Queste forme di violenza non sono legate alla religione, ma hanno comunque una radice in quel contesto sociale e politico ed è lì che bisogna intervenire”.

Anche il professor Mokrani ha ribadito l’importanza del dialogo fra gruppi religiosi diversi, ma non è d’accordo con chi parla di islam moderato: “È come se si dicesse che chi è più credente sia più portato a essere un violento o un terrorista”. Ha poi sottolineato l’importanza delle comunità cristiane nello sviluppo sociale e culturale del mondo musulmano e si è detto d’accordo nel considerare la distruzione dei legami fra comunità diverse come una delle conseguenze più gravi di una guerra: “Pensiamo all’Afghanistan, un paese in cui, di fatto, si combatte ininterrottamente da decenni. Ci sono persone nate e cresciute in una condizione di guerra permanente. Come possono quindi avere una mentalità aperta al confronto con gli altri?”.

“Gli stati moderni postcoloniali – ha continuato il docente di islamistica – hanno provato a creare un nazionalismo laico che però spesso escludeva le minoranze religiose, compresi i cristiani. Un nazionalismo laico ma dittatoriale che ha indebolito il pluralismo interno. In Turchia è stato Ataturk a perseguitare le minoranze armena e greca. Prima di lui Istanbul era una città per metà cristiana. È vero che leader autoritari come Saddam Hussein e Assad hanno trattato relativamente bene i cristiani, ma solo perché non rappresentavano una minaccia”.

Una soluzione potrebbe essere “ripartire da quanto di buono la Primavera araba aveva affermato, prima di crollare su se stessa, purché, dall’altra parte, ci sia un Occidente veramente unito nel difendere diritti umani, libertà e democrazia, senza poi commerciare con paesi come l’Arabia Saudita che negano la libertà religiosa, il pluralismo e qualunque forma di diversità”.

Valensise ha invece ricordato l’impegno dell’Italia nella questione dei cristiani in Medio Oriente così come nella difesa di tutte le minoranze perseguitate nel mondo. “La Primavera araba del 2001 – ha dichiarato – poteva essere un rinascimento arabo, ma non è andata così e probabilmente lo si sarebbe potuto capire prima e intervenire tempestivamente. Da allora sono successe così tante cose che il 2010 ci sembra molto più lontano di quanto non sia davvero”.

Il segretario generale del Ministero degli Esteri ritiene che contro l’Isis si debba intervenire non solo dal punto di vista militare, ma anche nell’ambito della comunicazione che per i terroristi è fondamentale per spingere nuove reclute a unirsi a loro da tutto il mondo. “Questo processo di contrasto – ha specificato Valensise – deve essere condiviso anche dai paesi colpiti dal terrorismo. Guai a immaginare iniziative che possano essere anche solo viste come un’imposizione dall’esterno. Bisogna cooperare con i musulmani, le vittime più colpite dalle violenze che stanno sconvolgendo il Medio Oriente”.

A chiudere il dibattito, una considerazione di Francesca Paci: “I cristiani sono perseguitati non solo in Medio Oriente, ma anche in altre zone fra cui Corea del Nord, di cui si sa pochissimo, ed Eritrea. Dobbiamo rilevare, purtroppo, che le persecuzioni contro i cristiani nel mondo complessivamente stanno aumentando”, ha affermato l’inviata della Stampa.

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