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Obbediamo al falsario e disobbediamo all’Autore

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

Gesù aveva appena annunciato la resurrezione e sconfessato i sadducei che la negavano. E i farisei, che alla resurrezione credevano, invece di rallegrarsi delle parole di Gesù, si impauriscono, “si riuniscono” per tramare contro di Lui, e lo “tentano”.

Non avevano capito nulla della risposta che aveva dato sul tributo a Cesare. La libertà che attendevano dal Messia, e che si illudevano di poter raggiungere e conservare con l’osservanza dei precetti, era annunciata nelle parole “Rendete a Dio quello che è di Dio”. Chi è di Dio, infatti, appartiene a Lui solo, e non è schiavo di nessuno.

Ma loro preferivano restare schiavi del proprio io, avanguardia del demonio, il tiranno che lo muove a suo piacimento. Soffocati dalla superbia, non potevano accettare che la risurrezione annunciata da Gesù era necessaria perché anche loro fossero “restituiti” a Dio. No, i farisei erano puri, separati dal mondo, altro che schiavi del demonio! E quel Gesù era solo un impostore che insidiava il loro prestigio e le certezze acquisite.

Ma il demonio si veste di luce, che per un ebreo è sinonimo della Torah. Lui è il “tentatore”, e, come già nel deserto all’inizio della missione e in altre circostanze, si presenta di nuovo a Gesù, incarnato nel “dottore della Legge”, indossando la Torah, l’abito più bello e prezioso per un ebreo. Difficile riconoscerlo…

E attacca con un’adulazione, come sempre. Il demonio, quando decide di tentare chi appartiene a Dio, è generoso nelle lodi, e maledettamente rigoroso nella sua personalissima esegesi… Una donna che ti si offre a carni nude, suvvia, puzza a demonio da appestare. Ma uno che ti chiama “Maestro”, e ti chiede, proprio alla maniera solita dei rabbini, come interpretava la Torah, come fai a scovarci dentro il ghigno satanico?

E invece lui era lì. L’aveva architettata con genialità: uccidere Gesù facendolo apparire un suicidio. Sì, lo avrebbe indotto ad uccidersi con la sua stessa Parola. La Torah è luce, è la vita, ma interpretata male è un veleno mortale, e satana ne sapeva qualcosa per esperienza diretta.

Il dialogo del Vangelo di questa domenica è un’istantanea sul combattimento tra Gesù e satana che si svolge sul più insidioso dei terreni, quello della Parola di Dio. Ed è profezia di quello che, fin dalle origini, ha dovuto assumere la Chiesa, lo stesso che attende ogni giorno ciascuno di noi.

Le eresie, gli scismi, le guerre di religione, non sono nate da un’interpretazione errata della Scrittura? Perché di fronte ad essa c’è un solo atteggiamento possibile: l’ascolto umile del discepolo. Per questo Gesù risponde immediatamente con il verbo più importante della Bibbia: “Shemà, Ascolta!”.

Certo i farisei lo conoscevano bene, se ne nutrivano pregandolo almeno due volte al giorno. Ma come? Esattamente come stavano dinanzi a Gesù, orgogliosamente, come Adamo ed Eva di fronte al serpente. Ne ascoltano la voce e gli obbediscono, inclinano l’orecchio alla sua menzogna (secondo l’etimologia del verbo obbedire), e ne divengono schiavi.

Ecco perché al centro della battaglia di Gesù con il demonio vi è la Parola di Dio: chi la ascolta vincerà e vivrà; chi ascolta il demonio perderà e morirà. Tutta la sua malizia, infatti, è orientata a strappare l’uomo dall’ascolto di Dio. Può avere successo solo se riesce a sporcare la Parola con la sua interpretazione, inducendo a farsi ascoltare e, quindi, obbedire. Perché uno è figlio della Parola che ascolta.

Il demonio ci “tenta” sempre così: prende la Parola di Dio, approfitta della sua autorità e la usa come un grimaldello, adeguandola alle esigenze dell’uomo vecchio, alle concupiscenze della carne. Così, farcela accogliere e legarci a lui è un gioco da ragazzo. Chi può resistere alle lusinghe, alla promessa di diventare come Dio?

Che stolti siamo: ascoltiamo il demonio e non Colui che quella Parola l’ha detta. Obbediamo al falsario e disobbediamo all’Autore. Compriamo al prezzo “della nostra anima, del nostro cuore e delle nostre forze” un falso taroccato, e rifiutiamo l’originale che ci viene regalato.

Come i farisei, che avevano fatto della Legge il mausoleo eretto al proprio ego. Ed erano così caduti tra le braccia del padre della menzogna, omicida fin da principio. Non ascoltavano più la voce di Dio, la propria era troppo forte. E siccome era l’eco di quella di satana, gridava in loro di uccidere il Signore.

Per “ascoltare”, infatti, è necessaria l’umiltà. Essere consapevoli che Dio ha qualcosa da dirci, così importante da decidere le sorti della nostra vita, istante dopo istante. Per “ascoltare” occorre essere piccoli, come i peccatori, le prostitute e i pubblicani, gli unici che hanno obbedito a Gesù.

E’ proprio così, non scandalizzatevi. La loro realtà era davanti a tutti, non potevano nascondersi dietro l’ipocrisia dei farisei. Avevano “il cuore” lacerato dai graffi del demonio, “l’anima” sudicia dai tanti tradimenti, “la mente” e “le forze” logorate dagli sforzi fallimentari di cambiare. Avevano “ascoltato” il demonio, ed erano morti dentro, come il Popolo schiavo in Egitto.

“Egitto” in ebraico significa “angoscia, luogo dove l’uomo è definitivamente incastrato e rinserrato”. In Egitto il Popolo ha vissuto incastrato nel servizio agli idoli, obbligato a costruire mausolei al faraone. L’idolatria è sempre sinonimo di dissipazione e disordine dell’uomo, del suo cuore, dell’anima, della mente e delle forze. E “disordine” in ebraico coincide con il termine che indica il “Faraone”.

Ma proprio nell’Egitto il Popolo ha conosciuto Dio come “l’unico” capace di compiere l’impossibile e liberarlo. La fede di Israele nasce in quella notte di Pasqua, e per questo l’incipit dello Shemà, prima di essere un comandamento, è un’affermazione, un annuncio e una profezia, la rivelazione di un’identità: “Ascolta Israele, il Signore è uno”.

Tu sei Israele perché Io sono l’unico Dio. Tu vivrai solo se resterai fedele all’ascolto delle mie parole. Perché chi le ascolta, come già nella creazione, le vedrà compiersi nella propria vita e sarà libero davvero. Ma se non le ascolterai morirai, ti dissolverai nella schiavitù, nulla avrà più senso nella tua vita.

I farisei avevano dimenticato che all’origine della Torah vi era l’amore gratuito di Dio. Pieni di sé avevano finito con il credere d’averne diritto, per anzianità di servizio e meriti conquistati sul campo. Forse come molti di noi…

Ma i peccatori, i “maledetti del Popolo” no. Loro erano sulla soglia dello Shemà: quella vita ridotta a brandelli li aveva umiliati perché potessero “ascoltare” l’unico che si avvicinava a loro con misericordia.

Avevano percorso il catecumenato dell’umiltà, erano pronti ad aprirsi con stupore alla misericordia che veniva loro incontro. Potevano “obbedire”, sine glossa, perché portavano in sé le ferite inferte dall’interpretazione demoniaca della Scrittura, e cercavano solo la libertà.

Si comprende allora che con la loro domanda i farisei volevano smascherare Gesù come un eretico che interpretava la Scrittura a modo suo: un amico dei peccatori, che mangia e beve con loro. Che li tocca. E non comprendevano che agendo così stava donando il cuore della Legge, “il comandamento più grande”, quello dell’uomo libero, a chi, schiavo, non era stato capace di compierlo. Non capivano che Gesù aveva già risposto alla loro domanda, compiendo tutta la Legge e i profeti, come una profezia del suo Mistero Pasquale.

Gesù, infatti, era l’amore di Dio sceso sulla terra: era “il comandamento” offerto gratuitamente a ogni uomo. Lui era tutto quello che avrebbero voluto fare i farisei con i loro sforzi, con i loro precetti, con le loro interpretazioni della Scrittura.

Potevano “ascoltarlo” ed entrare nella vita vera. O rifiutarlo, e morire nei loro peccati. Come ciascuno di noi, ogni giorno. Nella Chiesa ci viene annunciata la Parola, che illumina le nostre vicende e i nostri cuori. Spesso ci smaschera intrappolati in Egitto, schiavi del disordine: rancori e litigi, giudizi e gelosie. Significa che il demonio ci ha sedotto, strappandoci a Dio.

Ma anche oggi possiamo essere “restituiti” a Lui. Basta “ascoltare” senza indurire il cuore. Accettare di essere “piccoli”, e aprire una fessura del nostro intimo per accogliere la Parola che libera dal peccato: lo Shemà che è capace di mettere ordine nella nostra vita fondandola sull’amore di Dio rivelato in Cristo.

Sulla Croce Lui lo ha compiuto per noi: la “mente” cinta dalla corona di spine, le “forze” inchiodate al legno, il “cuore” trapassato dalla lancia. Tutto questo è un regalo pronto per noi, affidato alla Chiesa. Attraverso i sacramenti, l’ascolto della Parola di Dio e la comunione con i fratelli, lo Shemà si fa carne in noi per poter “amare Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze”.

Questo amore è il “comandamento” che dà compimento alla nostra vita. In ebraico, infatti, il termine indica anche “una parola che affida un incarico”, o “la legge “incisa” che orienta e dirige il compimento di una missione”. Uniti a Cristo possiamo assumere il combattimento che ci attende per compiere la missione di amare che Dio ci ha affidato.

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