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Mujahideen prayer in Afghanistan

Mujahideen prayer in Afghanistan - Wikimedia Commons

“Non sarà l’Europa del relativismo culturale a sconfiggere il jihadismo”

L’esperto di geopolitica Alberto Negri analizza le cause che hanno portato il terrorismo islamico in un’Europa sempre più priva d’identità

Se è vero che “il sonno della ragione genera mostri”, è altrettanto palese che senza memoria ragionare diventa un’impresa ardua. Bisogna allora riavvolgere il nastro degli eventi accaduti sullo scacchiere geopolitico negli ultimi decenni, per risalire all’inizio di questa parabola del terrorismo islamico che tanto sangue continua ad aspergere. In Africa, in Asia, in Medio Oriente, e ormai con sciagurata frequenza anche in Europa. Ieri a Parigi, oggi a Bruxelles, domani chissà dove.

Con lucidità e franchezza Alberto Negri, esperto di geopolitica, svolge quotidianamente questo compito con i suoi articoli sul Sole 24 Ore, nei quali svela errori e complicità di un Occidente che ha spesso armato la mano dei terroristi e che ora ne piange le vittime.

In una conversazione con ZENIT, Negri rivela: “Lo sciame di attentati terroristici a Bruxelles segna il fallimento della politica e delle intelligence europee”. Già, perché dopo tanti vertici per organizzare una cooperazione a livello continentale, “in realtà in termini concreti si è molto esitato”. Del resto, aggiunge Negri, “siano in un contesto nel quale prevalgono la sfiducia reciproca e la concorrenza tra Paesi dell’Unione a tutto vantaggio dei terroristi, i quali invece possono avvalersi di una capillare rete sul territorio”.

Una capillare rete che fa leva su vere e proprie roccaforti jihadiste sorte negli anni nel cuore d’Europa. Il paradigma è Moleenbek, il quartiere di Bruxelles nel quale è cresciuto ed ha potuto riparare per quattro mesi Salah Abdeslam, il ricercato numero uno dopo gli attentati di Parigi.

E qui riaffiorano gli errori delle intelligence certo, ma anche quelli della politica. Secondo Negri “non esistono roccaforti impenetrabili, piuttosto ci sono enclavi che si è lasciato che nascessero ai margini del tessuto urbano e sociale delle nostre capitali”. Il giornalista rileva che si tratta di “un problema che è vecchio di decenni” e di cui “ce ne saremmo dovuti accorgere per tempo”.

Se il terrorismo colpisce anche in Europa, infatti, è perché “si è guardato troppo al fronte esterno, trascurando così quanto accadeva nel complesso tessuto sociale delle periferie di casa nostra”. Questi tragici eventi dovrebbero insegnarci che costruire ghetti non solo non contribuisce ad integrare gli immigrati, ma rischia di consegnare gran parte di loro alla criminalità e al terrorismo internazionale.

È dunque necessario attuare una politica di “incontro di civiltà”, sostiene Negri. Ma per farlo non servono slogan né l’annullamento delle differenze a beneficio di un anonimo melting pot. Piuttosto, l’Europa ha bisogno di riscoprire sé stessa, “smettendo di rifugiarsi nel relativismo culturale che divide e non aiuta a creare ponti”. L’appello di Negri è ad “intavolare un dialogo tra pari, nella convinzione dei meriti dei rispettivi patrimoni culturali”.

C’è poi un altro tipo di patrimonio, quello della storia recente, a cui andrebbe rivolto lo sguardo con attenzione, per capire il livello di complicità nei confronti del terrorismo e anche, magari, per non ripetere errori rivelatisi fatali. “Nel 2001 gli Stati Uniti – riflette Negri – hanno lanciato una ‘guerra al terrore’ che non solo non ha reso il mondo più sicuro, ma ha portato la violenza dei terroristi nelle case degli europei”.

Non si può dimenticare, secondo l’esperto di geopolitica, che “gli autori degli attentati dell’11 settembre – Osama Bin Laden e i talebani – erano degli alleati degli americani negli anni ’80 quando c’era da combattere l’Armata Rossa in Afghanistan”. La sua opinione è che, una volta caduto il muro di Berlino e venuto dunque meno il sostegno americano, i talebani si siano voluti vendicare.

Con la guerra all’Iraq del 2003 la situazione si è ulteriormente complicata. “Al Qaeda, da cui è poi nato l’Isis, si è spostata dall’Afghanistan in Mesopotamia e i gruppi jihadisti si sono moltiplicati”. Questa galassia di organizzazioni dedite al terrore ha provato allora a far trionfare i sunniti in questi territori. “Un proposito – osserva Negri – condiviso dalla Turchia e dalle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa”.

Di qui il flusso di finanziamenti al terrorismo islamico, che “con la menzogna dell’opposizione moderata” è stato sostenuto anche dall’Occidente. “Basti pensare – spiega Negri – che Stati Uniti e Francia nel 2013 progettavano di bombardare il regime di Bashar al-Assad in Siria, approvando di fatto che la Turchia aprisse una ‘autostrada della jihad’ dalla quale sono passati migliaia di terroristi”. “Ecco – prosegue – forse l’Isis oggi si sta vendicando delle promesse mancate dell’Occidente, cioè sperava che arrivasse un aiuto a far fuori il regime di Damasco”.

Vendetta dell’Isis che, secondo Negri, si sta consumando anche contro la Turchia: “Con l’intervento della Russia al fianco di Assad, Ankara ha dovuto rinunciare a entrare in Siria e in Iraq per conquistare Aleppo e Mosul”. La riluttanza di Erdogan ha spinto allora i jihadisti “a colpire la Turchia con una serie di attentati”.

Il punto, ad avviso di Negri, è che “sono 35 anni che l’Occidente appoggia le monarchie del Golfo, impegnate a finanziare i jihadisti per poi scaricarli quando non servono più”. C’è allora bisogno di “sciogliere quei nodi che tengono l’Occidente avviluppato ai mandanti materiali e ideologici dei terroristi”. Se oggi torme di potenziali kamikaze stanno portando la guerra nelle nostre case – conclude amaramente Negri – è perché “i nostri alleati gli hanno fatto credere che quella guerra l’avrebbero vinta”.

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