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“Oltre l’emergenza, educare ancora”: che cosa significa veramente?

Saluto del rettore della PUL alla presentazione del volume di Chiara Palazzini

ROMA, mercoledì, 30 maggio 2012 (ZENIT) – Riprendiamo il saluto del rettore della Pontificia Università Lateranense, Enrico Dal Covolo, rivolto ieri alla presentazione del volume di Chiara Palazzini, Oltre l’emergenza, educare ancora. Il significato autentico, i problemi attuali e le risorse dell’educazione (Cittadella Editrice, Assisi 2011, 110 pp).

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Rivolgo un saluto cordiale a Sua Eminenza il sig. Cardinale Angelo Comastri e a tutte le Autorità religiose e civili qui presenti, come pure agli illustri docenti, studenti, relatori e ospiti dell’Università Lateranense.

1. Oltre l’emergenza, educare ancora. Questo volume di Chiara Palazzini, così denso di elementi e di rappresentazioni, fin dal titolo rivela e sviluppa due azioni, due atteggiamenti, due stati: il realismo analitico, dunque ciò che deriva da uno sguardo e da un metodo scientifico, e l’orizzonte della speranza.

Vi è una speranza, infatti, in questo titolo e in questo libro. E propria questa è – io credo – la sua prima qualità, dato che la speranza è la virtù più importante e il requisito indispensabile di ogni educatore, che sia degno di questo nome.

In un mondo e in una produzione culturale, da decenni segnati dal primato della descrizione che ritrae il sigillo del dramma, qui – nel testo che oggi presentiamo – emerge anche la proposta, o meglio, il panorama della possibilità.

Ebbene, oltre l’emergenza, educare ancora: che cosa significa veramente?

Significa porre al centro il progetto della pedagogia, dunque dell’educazione, della ricerca, della formazione, dell’individuo in relazione, cioè della persona in società, quale elemento primario possibile, nonostante il dramma della crisi. Questo da un lato; ma dall’altro non solo è possibile educare ancora, ma si deve educare ancora.

2. A tale proposito, non posso che scorgere un intreccio fecondo tra questo volume e il Messaggio per la XLV Giornata mondiale della Pace, scritto dal Santo Padre e poi diffuso il primo gennaio 2012. Il suo titolo è quanto mai significativo: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace».

Come abbiamo avuto modo di rilevare in questa stessa Università, presentando il Messaggio all’inizio del 2012, Benedetto XVI scrive, con grande realismo, e a un tempo con grande speranza: «Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora, di cui parla il Salmista».

Il riferimento del Santo Padre è al Salmo 130, nel quale il Salmista afferma che l’uomo di fede attende il Signore più che le sentinelle l’aurora.

Prosegue ancora Benedetto XVI: «Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società. Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa: Educare i giovani alla giustizia e alla pace, nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo».

Ed è proprio di speranza, ma di speranza – come avverte il Pontefice – ben radicata nella comprensione del reale, che c’è bisogno. Una speranza che solo la formazione della coscienza della persona può garantire, perché essa non sia un mero afflato, e non si fermi, per così dire, all’aspirazione non fondata realmente su una consapevolezza.

E’ questa, insomma, la sfida della maturità, e dunque della responsabilità.

3. Perciò la nostra Università è profondamente lieta di presentare questo volume, poiché esso, nelle sue premesse, nel suo metodo e nel suo orizzonte, mette a fuoco il nodo del nostro tempo, l’emergenza educativa, che deve coinvolgere tutti in un orizzonte di speranza, oggi più che mai, per la costruzione di quel nuovo umanesimo, capace di tutelare e di valorizzare la dignità della persona, del lavoro, dei diritti tutti, senza odiose discriminazioni di sorta, dunque senza elementi che possano colpire a morte la giustizia e la libertà.

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Guai a noi se ci fermassimo al semplice studio dell’emergenza educativa, della sua eziologia e della sua fenomenologia! Certo, occorre fare anche questo, ma se facessimo solo questo, fra dieci anni ci troveremmo al punto di prima.

E allora?

Allora bisogna formare i formatori: è questa la risposta adeguata, la terapia appropriata che le nostre istituzioni devono offrire all’emergenza educativa.

Dunque, davanti e oltre l’emergenza, si può – anzi si deve – educare ancora.

Siamo molto grati a Chiara Palazzini per averci confermati in questo santo proposito.

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