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Non spezziamo l’unità della Dottrina sociale della Chiesa

di mons. Giampaolo Crepaldi*

ROMA, giovedì, 22 settembre 2011 (ZENIT.org).- Ho già avuto modo di mettere in evidenza come sia sbagliato e improduttivo continuare ad insistere sulla divisione tra metodo deduttivo e induttivo nella Dottrina sociale della Chiesa. Vorrei tornare sull’argomento in quanto noto che, nonostante le molte riflessioni nel frattempo intervenute a rendere improponibile lo schema di deduzione / induzione, si continua ad insistere su di esso. Ritengo si tratti di posizioni arretrate e conservatrici.

Nell’ultimo numero della “Rivista di teologia morale” (n. 171, luglio-settembre 2011), Marciano Vidal torna sull’argomento nell’articolo ”La questione sociale appartiene alla teologia e alla teologia morale” (pp. 343-350). Vidal insiste ancora su un “paradigma preconciliare o neoscolastico” che avrebbe avuto le seguenti caratteristiche: soggetto della DSC è la gerarchia, il metodo è deduttivo, l’ordine sociale viene assoggettato all’ordine cristiano.

Anche oggi, in un certo senso, il soggetto della DSC è la gerarchia. Certamente bisogna distinguere: poiché la DSC è (anche) “atto del magistero”, anche adesso il suo soggetto, da questo punto di vista, è la gerarchia.  Se consideriamo altri punti di vista, emergono anche altri soggetti ecclesiali e, alla fine emerge la Chiesa in quanto tale come soggetto unitario ed organico. La DSC infatti appartiene alla missione della Chiesa. Ma siamo sicuri che queste articolazioni non fossero per nulla note alla DSC preconciliare? E soprattutto siamo sicuri che non fosse noto che il soggetto ultimo è la Chiesa in quanto tale? Non mi sentirei di sostenerlo in modo definitivo.

L’espressione metodo deduttivo è assai ambigua e ho già proposto di superare questa terminologia. Nella Rerum novarum non c’è una analisi della realtà storica? Le res novae di cui essa si occupa non emergono prima di tutto dalla società del tempo, che Leone XIII prontamente descrive? Se deduttivo vuol dire che la DSC proietta la luce del Vangelo sulla questione sociale, allora possiamo dire che la DSC sia deduttiva, ma tutta, anche quella postconciliare dato che proprio questo essa fa. Se deduttivo significa che essa deduce l’agire pratico da concetti astratti e manualistici, allora non è mai stata deduttiva perché non ha mai fatto così.

Quanto all’ “assoggettamento dell’ordine sociale all’ordine cristiano” faccio notare che mai la DSC ha cessato di affermare che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo. Anche la Caritas in veritate lo dice. Non nego certamente che ci siano delle diversità di accenti nella DSC di fine Ottocento e nelle ultime encicliche dei Pontefici di questo secolo, ma in nessuna – né in quelle né in queste – può venire meno il principio della centralità di Cristo nella costruzione della società.

Ritengo anche che non sia più utile riprendere le note critiche alla DSC espresse negli anni Sessanta e Settanta e trovo strano che, nonostante quanto afferma in proposito la Caritas in veritate, si continui a dire che il magistero sociale di Paolo VI risentirebbe di queste critiche e della difficoltà di parlare di DSC. Come non trovo corretto sostenere che la forte ripresa della DSC di Giovanni Paolo II sia stata resa possibile proprio da quelle critiche degli anni Sessanta e Settanta. Mi sembra che le cose stiano proprio all’opposto: Giovanni Paolo II si è ricollegato a tutto il magistero precedente proprio confutando quelle critiche e sviluppando ulteriormente il discorso sulla DSC che quelle critiche avrebbero invece voluto bloccare. Chi a suo tempo criticava la ripresa della DSC attuata da Giovanni Paolo II ora presenta il suo magistero come conseguente alle critiche di quei tempi alla DSC piuttosto che come una ripresa dell’intera storia della DSC e della totalità del suo Corpus dottrinale.

Ricordo che la Caritas in veritate dice: “non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all’insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale , una conciliare e una postconciliare contrapposte tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo”. Sarebbe il caso di attenersi a questa impostazione di Benedetto XVI.

Marciano Vidal parla anche del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa del 2004. Egli ne parla come di una “svolta nella storia – più che centenaria – di questa forma di azione magisteriale della Chiesa”, lasciando intendere che il Compendio certificherebbe la contrapposizione tra i due schemi – preconciliare e postconciliare – da lui proposti. Vorrei smentire questa interpretazione. Il Compendio non rappresenta nessuna “svolta” perché di svolte nella Dottrina sociale della Chiesa non ce ne sono. Basti un solo esempio per confermare ciò. Secondo Vidal la “nuova” DSC avrebbe abbandonato il concetto di legge naturale. Ora, il concetto di legge naturale è ben presente nel Compendio, come è ben presente nella Caritas in veritate e nel magistero ordinario di Benedetto XVI.

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*Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo-vescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE).

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