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Nullità matrimoniale. Mons. Llobell: “Siamo di fronte a una profonda riforma legislativa e giudiziale” (Seconda parte)

Il professore di Diritto processuale canonico della Santa Croce parla delle novità dei due Motu proprio dell’8 settembre, che riformano il processo canonico di nullità matrimoniale

Segue la seconda parte dell’intervista con monsignor Joaquín Llobell, professore ordinario di Diritto processuale canonico presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma, sulle novità dei motu proprio Mitis Iudex (per la Chiesa latina) e Mitis et Misericors Iesus (per le Chiese orientali), pubblicati l’8 settembre scorso. La prima parte dell’intervista è stata pubblicata ieri, sabato 17 ottobre 2015.

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In cosa consiste la “certezza morale”?

Mi sembra che la cosa più chiara sia trascrivere l’articolo 247 della Istruzione “Dignitas connubii”, il cui paragrafo 2 è integralmente accolto da Papa Francesco nel motu proprio Mitis Iudex (Regole procedurali, articolo 12). Questo paragrafo riprende parole di Pio XII e di San Giovanni Paolo II nei discorsi alla Rota Romana del 1942 e del 1980, e afferma: “§ 1. Perché sia dichiarata la nullità di matrimonio si richiede nell’animo del giudice la certezza morale di tale nullità. § 2. Per conseguire la certezza morale necessaria per legge, non è sufficiente una prevalente importanza delle prove e degli indizi, ma occorre che resti del tutto escluso qualsiasi dubbio prudente positivo di errore, tanto in diritto quanto in fatto, ancorché non sia esclusa la mera possibilità del contrario. § 3. Il giudice deve attingere questa certezza dagli atti e da quanto è stato dimostrato. § 4. Il giudice deve poi valutare le prove secondo la sua coscienza, ferme restando le disposizioni della legge sull’efficacia di talune prove. § 5. Il giudice che, dopo aver diligentemente esaminato la causa, non ha potuto conseguire questa certezza, deve dichiarare che non consta della nullità di matrimonio, fermo restando l’art. 248, § 5 [la possibilità di un supplemento probatorio prima di dettare la sentenza]”.

Ciò significa, da una parte, che esiste la piena libertà del giudice (sia il vescovo diocesano, un chierico o un laico) per verificare se, secondo la sua coscienza, le prove dimostrano la nullità del matrimonio. Dall’altra parte, per poter dichiarare la nullità è necessario che il giudice non abbia “qualsiasi dubbio prudente positivo di errore, tanto in diritto quanto in fatto”, senza che sia sufficiente la cosiddetta “certezza prevalente”, nella quale, anche se esistono seri motivi a favore della nullità, non resta esclusa, tuttavia, la ragionevole possibilità che il matrimonio sia valido. La certezza rispetto ai fatti si riferisce alla realizzazione degli stessi; la certezza rispetto al diritto richiede che i fatti provati siano considerati motivo di nullità del matrimonio dalla legge della Chiesa, così come è interpretata dal magistero pontificio (che su questa materia si trova soprattutto nei discorsi alla Rota Romana) e dalla giurisprudenza della Rota Romana e della Segnatura Apostolica. La certezza morale non è pertanto una ricostruzione meramente soggettiva della realtà, indimostrabile. Deve trattarsi di una certezza (e, in quanto tale, deve essere soggettiva) che sia anche “oggettiva”, cioè, “comunicabile” a tutti i soggetti destinatari della sentenza, perché si fonda sulle prove e viene giustificata nelle motivazioni della sentenza.

Il richiamo alla “oikonomia” da parte del motu proprio non riduce l’esigenza della certezza morale?

Per la Chiesa ortodossa, il concetto di “oikonomia” può portare ad ammettere una situazione equiparabile al divorzio. Tuttavia, per le Chiese cattoliche orientali e per la Chiesa latina la “oikonomia” – al di là di trattare misericordiosamente chi si incontra liberamente in una situazione di oggettiva violazione della legge di Dio in materia grave – permette una eccezione alla legge umana che viene considerata eccessivamente gravosa in un determinato caso, però senza transigere sulle esigenze del diritto divino, come è, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio.

Lo scioglimento del vincolo sacramentale del matrimonio è una grave trasgressione del comandamento di Dio. La dottrina circa l’indissolubilità del matrimonio resta sempre intatta, poiché si tratta per tutti i Cattolici, Orientali e Latini, di una verità da credere per fede divina e cattolica.

Nella presentazione della nuova legge, Mons. Dimitrios Salachas (esarca apostolico di Atene per i cattolici greci di rito bizantino) ricordava che l’uso della “oikonomia” esercitato dalla Chiesa ortodossa, nello sciogliere il vincolo sacramentale del matrimonio, rappresenta una grave trasgressione della legge di Dio. Pertanto, l’uso misericordioso del processo di nullità del matrimonio mantiene intatta la dottrina circa l’indissolubilità del matrimonio perché si tratta, per tutti i cattolici, Orientali e Latini, di una verità nella quale si deve credere con “fede divina e cattolica” e richiede il rispetto della natura meramente “dichiarativa”, no “costitutiva” (dissolutiva) della sentenza.

Il canone 1687 § 1 del motu proprio Mitis Iudex sottolinea che la necessità della certezza morale (circa i fatti e i criteri per i quali un matrimonio può essere nullo) è necessaria affinché il vescovo diocesano, come qualsiasi giudice competente nel processo ordinario, possa dichiarare la nullità del matrimonio con il “processo abbreviato”. Queste considerazioni, che sono complicate perché lo è la stessa materia, conducono a una serena interpretazione del citato articolo 14 § 1 della Regole processuali del motu proprio Mitis Iudex, nonostante possano provocare qualche comprensibile perplessità.

Potrebbe spiegarci in cosa consiste in pratica la “gratuità” dei processi?

Nella scomparsa delle tasse giudiziali, incluse quelle derivate dal disporre di un avvocato d’ufficio, il lavoro sarà pagato dal tribunale. Pertanto, tutte le spese dei tribunali dovranno essere coperte da entrate provenienti da altre fonti: dall’aiuto statale (dove ci sia), dalla libera generosità del fedeli, in primo luogo di coloro che richiedono la nullità del matrimonio, ecc. A questi fedeli andrà spiegato che è giusto che collaborino liberamente (e generosamente, secondo le proprie circostanze) alle spese processuali. Questa spiegazione andrà fatta nel modo più delicato possibile e non da parte del giudice, per evitare che qualcuno possa pensare che “se pago, otterrò la nullità”. Una questione delicata proviene dal rispetto della possibilità di scegliere un avvocato di fiducia e di come pagare questo servizio ecclesiale, professionalmente molto qualificato, con il quale non pochi avvocati mantengono la propria famiglia, dopo molti anni di studi costosi, anche economicamente.

Secondo lei, le diocesi del mondo sono preparate per accogliere questa riforma processuale?

Nella conferenza stampa di presentazione delle norme, il Presidente della Commissione che le ha redatte, Mons. Pio Vito Pinto, Decano della Rota Romana, affermava che sarà necessario del tempo affinché gli operatori del diritto, a cominciare dai vescovi, le studino bene per essere poi nelle condizioni di applicarle, accogliendo lealmente le innovazioni volute da Papa Francesco. Affermazioni analoghe le fecero durante la stessa presentazione, il citato Mons. Dimitrios Salachas, esarca di Atene, e il cardinale Francesco Coccopalmerio, il quale affermò che la prassi aiuterà a comprendere la nuova legge, che ancora potrebbe necessitare di “precisazioni normative”.

C’è qualcosa che la preoccupa particolarmente con l’entrata in vigore di queste norme?

Da un lato, che si pensi che nel rendere più agile il processo di nullità del matrimonio si sia risolto il problema della famiglia. A parte che la nuova normativa faciliterà soltanto la soluzione del problema di quei divorziati risposati il cui primo matrimonio, oltre ad essere fallito, risulti nullo, ritengo che la pastorale matrimoniale debba soprattutto cercare di manifestare la bellezza e la felicità, nonostante i sacrifici, della vita coniugale fedele e feconda. E che questa felicità si conquista attraverso uno sforzo costante, con manifestazioni semplici di amore alle quali Papa Francesco si riferisce continuamente: “per favore”, “grazie”, “scusa”… La promulgazione di queste norme prima dell’Assemblea sinodale permette di dedicare più tempo a cercare canali pratici per aiutare i giovani a desiderare di sposarsi con una buona preparazione, e gli adulti a prendersi cura del tesoro del proprio matrimonio.

Dall’altro lato, è importante che i vescovi percepiscano la necessità di formare operatori del diritto, i quali spesso potranno essere dei laici, nonostante li si debba pagare gli studi e uno stipendio giusto, sebbene vi sia ampio spazio per un volontariato di persone qualificate.

In definitiva, sono convinto che la nuova legge è un buono strumento per rendere agili le cause matrimoniali, però richiede al tempo stesso una maggiore preparazione e coscienza da parte di tutti coloro che intervengono nel processo per poter raggiungerne il fine, ossia il rispetto della verità sulla validità o la nullità del matrimonio.

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Intervista a cura di Giovanni Tridente, pubblicata su «Palabra» (Madrid), Ottobre 2015, pp. 16-19

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