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Ossigeno e ozono: alleati anche contro la stanchezza cronica

L’oncologo Umberto Tirelli illustra i progressi nella cura al cancro. E sulla maternità surrogata dice: “Assurdo obbligare per legge una madre a staccarsi dal proprio figlio”

Oncologo di fama mondiale, il Professor Umberto Tirelli è direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, specialista in oncologia, ematologia e malattie infettive, autore di oltre 800 pubblicazioni sul cancro, delle quali 571 riportate da PubMed. Inoltre, dal 1994, è tra i massimi esperti italiani di Cronique Fatique syndrome (sindrome della fatica cronica) da lui definita “la malattia del terzo millennio” e promotore della prima associazione Onlus per pazienti di CFS, per la tutela dei loro diritti, poco riconosciuti in Italia, a dispetto dell’Europa e degli Stati Uniti.
Noi di Zenit lo abbiamo incontrato a Roma e siamo stati subito travolti dalla sua inesauribile energia, la straordinaria simpatia, oltre che dall’inconfutabile professionalità.

Oncologo, ematologo e infettivologo, specialista in CFS. Professore, quale branca la appassiona di più?
Ho scelto oncologia, perché di cancro, purtroppo, ancora si muore. Ogni anno cresce il numero dei malati, nel 2015 sono stati registrati 365mila casi secondo i dati AIRTUM (Associazione italiana dei registri tumori), con un incremento nelle donne, ma anche un espressivo aumento nel totale dei guariti e dei “lungo-viventi”, che oggi in Italia sono circa 3 milioni.

Oltre alle campagne di prevenzione e sensibilizzazione, esistono nuove sperimentazioni nella cura del cancro. Quali?
Esistono nuovi trattamenti, tra i quali l’immunoterapia: farmaci immuno-oncologici che agiscono sul sistema immunitario del paziente, sbloccandolo dai freni innescati dal tumore, favorendo una reazione del corpo più rapida e potente. In questa prima fase di test, dati incoraggianti si riscontrano soprattutto nella cura del melanoma, nel tumore del polmone e nel rene. Essenziale è il ruolo della medicina predittiva che attraverso il Genotest (o test del Dna) permette di determinare il grado di rischio di sviluppare alcuni tumori (mammella, ovaio, colon retto e prostata). Da poco consente anche una diagnosi precoce più mirata e una terapia ad hoc per certi tipi di neoplasie.

Altre applicazioni del test del Dna?
Sì, oggi il Genotest si può impiegare, anche, in altre patologie per valutare la suscettibilità sia alla sindrome da fatica cronica che a problemi di intolleranza alimentare e a rischi cardiologici, ecc.

Nel 2014 ha pubblicato il libro La stanchezza quando diventa una malattia, spiegando i sintomi della sindrome da fatica cronica, un male ancora poco conosciuto. Di cosa si tratta?
Nel libro introduco la Sindrome da Fatica Cronica, una patologia immunologica, assai debilitante a tal punto da costringere chi ne è affetto a rinunciare al lavoro, alla scuola e alla vita sociale. La CFS – dall’eziologia tuttora oscura – si manifesta, talvolta a seguito di una patologia infettiva, con un’astenia molto severa, perdita di concentrazione e di memoria, senza alcun sollievo derivante dal riposo e dal sonno, a differenza di un comune stato di affaticamento. Per essere diagnosticata come CFS, secondo la classificazione del 1994 stabilita dal gruppo di studio internazionale – di cui ero membro – sulla Sindrome da Fatica Cronica di Atlanta, i sintomi devono perdurare per almeno sei mesi e si devono escludere tutte le altre condizioni mediche con medesima sintomatologia: infezioni croniche, ipotiroidismo, disfunzioni dell’ipofisi, epatite, tumori, depressione e patologie psichiatriche.

Quanto è diffusa in Italia la sindrome da fatica cronica?
Oggi si contano circa 300mila malati. La fascia maggiormente colpita è purtroppo quella dei più giovani, che va dai 20 ai 40 anni. Sono tanti i casi di ragazzi che hanno dovuto interrompere gli studi, nell’incredulità delle istituzioni e talvolta delle famiglie, etichettati come pigri e scansafatiche, aumentando così il loro stato d’isolamento ed emarginazione. I medici di base e gli psichiatri confondono la CFS con la depressione, sminuendo così la gravità della patologia e somministrando cure inadeguate. La sindrome si riscontra, anche, negli ex malati di tumore, classificata, in tal caso, come cancer related fatigue e può proseguire per anche dieci anni dalla guarigione. Un caso noto alla cronaca medica fu quello dell’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga.

Esistono delle cure per la CFS?
Sì, i pazienti vengono trattano con antivirali, immunomodulatori, corticosteroidi, vitaminici: medicine tradizionali che però non sono ben tollerate da tutti. Spesso si tratta di soggetti allergici e pertanto intolleranti a molte sostanze. Alcuni di loro mi riferirono di aver tratto grande giovamento dalla terapia dell’ossigeno ozono, praticata dal prof. Marianno Franzini. Mi rivolsi allora a lui, che è stato il fondatore della SIOOT – società scientifica di ossigeno ozono terapia – e dopo aver appreso la metodologia, l’ho a mia volta applicata con successo nel trattamento della stanchezza cronica, della fatigue post cancro e della fibromialgia (sindrome del dolore cronico). I pazienti sottoposti alla cura, sono in breve tempo ritornati a vivere e alle loro precedenti attività, con immediato sollievo.

Rappresenta l’ossigeno-ozono, una terapia economicamente accessibile a tutti?
Certamente, i costi sono davvero modici. Ancora oggi persiste una forma di scetticismo tra i medici, soprattutto negli ambiti ospedalieri, malgrado questo gas abbia del “miracoloso” per le sue innumerevoli applicazioni curative: discopatie, infiammazioni croniche, malattie neuro-vascolari e cardiovascolari, reumatismo articolare, artrosi, asma, dolore cronico, sindrome della stanchezza cronica, infezioni urinarie, maculopatie, ecc. Comunque l’ossigeno ozono terapia si può affiancare sinergicamente alle tradizionali terapie farmacologiche e chirurgiche, potenziandone i benefici.

Ritiene che potrebbe essere una valida risorsa per i paesi poveri del Terzo e Quarto Mondo?
Assolutamente sì. Si tratta di un ottimo antibatterico, antivirale e antimicotico e anche di un potente disinfettante, efficace nella sterilizzazione dell’acqua nei paesi privi di infrastrutture idrauliche, nella disinfezione degli ambienti pubblici, degli ospedali e infine nella cura delle tante malattie tropicali, in quelle aree dove i farmaci sono irreperibili.

Da medico è abituato a rapportarsi con la morte. Cosa ne pensa dell’eutanasia?
Sono contrario all’eutanasia, mentre sono a favore delle cure palliative e della terapia del dolore, nei malati terminali, sottoposti a grande sofferenza. Nel caso di Eluana Englaro, la ragazza di Udine, ad esempio, mi schierai contro il suicidio assistito, come scrissi, allora, sul quotidiano Avvenire. In pazienti in stato vegetativo, è impossibile conoscerne la reale volontà e sapere cosa davvero sentano, in assenza di coscienza. Talvolta, si assiste a recuperi miracolosi, soprattutto nei primi cinque anni dall’evento traumatico.

E, invece, qual è la sua opinione sulla maternità surrogata?
Lo trovo assurdo, è una pratica fuori dalla grazia di Dio. È impossibile obbligare, per legge, una madre a staccarsi dal proprio figlio. Sono queste, le questioni che davvero meriterebbero un referendum.

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Per info: www.umbertotirelli.it

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