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Odoardo Focherini: la Misericordia si fa carne per la famiglia, la Chiesa e gli ebrei

Morto nelle carceri naziste, il beato è un esempio di coraggiosa dedizione verso l’intera società, eminentemente attuale in tempi di migrazioni, profughi e disperazione diffusa

I beati sono strumenti della misericordia di Dio che scrivono nuove pagine del Vangelo, a volte utilizzando l’inchiostro per fare approfondire i misteri dell’amore di Dio e altre volte con il sangue per testimoniare la fede nella vita eterna. Odoardo Focherini è stato un uomo che ha usato la penna e il sacrificio della sua vita per comunicare l’amore che gratuitamente ha ricevuto da Dio e gratuitamente ha donato.

Odoardo nacque il 6 giugno 1907 a Carpi (Modena) da Tobia Focherini e Maria Bertacchini, originari della Val di Sole in Trentino. La madre morì nel 1909, ed il padre si risposò con Teresa Merigli, che divenne a tutti gli effetti per lui la sua mamma. Da giovane la sua fede divenne il motore e la scintilla della sua dedizione in vari ambiti dell’apostolato. A 17 anni diventò responsabile dell’oratorio che aveva frequentato da piccolo e fu uno tra i fondatori dell’Aspirante, il primo giornale cattolico per ragazzi, che divenne mezzo di collegamento nazionale per i giovani d’Azione Cattolica in Italia. Durante una vacanza in Val di Non (Trento), Odoardo conobbe Maria Marchesi con la quale da subito condivise la fede cristiana. I due si sposarono il 9 luglio 1930.  Dal loro felice e fecondo matrimonio nacquero sette figli.

Odoardo esercitò la professione di assicuratore nella Società Cattolica di Assicurazioni di Verona, con il ruolo di ispettore per le zone di Carpi, Ferrara, Udine e Pordenone. Il suo tempo libero era riservato alla cura della famiglia e alla partecipazione a varie attività apostoliche nel campo ricreativo, come guida di una società ciclistica, nel campo ecclesiale come attento partecipante ai congressi eucaristici diocesani e come promotore degli scout.

I suoi impegni maggiori riguardarono la partecipazione attiva nell’Azione Cattolica, ricoprendo importanti incarichi di responsabilità nell’ambito della sua diocesi e nell’impegno nel giornale Avvenire d’Italia. Dapprima come cronista e successivamente come amministratore, Odorardo non rimase insensibile davanti al dramma che si stava consumando in quel tempo in Italia. Egli organizzò, insieme ad altri compagni, presso la curia Vescovile di Modena e Carpi e presso la sua casa di Mirandola, un ufficio nel quale permettere ai familiari di mantenere contatti con i soldati al fronte e cercare di avere informazioni sui militari dispersi. Nel 1942 ricevette l’incarico dal Vescovo di Genova di occuparsi di un gruppo di ebrei polacchi per favorire l’espatrio in Svizzera e così salvarli dalla deportazione nei campi di prigionia della Germania. Odoardo si impegnò per la produzione di documenti falsi e salvare la vita di un centinaio di ebrei destinati alla morte.

L’11 Marzo 1944 venne prelevato dal segretario del Fascio e incarcerato con l’accusa di aiutare gli ebrei nella fuga all’estero. L’unico atto di accusa che gli fu rivolto fu una lettera che ritrovarono, nella quale Odoardo scriveva di interessarsi “degli ebrei non per lucro, ma per pura carità cristiana”. Il 5 luglio venne trasferito nel campo di concentramento di Fossoli, e successivamente in quello di Gries (Bolzano). Anche se provato fisicamente dalla pesantezza delle fatiche fisiche, Odoardo riuscì a salvare la vita a molto prigionieri, conservando vivo il ricordo della sua famiglia, alla quale volle indirizzare numerose lettere per rendergli partecipi delle sue condizioni di vita e del suo sostegno verso gli altri prigionieri, giungendo a scrivere frasi che esaltavano la sua chiamata a servire Cristo presente nell’ebreo recluso e perseguitato: “Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore.

Successivamente Odardo fu trasferito a Flossemburg, nella Baviera Orientale, e poi a Hersbruck, dove morì a 37 anni, il 27 Dicembre 1944, pronunziando al suo compagno di prigionia Teresio Olivelli (al quale aveva salvato la vita condividendo di nascosto quel poco di pane che aveva dispozione per nutrirsi) le testuali parole: “Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo.

Quale testimonianza di misericordia lascia Odoardo Focherini all’Italia e al mondo intero? La vocazione al matrimonio, l’accoglienza della vita nascente, l’educazione dei figli e lo svolgimento del lavoro per mantenere la propria famiglia, anche se costituiscono il fondamento della cristiana per uno sposo, non possono rappresentare l’unica finalità della propria missione.

La vita cristiana dentro la famiglia produce un lievito di amore che espande la massa della sua umanità per raggiungere la vita di quelle persone escluse dall’indifferenza o dalla persecuzione dei regimi di turno.

Odoardo, rimanendo sempre incorporato nella vita della Chiesa attraverso l’Azione Cattolica, ha ricevuto quella linfa dello Spirito Santo che gli ha permesso di alimentare la vita cristiana attraverso una partecipazione assidua ed attiva alla vita sacramentale, contribuendo così a divenire servo della misericordia sulle vie della carità.

La sua passione per il giornalismo, soprattutto attraverso Avvenire, era da lui ritenuta come una occasione propizia per evangelizzare i problemi della gente comune: denunziare le ingiustizie, contribuire a suscitare e risuscitare la speranza per i perseguitati dalla società, era un’ispirazione del cuore che egli esprimeva attraverso la penna. Il suo impegno di giornalista nasceva da un profondo desiderio di rimanere vicino ai problemi della gente, una santa ispirazione di farsi prossimo, che si concretizzò in una forma ancora più visibile quando decise di rischiare la propria vita per salvare gli ebrei, gli scartati del suo tempo.

Quanto ha bisogno il nostro tempo di avere persone con lo stesso spirito di Odoardo, persone capaci di dare la propria vita per i tanti emarginati e rifutati dei nostri giorni! L’ingente esodo di dimensioni bibbliche che giunge alle porte della vecchia Europa vede già protaganisti tanti uomini e donne che oggi operano nel nascondimento e nel silenzio ma negli anni futuri udiremo dai “tetti dei mezzi di comunicazione di massa” le loro storie di dedizione e compassione per il bisogno altrui.

Invece oggi siamo tristi testimoni dell’egoismo di molte istituzioni e governi europei, i quali, invece di aprire le porte delle loro nazioni, trovano impedimenti burocratici, quote restrittive di accesso, scarsa volontà nell’individuare e praticare soluzioni di integrazione eque, e proporre continue limitazioni dei diritti civili per i migranti e i profughi dei paesi flagellati da guerra, violenza e miseria.

Odoardo ci insegna un atteggiamento di attenzione e sensibilità verso le necessità del prossimo, spendendosi in prima persona anche a costo di perdere la propria vita, considerando la prigionia non come una sciagura, non come un fallimento, ma come un’opportunità di essere vicino agli ultimi, per trasformarsi in canale di tenerezza e di bontà.

 

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